Il cinema, come testimone dei tempi che cambiano, offre uno sguardo unico sulla società e la cultura. Un esempio interessante è l'uso dei "bagni maria" come ambientazione e metafora in diversi film. Questo articolo esplora la storia e la tecnica di questo elemento nel cinema, con particolare attenzione a film come "Perfect Days" di Wim Wenders e "L'anno scorso a Marienbad" di Alain Resnais.

Perfect Days: La Perfezione nella Quotidinità

In Perfect Days (2023), il film di Wim Wenders, lo sguardo del regista abbraccia letteralmente la vita del protagonista, Hirayama (Koji Yakusho), rendendola “unica”, fino a regalarci un micromondo che nel film funziona come una vera e propria calamita. Hirayama è una sorta di custode dei nuovi sorprendenti bagni pubblici di Shibuya a Tokyo (i primi due inaugurati nel 2020), affidati alla creatività di noti architetti di fama internazionale. Ogni giorno si prende cura pulendoli in maniera così meticolosa da diventare una sorta di operazione zen che permette a lui di proseguire la giornata in modo eccellente spostandosi da un luogo pubblico all’altro secondo un ritmo di calma rilassata pienezza.

Il film ha volutamente un ritmo lento e sembra sollevare qualche velata critica nei confronti della velocità delle nostre vite. Oltre ad usare la fotocamera digitale, Hirayama ascolta infatti solo musicassette a nastro con i brani intramontabili degli anni 70 di Lou Reed, Patty Smith, Van Morrison e crede che Spotify sia un negozio pieno dischi e CD fisici. L’effetto poetico e nostalgico per chi ha vissuto la stagione delle musicassette risulta molto intenso, come emerge il contrasto generazionale con la nipote o l’amica del giovane collega su questo tema, che alla fine sembrano passare dalla parte di Hirayama, preferendo un libro cartaceo o una musicassetta all’immancabile smartphone.

La frase topica del film è la risposta data dal protagonista alla giovane nipote, quando fatica a godersi il presente e lo zio le ricorda sorridendo “Un’altra volta è un’altra volta, adesso è adesso”.

Uno dei maggiori problemi legati alla pace”, afferma Wenders, “è che i nostri paesi e le nostre economie sono dipendenti dalla crescita. La crescita crea guerre. E a questo punto entra prepotentemente in gioco l’altra lezione che il film ci dà, seppure indirettamente. Un servizio pubblico come i bagni che diventa esercizio colto di architettura, con la creazione di spazi iperfunzionanti, attraenti, inclusivi, giocosi… Micro architetture a servizio della comunità, come tasselli preziosi di un racconto urbano distratto, intermezzi che generosamente (come ogni architettura che si rispetti dovrebbe fare) rendono lo scorrere delle giornate gradevole e funzionale per tutti.

L'Anno Scorso a Marienbad: Memoria e Amore

In L'anno scorso a Marienbad, il protagonista del film implora la sua amata, sposata con un altro uomo, affinché ricordi la stagione trascorsa assieme nella località termale, esortandola a mantenere la promessa di fuggire con lui, abbandonando il marito. Perché in un’estetica della memoria, i tempi sono prima esposti, poi rievocati e di nuovo organizzati. Un’armonia dell’imperfezione, quindi.

L’amore, nel ricordo, diviene assolutamente sublime, come nelle terme boeme, dove gli effetti di quelle acque dovettero davvero allietare il cuore, oltre a ritemprare lo spirito ed il fisico. Come accadde a Johann Wolfgang von Goethe, che vi passò circa venti estati e, due anni prima di morire, perse la testa per Ulricke, una fanciulla di 16 anni che avrebbe voluto sposare. E la fama della fabbrica del benessere arrivò fino negli States, visto che un faceto Mark Twain, arrivò a Marienbad nel 1892, per conto del giornale per cui scriveva, il Chicago Daily Tribune. Ecco che la trama de La scorsa estate a Marienbad appare ricca di crepe preziose, tutte unite da una visibile e sconcertante saldatura, un monumento prezioso all’amore che non possiede temporalità.

Il Bagno ed il Boudoir della Regina Maria Carolina

Il Bagno ed il Boudoir sono composti da Stanza da Lavoro, Bagno, Guardaroba e Stanza da Toletta. Sono uno scrigno dell'arte rococò.

Il bagno ed il Boudoir della Regina Maria Carolina, situati accanto la Stanza da Letto furono voluti dalla Regina Maria Carolina d’Austria, e realizzati dall’architetto Carlo Vanvitelli. Sono composti da cinque stanze: stanza da lavoro; stanza della vasca da bagno; stanza del wc; stanza da toletta (detta Stanza degli Stucchi); guardaroba.

Queste sale non erano solo usate per la toletta ed il bagno, ma anche per il ricamo, il disegno, lo studio della musica, etc., e sono un trionfo dello stile Rococò, e gli arredi sono di diverso stile Rococò e Neoclassico. Gli specchi di Murano, di enormi dimensioni e perciò costosissimi all’epoca (erano uno status symbol) furono acquistati dal maestro Briati di Venezia attraverso la collaborazione tra il Maggiordomo Maggiore il Principe di Francavilla e l’ambasciatore a Venezia, Conte Giuseppe Finocchietti.

Tali Sale volute dalla Regina Maria Carolina, esprimono tutto il gusto Rococò per la cura delle bellezza femminile e, probabilmente, nacquero ispirandosi al famoso Salottino di Porcellana in Portici (ora nel Museo di Capodimonte), creato da Giuseppe Gricci e voluto dalla precedente Regina, Maria Amalia di Sassonia.

Stanza da Lavoro della Regina

La Stanza da Lavoro della Regina è un trionfo di specchi di Murano. Ha, infatti, le pareti rivestite di seta gialla con cornici di specchi ed applicazioni dorate eseguite da Gennaro Fiore. Perfino il soffitto è dotato di specchi.

Il Bagno della Regina

Il bagno non è attualmente aperto al pubblico per motivi di salvaguardia dello stesso. Il Bagno nel Boudoir della Regina Maria Carolina si compone di due stanze principali: la Sala della Vasca da Bagno e la Sala del WC. Il progetto è di Carlo Vanvitelli, compresi gli arredi, le applicazioni sono in piombo dorato ad opera di Gennaro Fiore, mentre le dorature sono di Bartolomeo di Natale.

La Regina Maria Carolina, così come la Regina Maria Antonietta di Francia, erano figlie di Maria Teresa D’Austria, ed entrambe vollero avere un bagno completo nel loro palazzo con acqua corrente, bidet e wc con scarico fognario, una vera e propria eccezione all’epoca.

Il Gabinetto degli Stucchi

Si tratta della Sala da Toletta della Regina (detta Sala degli Stucchi), il luogo in cui, assistita dalle dame di compagnia, soleva farsi bella. Il talento di Carlo Vanvitelli progettò una sala che, pur mantenendo una leggiadria Rococò, la stempera all’interno di riquadri e fasce decorative che alludono ad un’estetica di tipo classico.

Il Boom Economico Italiano e il Cinema

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, l’Italia è protagonista di una radicale trasformazione economica, sociale e culturale. Il cinema, fino a quel momento principale «agente» dell’industria culturale, comincia a cedere il passo alla televisione. Si sta trasformando, pur se lentamente, in un testimone (o una spia) dei tempi che cambiano. Un sismografo. Un “occhio” che registra gli avvenimenti “come accadono”.

La dolce vita mette in scena un’epoca, caratterizzata dalla «gioia di vivere e la paura del futuro, il piacere del sesso e l’orrore del peccato, la decadenza della nobiltà e lo smarrimento degli intellettuali». È l’Italia del miracolo economico «ricca, felice, corrotta e disperata». Rocco e i suoi fratelli è un resoconto del dramma dell’emigrazione interna innescata dal boom. Antonioni in L’avventura indaga sul disagio di coloro che, invece, dovrebbero essere beneficiati dal miracolo economico.

Il Giudizio Universale e la Televisione

Il film reca - com’è ovvio - i segni dell’epoca, ma soprattutto, dal nostro punto di vista, mette in scena la televisione: specchio e agente della modernizzazione del Paese. E non è chi non veda che la frantumazione del racconto in sketches rimanda ai modi del piccolo schermo.

In un altro episodio, che ha luogo nell’abitazione di una coppia di “nuovi ricchi”, che ostentano i segni della loro ascesa economica, la televisione è un punto focale. La prima volta che appare, si sta discutendo del giudizio universale, annunciato da una voce stentorea e misteriosa, qualcuno esorta: «Venite! Venite! C’è la televisione!». Sullo schermo l’icona Mike Bongiorno, nella parte di se stesso.

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