In Sicilia, nel cuore di Ortigia, si cela un luogo affascinante: uno dei più antichi bagni ebraici d'Europa. Scoperto appena 25 anni fa, questo gioiello è sconosciuto ai più, soprattutto la sua vera storia e le modalità del suo ritrovamento. Proprio nel cuore di Ortigia, fra le viuzze chiamate "rua" o "ruga", è possibile ancora oggi visitare uno dei più antichi bagni ebraici d’Europa.
Il Miqweh: Un Bagno Rituale nel Cuore della Giudecca
Il miqweh si trova esattamente nell'antico quartiere ebraico, la Giudecca, dove sono evidenti le tracce dell'antica comunità ebraica di Siracusa. Il miqweh, situato a 18 metri sotto il livello stradale, nei sotterranei di un edificio patrizio che oggi ospita un hotel, è alimentato da acqua pura sorgiva. È fra gli unici bagni rituali in Europa che conservi a tutt’oggi la sua integrità e il suo fascino.
Il così detto Bagno Ebraico si trova in via Alagona nel sottosuolo del palazzetto medievale meglio conosciuto come Casa Bianca. Si accede dal civico 52, attuale albergo.
La Scoperta del Bagno Ebraico
Non tutti conoscono l'esistenza del bagno ebraico di Siracusa e sono ancora meno coloro che sanno come è stato scoperto. Lo abbiamo appreso grazie ad un incontro speciale, con Amalia Daniele e al suo volumetto dal titolo “Dal paradiso senza mele al bagno ebraico di Siracusa”, pubblicato dall’associazione culturale “Siracusa III Millennio”.
Al tempo del ritrovamento, il quartiere ebraico era in stato di completo abbandono, non vi erano luci nelle strade, né negozi. La famiglia della marchesa Daniele, decise di acquistare e ristrutturare un palazzo nel cuore della Giudecca, Palazzo Bianca, una struttura che si trova in via Alagona e attualmente ospita un albergo turistico. Nonostante il palazzo fosse sommerso di spazzatura e vandalizzato, durante il recupero architettonico, si accorsero che contigua ad un cortiletto, c’era una costruzione senza alcun acceso.
La Daniele, nonostante il palazzo fosse sommerso di spazzatura e vandalizzato, si accorse della sua bellezza e dignità. Lo aveva amato a prima vista e lo acquistò un pezzo alla volta. Sopra questo blocco, vi era una stanzetta e Amalia intuì che doveva esserci qualcosa anche sotto. Così, guidata dalla sua intuizione e curiosità, decise di indagare.
Sopra questo blocco, vi era una stanzetta e allora intuirono che doveva esserci qualcosa sotto di molto prezioso. Così, con opera certosina e spinti dalla voglia di riportare alla luce un passato prezioso appartenente alla storia millenaria dell’isola di Ortigia, cominciarono a bucare il muro e trovarono una piccola stanzetta piena di terra, con una volta a crociera. Piena di felicità, continuò i lavori e ripulita la stanza, scoprì l’esistenza di una lunga scala. I lavori di sgombero dei detriti richiesero molto tempo e un grande impegno economico.
Alla fine dei lavori di scavo, sgombero e restauro, vennero alla luce 58 gradini che formavano tre rampe di scale alla fine delle quali si aprì alla vista una grande sala, sommersa dalla fanghiglia, ma di grande magnificenza. La sala aveva forma quadrata, con quattro colonne che sostenevano una volta a crociera perfetta e, attorno a queste, vi era un ambulacro che le includeva tutte, con volte a botte. Tutto intorno alla sala correva un sedile, scolpito nella pietra viva, a 18 metri di profondità. Nel pavimento c'erano tre vasche poste a trifoglio con all’interno dei gradini.
Tutto intorno alla sala correva un sedile, scolpito nella pietra viva, a diciotto metri di profondità. Nel pavimento c'erano tre vasche poste a trifoglio con all’interno dei gradini. Durante la ripulitura dal fango, nel fondo delle vasche, ritrovarono anche dei cocci di ceramica delicatissima e delle piccolissime lucerne.
La Scoperta e la Ricerca Storica
Con l'aiuto di esperti riuscì a datare la chiusura di quel luogo: la fine del 1400. Con l'aiuto di esperti del restauro, riuscirono a datare la chiusura di quel luogo: la fine del 1400. Emozionata e determinata, la Daniele, cominciò un'affannosa ricerca fra testi e libri antichi, contattò esperti e professori e mise ordine fra le informazioni a sua disposizione: aveva scoperto un antico bagno ebraico, che serviva per la purificazione prima dei rituali.
I nobili Daniele, cominciarono così un'affannosa ricerca fra testi e libri antichi, contattarono esperti e professori e fecero ordine fra le informazioni a loro disposizione: avevano scoperto un antico bagno ebraico, che serviva per la purificazione prima dei rituali. Le vasche erano alimentate da pura acqua sorgiva, che sgorgava dal sottosuolo. Il bagno ebraico fu così preservato e ancora oggi è possibile visitarlo e ammirarlo nella sua infinita bellezza.
Le vasche erano alimentate da pura acqua sorgiva, che sgorgava dal sottosuolo. Nonostante questa scoperta straordinaria, le ricerche di Amalia non si fermarono. L’amore e l’attenzione per questi luoghi, le fecero notare un’iscrizione, su una pietra murata nell’abside della chiesa di San Giovanni, attigua al bagno ebraico.
Nonostante questa scoperta straordinaria, le ricerche della famiglia Daniele non si fermarono. L’amore e l’attenzione per questi luoghi li attenzionarono circa un’iscrizione su una pietra murata nell’abside della chiesa di San Giovanni, attigua al bagno ebraico. Con l’aiuto e la traduzione della professoressa Antonella Mazzamuto e del fratello Salvatore, capì che l’iscrizione si riferiva alla sinagoga di Siracusa, che molto probabilmente era presente in quel luogo, prima della costruzione della chiesetta cristiana.
Con l’aiuto e la traduzione di esperti, capirono che l’iscrizione si riferiva alla Sinagoga di Siracusa, che molto probabilmente era presente in quel luogo prima della costruzione della chiesetta cristiana. Durante le visite, è possibile vedere il concio di pietra con l'antica iscrizione.
Architettura e Caratteristiche del Miqweh
L’ingresso conduce direttamente al cunicolo scavato nella roccia che scende in una stanzetta rettangolare presso il cui centro vi sono tre vasche in cui sgorga ancora dell’acqua (proveniente dalla ricca falda acquifera siracusana che dà anche vita alla Fonte di Aretusa). È alimentato alimentato da acqua pura sorgiva con diverse vasche, grandi e piccole e pilastri in conci sovrapposti e ben squadrati di calcare per sostenere le antiche volte di epoca greca cavate nella roccia ed è fra gli unici bagni rituali meglio conservati integralmente in Europa.
Il miqweh, situato a 18 metri sotto il livello stradale, circa metri 12 metri, scendendo da una ripida scala scavata nella roccia. Tale sito, centro della vita spirituale giudaica, testimonia lesistenza di una comunità ebraica siracusana tra le più antiche di tutto il Mediterraneo. Il miqwé, bagno di purificazione rituale, situato a 18 metri sotto il livello pedonale ed alimentato da acqua pura sorgiva, è fra gli unici bagni rituali in Europa che conservi a tuttoggi la sua integrità e il suo fascino.
Si tratta di un vano ipogeico ricavato nel vivo della roccia a oltre 10 metri di profondità rispetto al suolo di calpestio servita da una scala rettilinea di 52 gradini a 3 rampe con copertura a botte; lungo le pareti del vano scala sono visibili gli incavi ove si collocavano le torce per l’illuminazione. Al termine della scala venne ricavata una vaschetta lavapiedi della misura dell’ultimo gradino di recente messa a nudo: l’acqua che vi affiora proviene dalla stessa falda che alimenta le vasche rituali. La vaschetta rappresenta il primo atto del complesso rituale di purificazione seguito dai frequentatori del bagno.
La sala ipogeica è di forma quadrata (m 5 per lato) con volta a crociera supportata da quattro pilastri risparmiati nella roccia che supportano anche le volte a botte che rappresentano la copertura dei corridoi che corrono lungo il perimetro della stanza. Lungo le pareti sono visibili i sedili. La volta a crociera sovrasta per un’altezza di m 2,23 tre vasche disposte a trifoglio, ma il progetto originario prevedeva l’escavazione di una quarta vasca, lavoro che non fu mai portato a compimento per motivi al momento sconosciuti. Sul piano di calpestio, rivestito di cocciopesto, le vasche sono state scavate ad una profondità di c.ca m 1,40 - con una capacità di 250 litri - e sono munite di 6 gradini che facilitavano l’immersione.
Altre due vasche precedute da corridoi, furono ricavate forse successivamente in due recessi laterali - ad oriente ed occidente - per garantire un bagno in totale privacy; il lavoro per realizzare un terzo ambiente, venne interrotto perchè fu intercettato un pozzo greco probabilmente ancora in uso. Prossima alla scala una vasca circolare nella quale dall’alto, attraverso un pozzo scavato per la profondità necessaria, gli ebrei potevano calare le stoviglie che, qualora acquistate dai gentili, dovevano essere purificate per immersione.
Secondo le Scritture, l’immersione in acqua era necessaria per riacquistare la purità rituale e dunque poter accedere al luogo di culto.
La Comunità Ebraica di Siracusa
Siracusa, città straordinariamente importante, che racconta la storia millenaria della Sicilia senza soluzione di continuità dalla preistoria sino ad oggi, ha sempre avuto un ruolo di prima donna per il periodo classico, ma grazie a recenti acquisizioni di carattere documentario, archeologico ed epigrafico, si impone anche per periodi storici diversi, come quello genericamente inteso “medievale”. Se in passato studiosi appassionati avevano già evidenziato il suo ruolo primario anche per il periodo cristiano-bizantino, oggi Siracusa può essere definita, nello stesso ambito cronologico, la città della Sicilia seconda solo a Palermo per l’esistenza di una comunità ebraica che, nel medioevo, comprendeva almeno 3000 persone.
Storici ed annalisti locali (Capodieci, Privitera…) hanno sempre citato l’esistenza a Siracusa degli ebrei, della sinagoga e di bagni rituali. Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, le ricerche archeologiche di Paolo Orsi nell’ambito dei complessi catacombali, degli ipogei nonchè dei coemeteria sub divo oltre a far luce sulle fasi paleocristiane e cristiane evidenziarono l’esistenza di una comunità ebraica coeva.
Con ogni probabilità gli ebrei si stanziarono in un primo momento nel quartiere di Akradina presso le grotte Pelopie (da antro- opi e nero - pelos) come si evince dall’ Encomio di San Marciano (VII secolo) identificabili con la balza Akradina. In questo quartiere Orsi studiò gli ipogei ebraici dei Cappuccini e rinvenne numerosi manufatti come lucerne, stele sepolcrali, epigrafi con manifesta simbologia ebraica databili già al III-IV secolo.
Nell’ Encomio si racconta anche che San Marciano abitò nelle spelonche “di fronte all’empia sinagoga dei giudei la quale si trova a mezzogiorno delle stesse spelonche verso il mare”; se a questa informazione si aggiunge il rinvenimento del “cimitero degli ebrei” nel sito del porto Piccolo si può ben pensare che esistesse una comunità ebraica in essere in Akradina che nel VII secolo chiese l’autorizzazione a trasferirsi nella città munita, cioè in Ortigia.
Nessun dubbio, invece, sull’ubicazione del quartiere della Giudecca (chiamato Rabato, cioè sobborgo, rispetto al quartiere del Duomo) in Ortigia: esso si venne ad organizzare lungo la parte orientale dell’isoletta e, fatto assolutamente importante da punto di vista topografico ed urbanistico antico, ricalcò esattamente l’andamento per strigas dell’impianto greco mantenutosi sino ad oggi pressochè inalterato.
Non esiste giudecca senza sinagoga e bagno rituale (miqweh): a Siracusa questo complesso ebraico veniva identificato con la chiesa di San Filippo l’Apostolo. Non deve stupire l’esistenza di una chiesa cristiana nell’ambito della Giudecca, anzi, essa si pone insieme alla chiesa di San Francesco e di San Domenico come uno dei baluardi oltre i quali gli ebrei non potevano estendersi nel periodo medievale.
Il Rito di Purificazione
Nella comunità ebraica i rituali di purificazione assumevano un ruolo fondamentale. Condizione imprescindibile per un miqweh è che esso “deve essere costruito nel terreno o costituire parte integrante di esso, non può essere un recipiente mobile, nè può contenere acqua trasportata ma solo acqua che fluisce da una sorgente e si raccoglie o acqua di fiume che è a sua volta alimentata da una sorgente, o acqua piovana che deve raccogliersi naturalmente senza attraversare tubi di metallo o altro materiale come creta o legno che potrebbero rendere l’acqua impura, tranne che la conduttura non sia da considerare parte integrante del terreno” (Scandagliato- Mulè).
Il nostro bagno risponde perfettamente a tutti questi requisiti essendo stato realizzato ove c’erano preesistenze di carattere idraulico del periodo greco che già attingevano ad una delle tante falde freatiche di Ortigia. Data la perfezione tecnica del manufatto è indubbio che esso nasca da un progetto ben definito e la datazione al periodo bizantino, VII secolo, lo pone tra uno dei più antichi d’Europa.
“Il bagno di purificazione nella religione ebraica rivestiva una funzione determinante ai fini della procreazione che, intesa come atto “divino”, richiedeva la donna libera dalle impurità derivanti dal ciclo mestruale” ( G. Bongiorno). Esso poteva essere effettuato ogni qualvolta lo si desiderasse e non solo dalle donne. “La donna deve bagnarsi completamente nuda con una immersione verticale, tenendo le braccia lontano dal corpo immergendo per qualche secondo completamente nell’acqua anche i capelli [..] Chi si converte all’ebraismo, se maschio, deve prima essere circonciso e poi immerso nel bagno, se donna deve solo praticare il rituale dell’immersione.
Che il bagno citato sia un bagno rituale ebraico è da ritenersi certo sia per la struttura sia per alcuni parametri cui risponde appieno: il Berakhot (Trattato delle Benedizioni) del Talmud Babli, ultimato nel 501 d.C.Un Itinerario Ideale
che idealmente rivisiti i due percorsi alla sinagoga, si può partire dal n° civico 52 (Casa Bianca) di via Alagona (platea vechia) osservare l’esistenza del ronco Palma (ex vanella porte parve meschite) chiamato così per l’esistenza nel medioevo di una palma, simbolo notoriamente caro agli ebrei, che era stata piantata in quello che doveva essere un cortile antistante l’ingresso dalla porta parva utilizzata, con ogni probabilità, dalle donne per andare in sinagoga; si percorra poi la ex ruga della meschita, oggi via Minniti e, attraversando la via dell’Arco (chiamata così a ricordo di un arco che fu demolito nel XVII secolo, previa autorizzazione del Senato, dal pittore siracusano Mario Minniti il quale aveva ivi acquistato una casa; l’arco era sicuramente uno degli elementi architettonici del quartiere ebraico) si perviene nell’attuale piazzetta del Precursore (platea parva) di fronte al prospetto della chiesa di San Giovanni, già moschea di Siracusa.
In origine l’attuale piazzetta era molto più ridotta perché chiusa nella parte mediana da un alto muro, configurandosi come il cortile antistante l’ingresso principale. Imboccando la via della Giudecca (Platea judaica) si avranno sul lato ad Est l’ex ruga de li bagni, la vanella della porta parva e della porta magna che fiancheggiano i lati lunghi della chiesa di San Filippo l’Apostolo; imboccando la successiva stradetta, l’ex vanella dell’oliva adiacente ai siti del baglio e dell’ospedale ebraico si ritorni sulla via Alagona e, quindi, al punto di partenza per visitare quella stanza ipogeica straordinariamente carica di suggestioni che è il miqwèh.
La Presenza Ebraica in Sicilia
La Sicilia, dopo Israele, è il luogo dove sono più ricchi i giacimenti culturali della tradizione ebraica, risalenti alle comunità che per 1500 anni hanno convissuto ed interagito con la nostra civiltà. La presenza ebraica a Siracusa risale al I sec. d.C. e nel 1431 fu concesso loro di abitare un intero quartiere nel cuore di Ortigia, la Giudecca. Sotto il regno di Ferdinando il Cattolico, nel 1492, fu emanato un editto di espulsione degli Ebrei, poi mitigato, ma tutto ciò impose la costruzione celata dei Bagni, luogo in cui si svolgeva un importante rito di purificazione voluto dalla religione ebraica.
TAG: #Bagni
