È sorprendente fino a quale punto le spiagge di Trieste corrispondano ai “bagni” e generalmente all’impianto ottocentesco: pur con le sue eccezioni, le sue modifiche, i luoghi dove andare a “spiaggiarsi” sono rimasti gli stessi. Non si è qui verificato alcun tentativo di creare estese spiagge artificiali o di rimodellare radicalmente il panorama costiero con finalità turistiche. Molte spiagge italiane recano ancora le cicatrici del boom edilizio degli anni ’60, ma Trieste sembra essere sfuggita a queste deturpazioni, pur con le ricadute negative proprie di un turismo altalenante.

Le Origini dei Bagni a Trieste

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, l’ormai inarrestabile ascesa della borghesia europea permette per la prima volta nella storia il concetto del “tempo libero”: uno spazio al di fuori dell’orario lavorativo dove indulgere nei propri interessi. In questo contesto nasce l’idea della vacanza in montagna e al mare come oggi le concepiamo, ovvero come una conseguenza dell’eccesso di tempo di cui godevano i ceto medio-alti. La necessità di “occupare” il tempo libero, coniugato alle prime preoccupazioni salutiste determina la formazione di un business turistico già all’epoca attivo e fiorente, dove la voglia di divertirsi s’intreccia alle raccomandazioni dei dottori e dei precettori.

Non solo ginnastica e attività fisica, ma anche immersioni, nuoto, bagni di sole e “assaggi” di acqua di mare… i romanzi vittoriani sono costellati di giovinetti e anziani afflitti da malattie respiratorie alla ricerca di aria “pura” che sia il malato presso le Alpi, come nella Montagna Incantata di Mann, o che sia in riva al mare, presso le stazioni di cura. Sono queste le origini delle spiagge di Trieste, con una notevole spaccatura invece dalle classi popolari o dai marinai, dove la “tociada” è qualcosa di momentaneo, uno sfogo a termine della giornata di lavoro, non un’attività da perseguire.

I Bagni Galleggianti: Un Lusso del Passato

Se la linea costiera e i luoghi tradizionali sono sopravvissuti, tuttavia un visitatore immaginario dalla Trieste Asburgica dei primi del ‘900 rimarrebbe stupito di non trovare i cosiddetti “bagni galleggianti”. Si trattava di strutture ancorate a relativa distanza dai moli, completamente arredate con tutto il necessario per una giornata di svago, dal ristorante, alla libreria, alla caffetteria. La lontananza dal rumore e dallo sporco dei moli li rendeva luoghi romantici e lussuosi. Si ricorda in tal senso, nella novella “Senso”, di Camillo Boito, la scena della seduzione della contessa Livia da parte del tenente Remigio proprio nella struttura all’epoca moderna di un bagno galleggiante - nel romanzo lo stabilimento RIMA, a Venezia.

Il primo bagno galleggiante triestino risale già al 1820: il Soglio di Nettuno era ancorato in Sacchetta, vicino al Molo Venezia, conosciuto all’epoca come Molo Giuseppino, presso la Lanterna. La cerimonia d’inaugurazione attirò una folla imponente; stando ai cronisti particolarmente numerosa era la presenza di turisti tedeschi. Lo stabilimento, ideato da Domenico Angeli, si componeva di cabine per cambiarsi gli abiti, vasche per le immersioni, un bar/ristorante, una sala di conversazione e per i più acculturati e una mostra permanente con flora e fauna del luogo. La precocità della struttura, costruita negli anni Venti dell’Ottocento e la presenza di una mostra, rivelano un intento salutista e pedagogico avanti con i tempi, il quale precorreva le velleità di miglioramento dell’uomo proprie della cultura positivista.

Con un salto in avanti al 1830, Trieste diversifica la sua offerta balneare: oltre al Soglio di Nettuno, troviamo la Scuola militare di nuoto e la Boscaglia. Come preavverte il nome, il primo era uno stabilimento per i soldati austriaci, mentre il secondo derivava il nome dal suo fondatore e costituiva un appuntamento irrinunciabile per commercianti, uomini d’affari e impiegati. La vicinanza alla città permetteva, a termine del proprio orario di lavoro, di prendere il traghetto e arrivare direttamente allo stabilimento per un bagno rinfrescante. È inoltre interessante osservare la divisione di classi e impieghi, differenziati a seconda del bagno galleggiante: come con i caffè, la scelta di un particolare stabilimento balneare riflette un certo status, una certa appartenenza di classe e categoria.

Bagno Maria: Il Gioiello dei Bagni Galleggianti

Risale tuttavia al 1858 il gioiellino dei bagni galleggianti, conosciuto tanto a Trieste quanto in tutta la regione: Bagno Maria era il più grande e lussuoso dei precedenti stabilimenti, con 50 metri di lunghezza e 30 di larghezza, non tanto un semplice bagno quanto un hotel galleggiante. La struttura, frutto di un investimento di una società di azioni all’epoca con un capitale di 43000 fiorini, si componeva di una sala d’aspetto con caffetteria e oltre cento cabine per il cambio vestiti. Un gigantesco bacino era riservato agli uomini, mentre una vasca era destinata a donne e bambini. Prezzo d’ingresso: 20 carantani. Allestito, alla pari di una nave, nel cantiere Strudthoff, fu varato con grandi feste e cerimonie. Era ancorato davanti all’Hotel de la Ville, edificio situato tra Palazzo Carciotti e la Chiesa Greco-Ortodossa.

Se non si hanno notizie del fato dello stabilimento Bagno Maria, il Soglio di Nettuno fu sicuramente chiuso per il decadere della struttura, mentre generalmente verso gli anni Dieci e Venti del novecento si cominciano a preferire le spiagge come oggi le intendiamo, abbandonando l’idea dello stabilimento al largo. Il bagno galleggiante Boscaglia verrà parzialmente restaurato nel 1898 e rinominato stabilimento Buchler: dalle foto appare ancorato davanti alla Riva del Mandracchio, nella zona dell’attuale Piazza dell’Unità. Il 14 giugno 1911 un fortunale particolarmente violento si abbatté su Trieste con vento e pioggia: quando ritornò il sole lo stabilimento era ridotto a un cumulo di rottami. Tre anni dopo una tempesta invece politica e militare altrettanto violenta avrebbe spazzato l’Europa, segnando la fine dell’Impero Austro-Ungarico e con esso di una parte di Trieste.

La Lanterna: "El Pedocin" e la sua Unicità

Lo stabilimento balneare La Lanterna di Trieste è un esempio classico di queste sopravvivenze, di materiali e di abitudini: “El Pedocin” mantiene una separazione ormai immutata dal 1903, salita all’onore nazionale con il documentario “L’ultima spiaggia”, di Davide Del Gan e internazionale con un servizio giapponese sulla tv pubblica, cinque anni addietro, dove la spiaggia veniva ripresa come uno dei luoghi più esotici, assieme al Canale di Ponterosso. La nuova linea di costa, nata dall’interramento venne destinata ad uso pubblico, con l’apporto di sassi e ghiaia venne realizzata una riva, nasceva il popolare bagno “ALLA LANTERNA” la data di inaugurazione ufficiale risale al 1903, popolarmente sarà chiamato “Pedocin” o “Ciodin”. Inizialmente la spiaggia era divisa da un semplice steccato, che fu poi sostituito da un muro di mattoni. Il muro fu abbattuto una sola volta nel 1959, per essere subito ricostruito qualche metro più in là: se all’inizio infatti la spiaggia era divisa precisamente a metà, dal 1959 in poi venne concesso più spazio alle donne, per la presenza dei bambini e perché erano loro le maggiori frequentatrici della Lanterna.

L’ingresso a pagamento fu introdotto nel 1938: i prezzi sono variati negli anni ma sono sempre stati molto bassi, quel tanto che basta per mantenere una doppia spiaggia. Uno stabilimento per bagni di mare destinato alla scuola di nuoto per i militari della Marina austriaca era attivo a Trieste fin dal 1830. Demolito il primo Bagno militare, esistente all’interno della Sacchetta, ai piedi della lanterna, venne costruito nel 1909 un secondo BAGNO MILITARE dalla parte esterna del Molo teresiano, su palafitte, interamente di legno, riservato ai dipendenti delle forze armate, con il rettangolo che delimita la zona di nuoto, l’alto trampolino e le tende da sole. Il nuovo stabilimento sorse su palafitte con una lunga ed alta sovrastruttura tutta in legno a doppio tetto. Il secondo Bagno militare aprì nell’estate del 1909 e rimase attivo sino al 1920, quando il Genio Militare di Trieste lo mise in vendita.

Accanto a questo fu inaugurato il 1° giugno 1934 un moderno bagno con tecniche e materiali di avanguardia, con strutture di calcestruzzo che per qualche tempo fece la concorrenza al vecchio stabilimento di legno. I due stabilimenti quindi si fusero in un unico corpo con la costruzione di un pontile di raccordo, assumendo quindi la conformazione attuale. Nei decenni successivi furono apportate diverse modifiche all’edificio, senza tuttavia alterarne l’identità strutturale e storica. Particolarmente rilevante fu l’opera di restauro ed ampliamento del 1954, resasi necessaria a causa dei danni provocati da una violentissima mareggiata. Quando la diga era un deposito di carbone, chi vi lavorava veniva trasportato con le barche delle ditte.

Il "Pedocin" Oggi: Tradizione e Curiosità

Nel 1913 Bootshaus der “Eintracht” oggi “BAGNO ALLA DIGA”, era la sede operativa della società sportiva Turnverein Eintracht. Oggi ci sono due navette che portano da qui a là. Una spiaggia per sole donne? O per soli uomini? Può sembrare inverosimile eppure a Trieste, lo stabilimento balneare “La Lanterna”, più conosciuto come “Pedocin”, conserva ancora il medesimo senso del pudore del periodo in cui è stato realizzato. Non più quindi una barriera che isola ed emargina, anzi. Al “Pedocin” si può girare in topless lontano dagli sguardi maliziosi maschili, prendere il sole in relax senza pensare ai chili di troppo o alla cellulite, intrattenersi con le amiche. E le donne di religione musulmana possono indossare il loro costume integrale burkini.

Pensate che la lunga parete fu abbattuta solo una volta nel 1959. Il “Pedocin” resta aperto tutto l’anno, nei mesi invernali per l’elioterapia. In alta stagione infatti sono circa 2.500 gli ingressi giornalieri. Inizialmente la divisione tra maschi e femmine era segnata solo da uno steccato che fece poi posto al muro di mattoni tuttora esistente. Lo stabilimento era molto frequentato all’inizio del XX secolo. Il nome “Pedocin”, ovvero piccolo pidocchio nella lingua triestina si deve probabilmente proprio all’ammassarsi dei bagnanti sul ristretto fazzoletto di terra. Esiste un fazzoletto di sabbia a Trieste (in Friuli Venezia Giulia) che è immune al passare del tempo ed è diventato ormai unico in Europa.

Il lido chiamato da cittadini e cittadine "El Pedocin" (letteralmente "il pidocchietto"), ufficialmente sarebbe il Bagno La Lanterna, che sfida con ostinazione la logica contemporanea, il politicamente corretto, l'emancipazione di tutte e tutti: c'è un muro separa le donne dagli uomini. Andando con ordine, prima di saltare comprensibilmente sula sedia: esiste questo stabilimento balneare che possiede un surreale muro alto tre metri e lungo settantaquattro, che in pratica taglia la spiaggia in due in modo che da una parte stiano gli uomini, dall’altra le donne. E no, non è un’installazione artistica né una rievocazione storica per turisti/e in cerca d’autenticità o folklore. È vita reale, quotidiana, che impatta anche sui bambini e sulle bambine: i bambini biologicamente maschi, infatti, al raggiungimento dei dodici anni sono banditi dalla sponda delle femmine. La divisione, vale la pena di specificarlo, si estende sul mare perché non basta non vedersi sulla sabbia, occorre restare separati gli uni dalle altre anche mentre si fa il bagno.

Ma ora andiamo sul perché. Piuttosto che prenderla con ordinaria indignazione - “la segregazione, davvero???” - ci teniamo un po’ di legittimo stupore e analizziamo le anomalie di Trieste. È un microcosmo affettivo, un rito cittadino, un residuo vivo di quel pudore mitteleuropeo che convive con un’ironia tutta locale. La storia del Pedocin comincia nei primi anni del Novecento, quando la separazione tra uomini e donne negli stabilimenti balneari era prassi diffusa in Italia. Ovunque, però, col tempo si è deciso che la sabbia poteva essere mista. Ovunque tranne che qui. A Trieste, il muro è rimasto. Anzi, mentre gli altri venivano abbattuti lui si è rinforzato da steccato a muratura, da mattoni a cemento armato.

Il punto è che i triestini e le triestine lo amano così. Chiedere loro di abbattere il muro significherebbe togliere un pezzo d’identità. Stando a quanto si legge sul quotidiano locale Triestenews, il Comune ha proposto varie volte l’abbattimento della barriera "ma la risposta, soprattutto da parte delle donne è sempre stata negativa". Proprio per questo sarebbe però ingenuo non problematizzare la cosa. Un muro che divide le attività delle persone e le persone stesse sulla base del loro sesso biologico, nel 2025, è difficile da digerire senza almeno un po’ di fastidio. Le domande, infatti, fioccano a partire dalla prima, almeno per noi: e le persone non binarie? E le famiglie che vogliono stare insieme? Non ci andranno, presumibilmente. Le bambine d'altro canto cosa imparano? Ovviamente il problema non è il lido, che non pretende di essere un modello e non si pone come un manifesto ideologico.

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