Il principale fattore politico del processo d'innovazione militare dopo il 1920 va ricercato soprattutto nel turbamento suscitato dal conflitto mondiale appena terminato. Nella società occidentale la Grande guerra era stata vissuta come una vera e propria tragedia non soltanto dai militari ma anche dal resto della popolazione. Gli orrori della guerra di trincea erano ben presenti a tutti: le mitragliatrici e l'artiglieria pesante moderne avevano impedito agli eserciti di sfruttare le loro capacità di manovra, causando spesso gravi perdite di uomini senza consentire alcuna conquista territoriale.
Dal 1914 al 1917 il fronte occidentale era retrocesso e avanzato più volte, causando milioni di morti e di mutilati, senza spostarsi mai più di cento chilometri. Un altro fattore di inquietudine era costituito dalla natura del conflitto che, imponendo ai soldati di vivere per settimane e settimane nelle trincee a stretto contatto con diversi tipi di macchinari, lo aveva trasformato in una sorta di lavoro industriale. Per alcuni giovani ufficiali, divenuti maggiorenni nel corso del conflitto e poi entrati a far parte, in posizioni subalterne, degli Stati maggiori tra gli anni Venti e gli anni Trenta, il modo più adatto per evitare gli sconvolgenti effetti della tecnologia era quello di metterne a punto una migliore, tale da consentire ai soldati di farsi onore sul campo di battaglia, a differenza di quanto era accaduto con le mitragliatrici e l'artiglieria pesante.
Nel tentativo di superare la situazione di stallo creatasi negli ultimi, disperati anni del conflitto, tutte le maggiori potenze avevano sperimentato nuovi aeroplani, veicoli blindati, gas velenosi e altri strumenti bellici. Il perfezionamento di queste tecnologie e lo sviluppo di teorie militari in grado di individuarne tutte le potenzialità avrebbero in futuro potuto evitare altri 'bagni di sangue' e, al tempo stesso, favorire la riscoperta dei valori della professionalità militare. Su diversi fronti tecnologici, gli esperti di strategia e i teorici speravano di riuscire a sfruttare la lezione della Grande guerra e le prospettive aperte dalle nuove tecnologie per trasformare in modo sostanziale, se non addirittura rivoluzionario, la pratica militare. I tentativi in tal senso furono coronati da diversi gradi di successo.
Sviluppo dei Sommergibili e Contromisure
Nel corso della prima fase del conflitto il sommergibile era apparso un mezzo molto promettente. Tale speranza, tuttavia, venne meno quando gli inglesi e gli americani iniziarono a impiegare rudimentali dispositivi di rivelazione acustica e, soprattutto, a scortare in diversi modi i convogli per respingere gli attacchi sottomarini. Nonostante quanto stabilito dal Trattato di Versailles, che proibiva alla Germania di proseguire nell'attività di sviluppo di tecnologie sottomarine, il nuovo governo tedesco cominciò, sin dalla fine del conflitto, a finanziare le ricerche in questo campo.
Verso la metà degli anni Venti la Marina tedesca ‒ con il concorso di gruppi industriali come Krupp Germaniawerft, AG Weser e Vulkanwerft ‒ occultò gli investimenti effettuati per lo sviluppo di tecnologie navali e, in particolare, sottomarine, dietro una serie di società estere. Al tempo stesso, creò un ufficio per la guerra antisottomarina, che si occupava soprattutto di studiare ed elaborare nuove tattiche offensive. Tali attività clandestine furono abbandonate nel 1935, quando il governo presieduto da Adolf Hitler riuscì a ottenere un nuovo trattato navale che consentiva alla Germania di possedere una flotta di U-boote grande quanto quella della Gran Bretagna.
La flotta sottomarina tedesca si ampliò molto rapidamente, tanto che nel 1938 contava già 72 sommergibili, e quasi ogni mese erano introdotti nuovi perfezionamenti relativi a torpedini, navi per il rifornimento di combustibile e motori. Il disegnatore di missili Hellmuth Walter (1900-1980) mise a punto un progetto sperimentale basato sull'uso di un motore a perossido d'idrogeno che permetteva di viaggiare in immersione alla velocità di 28 nodi ‒ tre volte maggiore di quella dei sommergibili convenzionali dell'epoca ‒ e di non tornare in superficie per ricaricare le batterie con motori diesel, che avevano bisogno d'aria per funzionare.
Teoria Strategica e Operativa
Queste conquiste tecniche non furono però accompagnate da uno sviluppo parallelo della teoria strategica operativa. Persino il comandante della flotta sottomarina, Karl Dönitz, che più apertamente di qualsiasi altro ufficiale della Marina tedesca aveva proposto di usare gli U-boote contro il commercio britannico, non espose alcun piano dettagliato relativo al modo in cui condurre una campagna sottomarina contro l'economia di quel paese. I comandanti della flotta subacquea tedesca si mostrarono nel complesso più interessati alle dimensioni delle loro squadre, a considerazioni tattiche di basso livello e a perfezionamenti tecnici di carattere marginale. Di conseguenza, nella fase iniziale della Seconda guerra mondiale lo Stato maggiore della Marina tedesca si mostrò scettico sulla possibilità di usare la flotta sottomarina contro i mercantili; anche in seguito, la teoria non andò al di là dell'enunciazione dell'idea secondo cui i 'branchi di lupi' degli U-boote dovevano affondare tutte le navi da carico alleate che avrebbero incontrato.
Con l'avanzare della guerra, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti adottarono un numero sempre crescente di misure antisommergibile (perfezionando, in particolare, la protezione dei convogli e l'uso del potenziale aereo). In un primo momento, lo Stato maggiore della Marina britannica si rifiutò di prendere atto della vulnerabilità del paese rispetto agli attacchi sottomarini che miravano a interrompere il flusso dei rifornimenti. di questo tipo di azioni militari; in circostanze che imponevano un maggiore realismo, Londra chiese severe misure restrittive sulla conduzione degli attacchi sottomarini ai mercantili.
Tecnologie di Rivelazione: Asdic e Radar
Inoltre, gli analisti antisommergibile britannici, che nel periodo tra le due guerre dovettero attenersi a budget molto limitati, facevano un enorme affidamento su un singolo ritrovato tecnologico: l'asdic (acronimo dell'organo burocratico da cui il dispositivo aveva avuto origine, l'Anti-Submarine Detection Investigation Committee). Sviluppato da alcuni insigni fisici verso la fine della Prima guerra mondiale, l'asdic era una prima forma di ecogoniometro ‒ con raggio d'azione di 1 km ca. ‒ il quale, benché non fosse stato sostanzialmente sottoposto ad adeguamenti in funzione dello sviluppo della tecnologia sottomarina, seguitava a essere considerato dagli ufficiali della Marina britannica una soluzione perfetta.
Nella migliore delle ipotesi, l'asdic era un grandioso bluff, in quanto presentava un gran numero di problemi tecnici; in particolare, l'impulso di trasmissione spesso sovrastava l'eco durante i 500 m critici dell'avvicinamento del sottomarino al suo obiettivo. Nelle esercitazioni, nove volte su dieci esso non riusciva a impedire ai sommergibili di passare tra i cacciatorpediniere di scorta senza essere avvistati. I pochi ufficiali delle unità antisommergibile che erano al corrente dei suoi limiti furono costretti a fare affidamento su altre 'panacee' tecniche, la più popolare delle quali era costituita dal potenziale aereo.
Sorte diversa ebbe invece un'altra tecnologia destinata a rivelare la presenza di forze nemiche. Se un infondato ottimismo aveva impedito di riconoscere la necessità di perfezionare il sonar antisommergibile, la presa di coscienza della vulnerabilità del paese nei confronti dei bombardieri nemici fu al contrario determinante per lo sviluppo del radar. Dopo l'ascesa al potere di Hitler, l'Aeronautica britannica rivalutò la propria capacità di localizzare i bombardieri nemici, giungendo rapidamente alla conclusione che il sistema del muro acustico non lasciava molte speranze.
All'inizio della Seconda guerra mondiale, dunque, le capacità di rivelazione radar britanniche erano le più avanzate del mondo. Due innovazioni erano state di fondamentale importanza. La prima era lo sviluppo del magnetron a cavità, un tubo elettronico che operava come spia acustica e poteva generare onde ad altissima frequenza con un consumo energetico molto contenuto; questo componente svolse un ruolo di primo piano per i pratici radar a microonde (di lunghezza d'onda inferiore al metro), capaci di rivelare oggetti molto piccoli più precisamente di quanto avvenisse con onde di maggiore lunghezza. La seconda era un'innovazione di tipo istituzionale che ampliò l'efficacia delle difese radar britanniche: invece di limitarsi ad aggiungere la tecnologia radar alle tradizionali operazioni di localizzazione aerea, si pensò di collegare la catena delle stazioni radar a un centro di controllo, quello di Bentley Priory, che valutava i rapporti ‒ spesso fuorvianti ‒ delle singole stazioni e coordinava in modo conseguente le operazioni di difesa.
In Germania, invece, alcune importanti conquiste tecniche non furono sfruttate a fondo. La Marina tedesca aveva iniziato a esplorare le capacità degli strumenti radar sin dagli anni Trenta, creando un'organizzazione industriale, la Gesellschaft für Elektroakustische Mechanische Apparate (GEMA), destinata a coordinare la ricerca in questo campo. All'inizio della guerra, nonostante le erogazioni relativamente limitate di fondi, l'esercito tedesco disponeva in basi terrestri e marine di ottimi radar che operavano a lunghezze d'onda maggiori rispetto a quelli britannici.
L'Enrico Toti: Un Esempio di Innovazione Italiana
L'Enrico Toti (distintivo ottico S-506) fu il primo sottomarino a propulsione diesel-elettrica, di una serie di quattro unità dello stesso tipo, costruite in Italia nel dopoguerra. Essendone il capostipite, diede il suo nome alla classe, che fu completata, nell’arco di due anni, dai sottomarini gemelli Dandolo S-513, Mocenigo S-514 e Bagnolini S-505. Ndr. - Il distintivo ottico è il segno distintivo dell’unità navale, l’identificativo che si usa per farsi riconoscere nelle comunicazioni usate dalle navi. Esso è costituito generalmente da una lettera (che identifica la tipologia dell’unità - C per incrociatore, F per fregata, D per cacciatorpediniere ecc.) e una serie di numeri disegnati sullo scafo. E’ denominato anche Pennant number, che significa “numero della bandiera di segnalazione”, perché, in origine, le navi militari avevano una apposita bandiera che identificava il tipo di unità o la flottiglia di appartenenza. Nel caso dei nostri sommergibili o dei sottomarini, essendo evidente dalla forma dello scafo, la loro funzione, non viene specificata la lettera (S che sta per sottomarino) anteposta al numero.
La sua base navale di riferimento fu inizialmente La Spezia. In seguito, quando l’Italcantieri di Monfalcone consegnò alla Marina Militare (fra il 1968 e il 1969) anche le altre tre unità della stessa classe, tutte quattro vennero inquadrate nel 2º Gruppo Sommergibili (GRUPSOM2) del Comando Sommergibili, e nel 1971, trasferite alla base navale di Augusta, per essere impiegate come “sentinelle”, sia nel canale di Sicilia, che nel resto del Mediterraneo.
L’S-506 e gli altri battelli della classe Toti, erano di dimensioni ridotte, studiati, come già detto, per il pattugliamento nel Mediterraneo. Avendo una lunghezza addirittura pari quasi alla metà di quella dei normali sottomarini e dei sommergibili (anche stranieri), usati durante la Seconda Guerra Mondiale, erano di facile manovrabilità e nel contempo, caratterizzati da sistemi tecnici avanzati per la ricerca del bersaglio. Senza voler scendere troppo in dettagli tecnici, questi sottomarini utilizzavano come armamento, dei siluri elettrici filoguidati con testata autocercante A184, asserviti ad una centrale di lancio elettronica.
Il Toti era un’unità classificata “SSK” (Submarine-Submarine Killer), ovvero un sottomarino destinato alla localizzazione, intercettazione ed eventualmente distruzione di altri sottomarini, e in particolare dei grandi sottomarini lanciamissili a propulsione nucleare, una delle armi maggiormente temute, fra quelle del blocco sovietico. L’armamento era di 4 tubi lanciasiluri prodieri per il lancio di siluri multiruolo antinave-antisommergibile. Avendo quindi compiti di individuazione e di attacco di altre unità subacquee, aveva una buona dotazione di sensori, di sistemi di comunicazione e di guerra elettronica.
Questa classe di mezzi navali segnò una svolta nella storia dell’arma subacquea italiana: le maestranze dell’Italcantieri ove i quattro sottomarini erano stati realizzati, avevano maturato, nel periodo 1944-45, esperienza nella costruzione di alcuni esemplari di U-Boot tedeschi tipo XXI e XXIII, conoscenze che, naturalmente, furono riversate nella progettazione e costruzione dei battelli della classe Toti.
Il Toti fu essenzialmente impiegato per addestramento e nelle esercitazioni, per simulare attacchi a sommergibili sovietici o a task force del Patto di Varsavia. Non partecipò mai ad azioni belliche effettive, né quindi, affondò mai alcun sottomarino nemico. Partecipò invece a varie esercitazioni navali della NATO. Negli anni Settanta, si mise in evidenza proprio in esercitazioni NATO, dimostrando la validità della strumentazione in dotazione e la sua incredibile silenziosità. Dopo 27.030 ore di navigazione e 137.000 miglia nautiche navigate, cioè 6 volte il giro del mondo (dati della Marina Militare), completata, nel 1997, l’ultima missione, il 30 giugno 1999, il Toti, ormai obsoleto, fu posto in disarmo (per ultimo rispetto agli altri della sua stessa classe).
All’indomani della donazione effettuata dalla Marina al Museo milanese, si pose il problema di come riuscire a far giungere il sottomarino a destinazione. Se il trasferimento del “Dandolo” a Venezia, non aveva presentato difficoltà di alcun tipo, altrettanto non si poteva dire per il “Toti” a Milano. L’impresa, tecnicamente, non era facile, visto che la Lombardia, a parte il Po (quando in condizioni di normale navigabilità), no...
Sfide Attuali e Prospettive Future
Con l’incremento delle attività, civili e militari, non supportata da una conoscenza dell’ambiente marino pari alle esigenze, si sono verificati numerosi incidenti, anche mortali. Questo spiega il sorgere di Istituzioni Internazionali che hanno cercato di convincere i governi dei Paesi marittimi a condividere le informazioni a carattere idrografico e oceanografico in loro possesso. Purtroppo, l’ambiente marino, con la fine della Guerra Fredda, non è diventato un luogo di pace. Innanzitutto, vi sono i contrasti dovuti alla corsa per lo sfruttamento delle risorse del mare.
Il proliferare degli atti di “guerra ibrida”, in cui si cerca di danneggiare l’avversario con azioni di ogni tipo, condotte anche da non militari, ha reso indispensabile la difesa delle infrastrutture critiche sottomarine, come i gasdotti e i cavi sottomarini. Per questo il loro dispiegamento, dopo gli anni di relativamente buoni rapporti Est-Ovest, ha dato origine di nuovo a incontri ravvicinati tra questi mezzi potentissimi e pericolosi e i sottomarini dediti alla loro caccia, con questi ultimi che cercano di sloggiare i primi dalle posizioni ottimali di lancio. In breve, è tornata la guerra aperta ai nostri confini, e il mare - incluso l’ambiente sottomarino - non è esente da combattimenti e da insidie poste ai terzi dalle due parti in conflitto.
Infatti, ogni sfruttamento insensato è foriero di conseguenze negative, in un ambiente integrato, com’è il mare, dove si svolgono numerose attività legali e illegali, tanto diversificate tra loro da interferire le une con le altre. Un’altra attività che si sta sviluppando in modo incontrollato è il turismo subacqueo. La perdita del sommergibile “Titan” che portava il 18 giugno 2023 alcuni ricchi turisti a visitare il relitto del “Titanic” ha attirato l’attenzione generale su questa attività, spesso gestita in modo poco sicuro. La preoccupazione per prevenire o ridurre possibili danni ambientali ha già portato ad alcune iniziative, come la regolamentazione dell’IMO (International Maritime Organization) sulla riduzione del rumore indotto dalle navi, un altro fattore di grave disturbo della fauna marina.
In Italia, di recente, è nato il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea (PNS), costituito sulla falsariga dell’analogo “Secrétariat Général de la Mer” francese. Il mare, inoltre, ha bisogno di essere manutenuto, per riparare i danni che gli esseri umani gli hanno inflitto nel tempo. La sua estensione ha raggiunto, negli anni, i 10 milioni di km². Analoga preoccupazione riguarda lo sfruttamento dei fondali, anche se nel 1994 è stata costituita la “International Seabed Authority”, un organo intergovernativo cui partecipano 167 Stati oltre all’Unione Europea. L’accordo, in particolare, si concentra sulle aree al di là delle giurisdizioni nazionali (BBNJ); il testo è stato adottato dall’ONU nel 2023, ed è stato firmato da 104 Nazioni, non ha però ancora raggiunto il livello indispensabile di ratifiche (ce ne vogliono almeno 60) per la sua entrata in vigore.
In sintesi, ormai da anni le Marine sono impegnate, oltre che per le missioni a carattere militare, anche per la protezione dell’ambiente marino, localizzando e denunciando chi lo inquina e lo danneggia. Dato che la zona scandagliata era costantemente pattugliata da unità britanniche, per forzare il blocco bisognava passare vicino alla costa della Somalia Francese. In definitiva, in questi tempi di crisi e di conflitti è necessario pensare a come compiere i rilievi idrografici anche in presenza di minaccia. Un’altra attività rischiosa è la guerra di mine, in ambiente di minaccia.
L’intenzione generale è, infatti, di fare largo uso di mezzi non pilotati, siano essi filoguidati o autonomi. Le industrie estrattive e i centri di ricerca hanno sviluppato vari mezzi di questo genere, e alcune Marine ne stanno già sviluppando versioni militarizzate, resistenti alle contromisure: i mezzi esistenti in campo civile, infatti, sono utilizzabili ai fini militari, così come sono attualmente, solo in ambienti a basso livello di minaccia, dove non esiste il rischio di contrasto. Ancora più importante è lo sviluppo di sistemi di sorveglianza subacquea, un settore di ricerca interrotto ormai da troppi anni. Si è iniziato con la sorveglianza dei cavi sottomarini, e si pensa di riuscire a breve a sorvegliare anche gli oleodotti e gasdotti posati sui fondali. Come notava giustamente un delegato al Simposio di Venezia, questo incontro è stato un’occasione preziosa per fare il punto di situazione sull’ambiente sottomarino, riunendo i Capi delle Marine di ben 67 Nazioni, oltre a numerosi esperti internazionali.
TAG: #Bagni
