Nel Borgo di Santa Lucia vivevano i “luciani”, che esercitavano le “arti di mare” per circa l’80%. Era una sorta di “corpo sociale a se stante”, isolato dalla città fino al 1620, composto da abili pescatori soprattutto di polpo o cefali: pescavano nelle acque di Castel dell’Ovo e nel Golfo con le barchette su cui era montata la lampara, usando il «lanzaturo», cioè la fiocina. Vi erano anche abili sommozzatori che pescavano in apnea e marinai che possedevano delle feluche utilizzate sia per la pesca che per il commercio.
Nel 1576 avevano eretto la chiesa di Santa Maria della Catena in cui nel 1708 avevano eretto un “Monte di Padroni di felluche e marinai” insieme ai pescatori ed ai pescivendoli.
La vendita del pescato era regolata da rigide norme: i parsonali, o capi paranza, incettatori di pesce sul mercato, davano degli anticipi ai padroni delle barche da pesca chiamate gozzi o feluche. I capiparanza stipulavano un contratto con i pescivendoli che dovevano pagare quanto stabilito in contanti ogni fine settimana.
La durata del contratto variava da uno a tre anni, durante i quali il “parsonale” si impegnava a mandare le sue barche a ritirare il pesce in un luogo scelto dal pescatore, a pagargli ogni anno 100 ducati come regalia e a concedergli di poter pescare per il proprio profitto per due o tre mesi all’anno senza consegnare il pesce. I pescatori poi dividevano il prodotto della pesca in 12 parti, la metà per loro e il resto diviso tra le persone dell’equipaggio.
Inoltre, i capiparanza esigevano altri diritti, tra cui uno per la mediazione tra i padroni e i pescivendoli che andavano in giro a vendere per le vie. Questo sistema, simile a quello usato con gli agricoltori col “contratto alla voce”, era strettamente legato a quello delle assise per cui il guadagno era appannaggio dei “capiparanza” o “parsonali” che prestavano il denaro per l’acquisto della barca e degli attrezzi della barca e generava un’enorme miseria tra i pescatori.
Da metà ‘700, nell’ambito delle teorie mercantilistiche, si cominciò ad analizzare anche questo ramo dell’economia. Verso il 1770 il ministro Giovan Battista Jannucci nel suo inedito trattato notava che solo in Napoli e in Taranto vi era una fiorente attività peschereccia, auspicando un incremento di tale attività per tutto il regno e un miglioramento delle tecniche di salagione, anche per poter diminuire le importazioni dall’estero di pesce salato per pareggiare il bilancio.
Infine negli anni Novanta Giuseppe Maria Galanti osservava: «la pesca si potrebbe accrescere [ma] si trascura di salare molti pesci per l’alto prezzo de’ sali»: egli ricordava che «i soli Napoletani e Tarantini sono gran pescatori … [visto che] la pesca nelli luoghi del regno è oppressa da vessazioni de’ proprietari».
Una descrizione delle malversazioni compiute dai capiparanza, o pescivendoli, è stata raccontata da Onofrio Galeota, un erudito “poeta e filosofo napoletano”, nato nel 1732, autore di molti opuscoli conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Per riorganizzare il sistema di vendita del pescato sulla scorta delle dottrine liberistiche del tempo, il 25 ottobre 1788 il Tribunale di San Lorenzo abolì l’assisa del pesce concedendone la “libertà del commercio” a tutti indistintamente.
La libertà del commercio del pesce migliorò le condizioni di vita dei pescatori, il ceto più povero. Uno dei punti di forza di questa abolizione, sottolineato dal Pagano, era che bisognava mutare l’antico sistema e favorire la salagione del pescato, con la quale gli olandesi, i danesi e gli scandinavi si erano arricchiti, salando il baccalà e lo stoccafisso di cui i napoletani si cibavano nelle date prescritte dal calendario liturgico.
Ma un cambiamento si ebbe solo dal 1806, quando fu promulgata la legge eversiva della feudalità e con essa tutti i diritti gravanti sulla popolazione, tra cui quelli “di mare” e sulla vendita del pescato. Da quel momento l’attività peschereccia ebbe un certo incremento, come si evince dalla Statistica Murattiana del 1811, in cui si registra un aumento dei marinai e pescatori.
I luciani nel corso dei secoli erano passati dalla pesca di sussistenza ad una pesca “speciale”, imprenditoriale, la pesca a strascico, usata in tutto il Mediterraneo, detta alla “gaetana”, perché molto usata dai pescatori di Gaeta. Per effettuarla occorreva un ricco capitale per costruire ed equipaggiare le imbarcazioni, paranze e paranzelle, di grosso tonnellaggio, che navigavano in coppia trascinando una grande rete sciabica, a sacco, proibita da fine Settecento in alcuni periodi dell’anno perché distruggeva la fetazione delle specie ittiche, in modo da permettere il ripopolamento.
I luciani, insieme ai pescatori del Mercato e delle principali comunità marine del golfo, Gaeta, Pozzuoli, Resina, Sorrento, e delle isole di Procida e Ischia, praticavano in modo quasi “industriale” questa pesca utilizzata per il rifornimento della Capitale.
Dagli anni ‘30 gli stessi capiparanza luciani utilizzavano la loro flottiglia di paranze anche per la pesca nei mari di Capri con la rete “chiusarana”, affittata da sola o anche con la tonnara: in questo sistema di pesca si impiegavano dei particolari tipi di erba e frutti velenosi che stordivano i pesci e ne permettevano una più facile cattura, proibito in epoca francese perché rovinava la tipica pesca delle aguglie capresi.
Nel corso dell’Ottocento il borgo di Santa Lucia divenne il luogo di eccellenza per degustare ogni specie ittica, frequentato anche dai numerosi viaggiatori stranieri, che potevano ammirare l’incantevole scenario del golfo partenopeo lambito dal mare che si infrangeva sugli scogli del vicino Castel dell’Ovo, lungo la spiaggia del Chiatamone.
Vi erano innumerevoli «bancarelle di ostricari» (venditori di ostriche del Fusaro) e di frutti di mare pescati nel Golfo), di «ancinari» (venditori di «ancini» cioè ricci di mare) e popolane che cuocevano in grosse caldaie i polpi lessi, per antonomasia il cibo dei poveri, definito da Alexandre Dumas «le règal de Napolitains», venduto in inverno col brodo bollente, con cui i poveri potevano riscaldarsi. invece gli «acquaiuoli» offrivano «acqua ferrata» (acqua minerale) che sgorgava dalla fonte del Chiatamone.
Nella Guida del 1826 Giovan Battista De Ferrari descriveva il borgo come «luogo nobilissimo, tanto per la sua deliziosa posizione sul golfo, …quanto perché nell’estate vi concorrono di sera e di notte … e lungo la …spiaggia si sogliono ergere di dopo pranzo molte botteghe di legno nelle quali si vendono frutti di mare, e pesce squisito».
«… sopra uno spazio di circa trecento passi stanno esposte delle picciole tavole e su quelle le ostriche e i frutti di mare, che tanto abbondano su questa spiaggia, e quei bellissimi testacei sono artificiosamente posti entro cestelli piani, decorati di musco marino. Le ostriche del Fusaro stanno dentro secchi pieni di acqua di mare, e fra tanti testacei deesi onorare il cannolicchio, genere il più venduto, il tartufo dal guscio bianco, il vongolo dalle valvole rosse, la patella reale dal guscio madreperla, la spuma marina e l’ostrica rossa.
Re Ferdinando amava molto i luciani, ritenuti i migliori, che gli avevano insegnato i loro segreti, applicati nelle sue battute di pesca. Così l’ultima domenica di agosto veniva allestita una fantasmagorica festa nel rione dei luciani in onore della Madonna della Catena, un anticipo di Piedigrotta, la Nzegna, dal verbo napoletano ingignare, cioè inaugurare.
La festa era aperta dal corteo reale, con la carrozza del re e della regina e le altre dei nobili, che si dirigeva alla spiaggia, attorniato dai popolani che ingignavano (inauguravano) vestiti nuovi e tra musiche, canti e danze arrivavano alla riva e si gettavano a mare. Era una festa religiosa, come quella di Piedigrotta, ma conservava tutti i tratti pagani. Re Ferdinando, «O’ maste ‘e fest» (il capo della festa), dopo la sua morte fu sostituito da un popolano che in abiti regali insieme ad una regina dava inizio alla festa.
Dalla fine del Settecento a Napoli si sviluppò la “moda dei bagni” praticata da sir William Hamilton, ambasciatore inglese, e dallo stesso re Ferdinando, che amava “natare” nello specchio d’acqua del Molosiglio (oggi sede della Lega Navale e del Circolo Canottieri, fondato nel 1914). Dai primi dell’Ottocento, in epoca francese, in estate venivano date licenze ai “bagnaiuoli” per costruire camerini di legno, licenza concessa da re Ferdinando anche dopo La Restaurazione (1815).
Lungo la spiaggia di Santa Lucia in quel periodo se ne contavano una decina, da cui il Comune ricavava un diritto di “palmaggio” (in base all’estensione dello “stabilimento”) che rendeva 170 ducati annui. Ma spesso nascevano controversie con i pescatori, che non riuscivano più a distendere le reti.
Con l’incremento del turismo borghese la costruzione dei camerini venne regolamentata e affidata ad architetti di nomina regia per ottenere dei luoghi ben separati tra la popolazione maschile e quella femminile e furono emanati dei regolamenti per la gestione degli stabilimenti. Nello stesso periodo cominciarono ad essere costruiti eleganti alberghi, come l’Hotel de Rome, che aveva una propria discesa a mare, preferito dai cittadini britannici, e l’Hotel des Etrangeres al Chiatamone.
Anche la famiglia reale aveva un “casino di delizie” all’inizio di via Santa Lucia, l’antica villa di Michele Imperiali, Principe di Francavilla, sita di fronte al Castel dell’Ovo, incamerata dalla regia corte dopo la morte del principe (1782). Il “casino” era molto amato dalla regina Maria Carolina che lo aveva fatto raffigurare in una “gelatiera” del “Servizio dell’Oca” utilizzato per imbandire la tavola reale eseguito nella Real Fabbrica di Capodimonte tra il 1793 e il 1795.
Nel corso dell’Ottocento re Ferdinando, per rendere ancor più gradevoli i soggiorni balneari della famiglia reale, aveva fatto ampliare e abbellire l’edificio con costruzioni in stile neoclassico, con terrazze prospicienti il Castel dell’Ovo e con un edificio fornito di comode vasche per i bagni. L’immobile era immerso nel verde del boschetto di lecci (luogo in cui fu poi edificata via Chiatamone) ricco di statue, a cui faceva da sfondo il panorama del golfo. Per dare sicurezza all’approdo il caffeàus fu sacrificato ma con l’aggiunta di un molo parallelo si ebbe un porticciolo.
Dopo l’Unità si sviluppò il concetto del “tempo libero”, del “leisure time”, che separava il tempo del lavoro da quello dello svago, per cui fasce sempre più ampie della borghesia entravano nella sfera dell’“ozio organizzato”, fino ad allora appannaggio dei nobili aristocratici che avevano dato vita al Grand Tour.
La città partenopea, pur avendo perso il ruolo di capitale, era ancora meta dei viaggiatori stranieri, attratti dal mitico paesaggio, ben presente nell’immaginario collettivo, e dalla salubrità dell’aria. La moda della balneazione, iniziata come attività terapeutica, divenne una abitudine consolidata anche per le donne, che sfoggiavano eleganti costumini necessari per le evoluzioni natatorie.
Un albergo elegante era l’Hotel Washington - Hassler, sorto dopo l’Unità nell’antica villa appartenuta alla famiglia reale. L’edificio era stato ceduto nel 1860 da Garibaldi ad Alexandre Dumas che vi aveva creato la sede del giornale L’Indipendente. Pochi anni dopo fu acquistato dalla famiglia Washington e trasformato in un hotel di lusso, destinato a illustri viaggiatori come Ferdinand Gregorovius, che vi soggiornò nel 1864, prediletto dai viaggiatori americani.
Quando iniziò la costruzione del futuro lungomare l’edificio non si trovò più in riva al mare ma sul marciapiede; mantenne comunque il suo status di hotel di lusso anche dopo il 1899, quando fu acquistato da Alberto Hassler. Negli anni Venti del Novecento il giardino fu distrutto per dare luogo a via Chiatamone mentre l’edificio veniva usato per il “Regio Istituto Superiore di Scienze Economiche”, istituito nel 1920, la futura Facoltà di Economia e Commercio.
Uno degli stabilimenti termali più à la page era quello dei “Bagni del Chiatamone” diretto dal medico Domenico Franco, collegato all’Hotel du Chiatamone (odierno Grand Hotel Vesuvio), aperto nel 1882 dal barone Oscar du Mesnil.
Ancora nella prima metà dell’Ottocento alla “Pietra del pesce” si svolgeva un ricco mercato ittico ma le specialità, frutti di mare, mitili, vongole, ostriche, polipi lessi, si potevano gustare nelle numerose bancarelle e nelle trattorie disseminate per il rione, che reclamizzavano anche la cucina inglese e francese, destinata ai numerosi viaggiatori stranieri. Qui ogni cosa rievocava il mare, gli odori, i suoni degli uomini e delle cose, le reti stese ad asciugare al sole.
In questo “mare del popolo”, come lo definiva la giornalista Matilde Serao a fine Ottocento, un mare popoloso e popolare, fin dall’inizio del secolo si era cominciata a sviluppare la balneazione, per cui in estate «si costruivano de’ camerini sul mare per uso de’ bagni». Poi vennero allestiti eleganti stabilimenti balneari come l’Eldorado Lucia e numerosi alberghi di lusso.
A fine Ottocento, dopo il “Risanamento” della città, i pescatori luciani furono trasferiti al Borgo Marinaro, sull’isolotto del Castel dell’Ovo, mentre veniva aperta la nuova via Caracciolo, sull’antica spiaggia. Così il borgo dei luciani sparì per dar vita a una nuova città di loisir. Ma lasciò un ricordo indelebile nella celebre canzone Santa Lucia (in napoletano Lo varcaiuolo di Santa Lucia) scritta da Tedoro Cottrau e pubblicata come barcarola nel 1850, resa celebre ai primi del Novecento nella versione di Enrico Caruso.
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