L'antico santuario ed oracolo di Zeus era situato sul lato occidentale del Peloponneso, nella parte meridionale dell'Elide, tra il fiume Alfeo e il torrente Cladeo.
Grazie ai giochi olimpici (τὰ ᾿Ολυμπία) cui partecipavano greci di ogni stirpe, il santuario assurse ad un'importanza panellenica.
La località era denominata dai greci "Altis", come ci è testimoniato in primo luogo da Pindaro (Ol., x, 55).
Il Mito di Olimpia
Tra le innumerevoli leggende collegate alla località di Olimpia, e intorno alle quali si discute fin dall'antichità, due sono particolarmente significative: la saga di Pelope e l'istituzione dei giochi olimpici ad opera di Eracle.
Queste leggende rispecchiano una duplice stratificazione, l'una pre-greco-micenea e l'altra greca storica.
Pelope
Il re di Pisa, Enomao, aveva promesso in sposa la figlia Ippodamia al pretendente che lo avesse vinto nella gara della quadriga.
La fanciulla doveva partecipare alla gara sul cocchio del giovane; il percorso si estendeva da Pisa nella valle dell'Alfeo fino all'altare di Posidone sull'Istmo.
Il pretendente aveva il diritto di partire per primo, mentre Enomao saliva sul carro, trainato da cavalli divini, soltanto dopo aver sacrificato all'altare di Zeus Arèios.
Quando il re raggiungeva il giovane aveva il diritto, secondo le regole della gara, di trafiggerlo da dietro con la spada.
Enomao aveva vinto in questo modo tredici o diciotto pretendenti, quando apparve Pelope, figlio del re Tantalo, e chiese anch'egli la mano di Ippodamia.
Posidone gli aveva fatto dono di cavalli alati, dotati di forze soprannaturali, e con il loro aiuto il giovane sconfisse Enomao.
Questi si diede egli stesso la morte, oppure, secondo un'altra versione del mito, perì per il tradimento del suo auriga Mirtilo.
Pelope divenne re di Pisa.
Il suo monumento sepolcrale, il Pelopion, era situato nel centro del futuro santuario di Zeus e diventò il punto di partenza delle gare con la quadriga, i giochi funebri per il re morto.
Eracle
Secondo Pindaro e altre fonti antiche Eracle sarebbe il fondatore dei giochi olimpici, e li avrebbe istituiti nel santuario di Zeus in onore di Pelope.
Il dio portò con sé dal paese degli Iperborei anche il sacro olivo di Zeus e si incoronò, quale primo vincitore, con un ramo di quest'albero.
La Storia di Olimpia
Età del Bronzo (Inizio del II Millennio a.C.)
Sulle origini di Olimpia né i miti, di difficile interpretazione, né le fonti storiche tramandano notizie univoche.
Per questo rimangono estremamente incolori le interpretazioni archeologiche delle fondamenta di case e di costruzioni dell'Età del Bronzo e delle tombe ad esse attinenti, che furono scoperte nel centro dell'Altis.
Attualmente è ancora incerto se si potrà mai arrivare a riconoscere nelle rovine dell'età più antica uno "stabilimento dell' inizio del Il millennio", che verosimilmente aveva il nome pre-ellenico di "Pisa", e se si potranno individuare rapporti con il santuario più recente, secondo l'ipotesi formulata soprattutto dal Dörpfeld.
Si tratta di varie case absidate, della lunghezza di 11-12 m; l'apertura delle porte è orientata in direzione della collina di Kronos.
Dato che uno spesso strato sabbioso privo di ritrovamenti archeologici, e originato senza dubbio dalle inondazioni del fiume e da frane, separa queste prime costruzioni dagli stabilimenti del periodo successivo, non si può assolutamente pensare - dal punto di vista archeologico - ad una qualsiasi relazione con il santuario posteriore.
Ma, ad onta di simili catastrofi naturali, certe tradizioni possono rimaner salde in una località.
Età Micenea (Fine del II Millennio a.C.)
Gli scavi più recenti hanno provato, in modo sempre più evidente, che la consapevolezza storica dei Greci e il ricordo di personalità e istituzioni risalgono fino all' età micenea, l'età degli Achei.
Così è indubbio che nei miti di Pelope ed Enomao, e nelle narrazioni sull'immigrazione degli Etoli nell'Elide sotto la guida di Oxylos, si rispecchiano avvenimenti dell'età micenea.
Così nel Pelopion, in età greca heròon del re Pelope, si può individuare il nucleo miceneo del futuro santuario di Zeus, che a questa epoca ha già certamente ricevuto il nome di "Olimpio".
Bisogna però tener presente che un unico frammento miceneo, tratto dalle stratificazioni inferiori nelle adiacenze del Pelopion, documenta, dal punto di vista archeologico, l'età micenea in questa località.
Ma centri e installazioni micenee erano già stati rinvenuti a distanza più o o meno grande da O., e, negli ultimi anni, nuovi ritrovamenti hanno completato il quadro dell'età micenea.
Oltre al Pelopion è esistito durante tutta l'antichità un secondo heròon, dedicato ad Ippodamia, che deve risalire egualmente all'età micenea.
Età Protogeometrica (XI e X Sec. a.C.)
Non è stato possibile finora documentare costruzioni che risalgano ai primi secoli dell'arte greca.
Si deve però supporre che il Pelopion e l'Hippodameion abbiano continuato a sussistere nella loro forma di heròon.
Almeno fino all'età protogeometrica deve risalire la colonna di legno che Pausania aveva visto ancora nel Il sec. d. C. (Paus., v, 14, 7 e 20, 6) e la cui iscrizione, fissata su una tavola di bronzo, la designava come ultima colonna della casa di Enomao distrutta dal fulmine di Zeus.
Essa sorgeva nel mezzo del santuario di Zeus, legata accuratamente con strisce di metallo e protetta da un baldacchino sorretto da quattro colonne.
È legittimo formulare l'ipotesi che si tratti in questo caso di una di quelle colonne che furono oggetto di culto nella prima antichità, più facilmente individuabili in altre località della Grecia; si potrebbe trattare, anche, dell'antico simulacro di Zeus, il cui significato originario è, in tempi successivi, caduto in oblio.
Pausania (v, 20,7) riferisce il testo dell'iscrizione.
Questa interpretazione della colonna di Enomao è appoggiata dall'analogia di casi molto vicini, come possono essere il monoptero, antico simulacro dell'Hera di Samo (H. Schleif, in Ath. Mitt., lviii, 1933, p. 216), e la colonna lignea inghirlandata d'edera sulla rocca Cadmea di Tebe, che anticamente era stata venerata come Dioniso stesso (Paus., ix, 12, 4).
Il sacro olivo kallistéphanos già doveva esistere in questo periodo, e proprio adesso deve aver avuto luogo la fondazione degli altari.
Come doni votivi si trovano i più antichi tripodi di bronzo (F. Willemsen, Dreifusskessel von Olympia, in Olympische Forschungen, iii, 1957, p. 166 ss.), che Omero (Il., xi, 698 ss.) descrive quali premi per la vittoria nella gara olimpica dei carri.
Tra i ritrovamenti minori bisogna segnalare oggetti votivi di bronzo e di terracotta, raffiguranti figure umane, tori e cavalli.
Particolarmente significativi per la storia del culto sono i piccoli carri votivi in bronzo, che sono stati rinvenuti ad O. in quantità sorprendentemente considerevole.
Questi doni votivi raffiguranti aurighi sulle bighe, occasionalmente anche due figure in piedi, una accanto all'altra, nella cassa del carro, vengono prodotti fino all'età protogeometrica (nel corso del IX sec.), e non se ne hanno più esempî dopo la data di fondazione dei giochi olimpici greci (776 a. C.).
Età Geometrica (IX e VIII Sec. a.C.)
L'unica traccia di costruzione che si possa presumibilmente attribuire all'età geometrica è il basamento in pietra grezza sotto il Prytaneion arcaico.
La sua forma lenticolare o romboide è difficilmente spiegabile, forse perché complicata da sovrastrutture più tarde; a prima vista si può interpretare come un altare.
La datazione è fornita dall'unico ritrovamento che appartenga a questi residui, una statuetta in bronzo, un essere fantastico con duplice testa bovina e lunghe gambe; forse abbiamo davanti a noi la costruzione che precedette l'altare di Hestia che Pausania vide nel Prytaneion.
L'avvenimento principale di quest'epoca è l'"istituzione" dei giochi olimpici, che, conformemente alla tradizione greca, ebbe luogo nel 776.
Il re dell'Elide, Ifito, strinse un accordo con il re di Sparta, Licurgo, per definire le modalità dello svolgimento degli agoni, e il modo in cui i pellegrini diretti ad O. potessero arrivare a destinazione senza pericolo, attraversando paesi in continua lotta l'uno contro l'altro.
Con il riconoscimento della pace divina, della ekecheirìa, che garantiva un salvacondotto a tutti coloro che partecipavano alla festa, era assicurato il significato di O. quale santuario e arena panellenici.
Nell'Heraion veniva conservato (e Pausania nel Il sec. d. C. lo menziona ancora) un disco di bronzo, sul quale era inciso, in una scrittura a forma di spirale, questo documento, letto e attestato da Aristotele nel IV sec. a.
Il mito dell'istituzione delle gare viene nuovamente rielaborato: è adesso che si considera Eracle, l'eroe delle stirpi doriche, il vero fondatore dei giochi, colui che li aveva istituiti come giochi funebri per Pelope, in onore di Zeus.
Eracle piantò anche l'olivo selvaggio e si incoronò, quale primo vincitore, con un ramo di quest'albero.
Contrariamente alle tradizioni micenee, che, come si può desumere dai carri votivi, avevano continuato a sussistere, ora, secondo il nuovo regolamento di Ifito, non hanno più luogo le gare dei carri, ma si svolge un'unica gara, quella della semplice corsa dello stadio.
Il primo vincitore fu Koroibos, dal quale prese nome l'olimpiade; durante tutta l'antichità sarà il vincitore di questa gara a dare di volta in volta il suo nome all'olimpiade.
Anche in questi secoli furono deposti sugli altari innumerevoli doni votivi dei quali si è conservata una quantità rilevante di bronzi.
I pezzi più importanti sono i lebeti, con anse e gambe riccamente decorate e, a volte, con ornamenti plastici di figute umane e di animali.
I guerrieri armati, accanto ai loro cavalli, rispecchiano il mondo della nobiltà cavalleresca, che appare qui come sui vasi in terracotta attico-geometrici.
Raramente vengono rappresentate figure femminili.
Tra le piccole statuette votive si trovano ancora gli esemplari più tardi di aurighi, che possono essere attribuiti al IX sec. e che, rispetto ai primi esemplari dell'arte protogeometrica, sembrano addirittura "naturalistici".
Alla fine di questo periodo appaiono nell'arte le prime figure mitologiche, ad esempio Eracle con un centauro, ma non ancora rappresentazioni divine.
Per contro, molto abbondanti, particolarmente nel corso dell'VIII sec., sono le raffigurazioni del mondo animale, che superano di gran lunga quelle umane: prima di tutto, per la loro quantità e qualità, bisogna menzionare le statuette di cavalli, poi i tori, gli arieti, i galli, gli uccelli, gli insetti e, inoltre, gruppi di animali e gruppi di caccia.
Età Arcaica (VII-VI Sec. a.C.)
Coll'importanza sempre crescente di O. ha ora inizio la sistemazione architettonica dell'Altis.
La più antica costruzione templare, a nostra conoscenza, è l'Heraion, datato circa alla metà del VII sec., la cui fondazione fu attribuita agli abitanti di Scillunte.
Rimane naturalmente aperto il problema della possibile esistenza di più antiche fasi di costruzione, che a noi non è possibile documentare.
Alla fine dell'età geometrica gli antichi simulacri di culto, abbandonata la primitiva forma di travi, di colonne o di assi, acquistano forma umana.
All'origine di questa evoluzione sono le rappresentazioni, di cui possiamo avere un'idea grazie a Omero, e certo anche gli influssi dell'Oriente ricco di immagini, con il quale si erano avviate relazioni più strette, devono aver avuto un ruolo in questo processo.
Nel corso del VI sec. viene eretta sulla terrazza a N la maggior parte dei cosiddetti tesori, offerti da città straniere; vi si aggiungono il Prytaneion e il Bouleutèrion, edifici ormai necessari all'amministrazione pubblica.
In questo periodo si crea il primo impianto dello stadio, la cui mèta è situata vicino al centro dell'Altis, ossia presso l'altare di Zeus; il Pelopion viene trasformato.
Intorno al 570 viene ricostruito con maggior splendore anche l'Heraion, e gli viene aggiunta anche una perìstasis, in un primo momento, a dire il vero, di modeste colonne lignee.
L'età arcaica era splendida in doni votivi, che riempivano il santuario e le sue costruzioni in numero e dimensioni rilevanti.
Nel VII sec. i doni più frequenti erano grossi lebeti, spesso di grandezza monumentale, adorni di protomi di grifi apotropaici.
Nulla si è conservato in O. I doni votivi e i simulacri divini del VI sec. ci sono noti solo dalle fonti letterarie.
Una monumentale testa femminile in calcare, che viene ancora spesso considerata un frammento del simulacro di Hera, doveva più verosimilmente appartenere ad un insieme architettonico.
Una idea della grande scultura perduta ci può essere data dalle statuette di bronzo conservate, koùroi, guerrieri, figure femminili, statuette di Zeus.
Tra i doni votivi si annoverano anche vasi e altri utensili di uso comune, dato che non c'erano limiti di sorta alla varietà degli oggetti che si potevano dedicare alla divinità.
Età Classica (V-IV Sec. a.C.)
L'età classica è il periodo di maggior gloria per i giochi olimpici: nell'Altis vengono innalzati gli edifici più importanti, in cui confluiscono opere d'arte di sommo valore.
Tra il 471 e il 456 viene costruito il tempio di Zeus, secondo il progetto dell'architetto Libon di Elide, e più tardi vi sarà collocato il simulacro del dio, opera di Fidia.
Per la creazione di questa statua di Zeus, un colosso crisoelefantino di 12 m di altezza, Fidia installò ad O dell'Altis un'officina propria, su solide fondazioni, in pietra squadrata, le cui dimensioni erano identiche a quelle della cella del tempio.
Gli ultimi posti liberi sulla terrazza dei thesauròi vengono occupati, e il Pelopion viene dotato di un nuovo pròpybn.
Il modesto stadio arcaico che risaliva alla metà del V sec. è sostituito da un nuovo stadio monumentale, reso indispensabile dall'aumentata attività delle gare.
Nel corso del IV sec. possiamo registrare la più ampia attività costruttiva di tutta l'antichità: l'aspetto dell'Altis ne risultò radicalmente modificato.
È ben vero che si innalzò, all'inizio del secolo, soltanto un tempio, quello della madre degli dèi Meter; si potrebbe dire, anzi, un tempietto, dato che è il più piccolo dei tre templi di Olimpia.
Ma quello che mutò definitivamente l'aspetto dell'Altis fu la costruzione dei portici colonnati, che ora diventano consueti qui, come nel resto della Grecia, con le loro lunghe facciate, forse non sempre dotate di un accento particolare.
L'edificio che sorgeva a S-O, la cui identificazione non è del tutto sicura, il portico di Eco, che gli si ricollegava verso N, ed era pensato come la chiusura dell'Altis a E, il portico meridionale, che certamente era l'edificio adibito alle accoglienze ufficiali, e il portico di fronte al Bouleutèrion, costruiti tutti nel corso del IV sec., determinano d'ora in poi l'aspetto del santuario.
Dopo la battaglia di Cheronea, 338, Filippo di Macedonia fa erigere, ultimo dei thesauròi, il Phih.
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