Se è vero che l’acqua che scorre torna sul proprio cammino, la conoscenza delle divagazioni degli alvei, delle progettualità e degli interventi idraulici, delle logiche e necessità che guidarono le scelte di comunità, governi e proprietari è fondamentale non solo per gli studi accademici ma anche per la costruzione di una relazione sostenibile con il territorio e con le trasformazioni da cui è oggi investito.
Il volume che si presenta è il secondo di un’opera tripartita - Acque di Terraferma - che si pone come restituzione pubblica degli esiti scientifici discesi dalla collaborazione tra Regione Veneto e Università di Verona seguita all’alluvione che ha interessato il Veneto nell’autunno del 2010. Il lettore, attraverso riflessioni di ambito geografico, archeologico e tecnico, viene condotto a comprendere l’evoluzione delle regioni del Padovano interessate da alcune delle opere di difesa idraulica pianificate all’indomani dell’alluvione di Ognissanti; a riflettere sugli strumenti interpretativi posti alle indagini; a essere informato sullo stato della progettazione e delle opere previste dalla pianificazione regionale per la mitigazione del rischio.
Andrea Rinaldo: Il Premio Nobel dell'Acqua e Venezia
Settant’anni anni, magnificamente portati, veneziano di San Barnaba, oggi giramondo e presidente del prestigioso Istituto Veneto di lettere scienze ed arti. Parliamo di Andrea Rinaldo, premio Nobel dell’acqua, o se preferite “Stockolm Water Prize”. Un riconoscimento scientifico serio, a livello mondiale. “Motore di tutto per me, è stata Venezia, la sua fragilità e il rapporto con l’acqua.
Professor Rinaldo ha in mente la poesia di Lord Byron del 1818: “Ode on Venice”? “Oh Venezia, Venezia! Quando le tue mura di marmo saranno affondate fino al livello delle acque, si leverà un grido delle Nazioni….
Aveva fatto degli studi approfonditi sul turismo e sui residenti. Con l’accesso incondizionato di b&b e locazioni turistiche, se non sbaglio nella seconda giunta Cacciari, ha dato il via ad un fenomeno nazionale che si poteva anche evitare. Ripensare Venezia come una città compiuta. Non si è deciso cosa fare.
“A fine secolo, ovvero tra meno di 75 anni, la città marcirà. Le 15 mila unità abitative saranno a livello d’acqua e le fabbriche murarie decrepite!
“Che Dio lo benedica! Ma purtroppo è un’opera provvisoria. Tra poco tempo verrà sollevato 260 volte all’anno. La laguna sarà una cloaca di acque. Bisogna ripensare ad una città compiuta e da realizzare. Dal 1966 con l’Acqua Granda, sono passati 60 anni, per un’opera solo ora appena adottata.
Analisi Climatiche e Dipinti Storici
Secondo gli studiosi Dario Camuffo, Giovanni Sturaro, che hanno analizzato il cambiamento climatico e gli effetti del gas serra che dipendono dal sistema solare, avevano tempi da ere geologiche. Pensiamo all’estinzione dei dinosauri, spariti dalla terra. Per quanto riguarda Venezia, Camuffo e Sturaro, hanno analizzato i dipinti del Veronese fino a Canaletto e Bellotto.
Nei dipinti settecenteschi, con precisione scientifica, si vedono le rive di oggi, praticamente sommerse. C’è un dipinto ottocentesco della riva in campo San Barnaba, dove sono nato. Si vedono gradini, bianchi e candidi nella loro pietra d’Istria. Otto, nove gradini.
Al cento per cento un effetto antropico. Una volta l’aumento di 4 gradi si registrava una volta su un milione di anni. Oggi i cambiamenti sono folli. Ai primi tempi del Mose la gente mi odiava perché il Mose sembrava un mostro inutile e dannoso. Anzi oggi mancano proprio le idee.
La Fragilità di Venezia e la Necessità di una Visione
La nostra città è il primo esempio di ambiente costruito. Storia di cadute e di ricadute. Oggi manca, quello che io chiamo il patriottismo marciano dei nostri vecchi. Penso al mio vecchio maestro dell’Università di Padova, il professor Augusto Ghetti. Oggi manca una visione sul cosa fare.
Cabalistico. E la legislazione speciale non basta? Quella è del 1973, del secolo scorso. L’ecosistema veneziano. Due ordini di problemi giungevano a maturazione nel corso del Settecento, per quanto atteneva il controllo di ciò che costituiva il cuore dello Stato veneziano, la laguna e il porto realtino, nelle loro interazioni con la fascia costiera (il Dogado) e la Terraferma.
Da un lato cioè la scienza «delle acque» veniva ad arricchirsi dell’apporto e della confluenza di altre prospettive di indagine, quali quelle che concernevano i boschi, le rilevazioni meteorologiche, le precipitazioni, la temperatura, la pressione atmosferica, l’umidità. Dall’altro questo approccio idraulico in senso lato si intrecciava a problemi ambientali più vasti, quali la qualità dell’aria, gli interventi di igiene pubblica, la raccolta delle immondizie, la sicurezza degli abitanti (incendi, terremoti, controllo dell’ordine pubblico), la lotta contro le malattie infettive, le sepolture, la regolamentazione delle produzioni industriali nocive.
Il giudizio storico, seppur largamente positivo sul controllo del territorio da parte della Venezia settecentesca, deve tuttavia tener conto di due aspetti non meno essenziali: la distinzione da farsi tra la situazione quale si registrava nel bacino lagunare propriamente detto da un lato e la Terraferma a ridosso della capitale dall’altro, nonché lo iato tra attività legislativa, molto intensa nello Stato veneziano, e le effettive realizzazioni, talvolta non del tutto conseguenti all’impegno profuso.
Vero è infatti che la deviazione e la regolamentazione dei maggiori fiumi che sfociavano nel bacino lagunare (il Brenta, il Piave, il Sile), con il conseguente rischio di insabbiamenti e impaludamenti, intraprese nel corso del Cinque e Seicento, permettevano ora alle autorità veneziane di guardare con maggiore serenità al raggiunto equilibrio lagunare, funzionale agli interessi economico-marittimi. La centralità della politica lagunare restava evidente nel corso del Settecento.
Uno sviluppo interessante, per quanto insufficientemente studiato, conoscevano certo i canali di navigazione che confluivano a Venezia, dalla quale partivano bisettimanalmente, secondo Carlo Goldoni, cinque barche per cinque destinazioni diverse (Ferrara, Bologna, Modena, Mantova, Firenze). Si intravvedevano i vantaggi economici che si sarebbero potuti ottenere, se si fosse incrementato il traffico portuale lungo l’Oglio, l’Adige, il lago di Garda, il Bacchiglione - vie d’acqua che avrebbero avvicinato le ricche province d’Oltre Mincio a quelle orientali e a Venezia stessa.
D’altro canto l’approccio interdisciplinare alla politica del territorio poteva fondarsi sempre più su rigorose premesse scientifiche, sostenute dagli studi di carattere matematico-sperimentale che venivano condotti nella vicina Università di Padova. Basti ricordare che una cattedra di astronomia e di meteorologia era stata istituita a Padova sin dal 1583 e che la serie di osservazioni meteorologiche (le precipitazioni, le altezze massime e minime della marea, i fenomeni singolari, la pressione atmosferica e la temperatura), raccolte da Bernardino Zendrini a Venezia a partire dal 1727, erano state precedute da quelle raccolte a Padova da Giovanni Poleni alcuni anni prima (dal 1725).
Qui facevano sentire il loro influsso e agivano prepotentemente forze naturali come le correnti marine, il moto ondoso, i fiumi con i loro materiali alluvionali - modellando la costa, ora erodendola ora allargandola - e il vento, che spingeva la sabbia ed erigeva quelle protezioni naturali, le dune, che una volta consolidate dalla vegetazione, rappresentavano una difesa efficace contro l’erosione marina.
Non è un caso che le magistrature veneziane, consapevoli dello stretto rapporto che legava la laguna al cordone terrestre che la cingeva, avessero stabilito sin dal 1562 che tale frangia dovesse estendersi almeno per cinque miglia dalla laguna stessa. Sicuramente fu quello un impegno di grande rilievo sotto il profilo ambientale, mirante a salvaguardare un ecosistema e un’area umida la quale coinvolgeva non solo paludi, barene, specchi lagunari periferici, come quello di Caorle, ma tutta una serie di laghi che si estendevano tra il Piave e il Livenza.
Una funzione non meno essenziale svolgeva il bosco, per quanto concerneva «la protezione del suolo, la regimazione delle acque, la stabilità delle terre acclivi», tutelando l’ambiente e rappresentando al contempo una risorsa economica di non trascurabile importanza. In effetti, sebbene il connubio esistente tra boschi e laguna fosse già stato individuato nel corso del Cinquecento e approfondito nel secolo successivo, allorquando ci si accorse che la deforestazione indiscriminata alterava gli equilibri idraulici dell’intero bacino lagunare non meno dell’apporto detritico dei fiumi, fu solamente nel corso del Settecento che tale rapporto avrebbe conosciuto un indubbio approfondimento.
Quando Paolo Frisi denunciava che a causa di tale pericoloso processo, riflesso a sua volta dell’incremento demografico settecentesco, «le acque piovane trasportano entro gli alvei dei fiumi materie più copiose di quelle che vi arrivavano anticamente», si riferiva a un quadro geografico ben più vasto e ad altre realtà regionali, italiane ed europee.
D’altro canto le scritture di governo e le relazioni dei periti se denunciavano periodicamente come il taglio indiscriminato di migliaia di tronchi, alberi, rami, ingombrando il letto dei fiumi, ne provocasse l’innalzamento del livello a un pur minimo incremento delle precipitazioni, non sembravano in grado di indicare delle efficaci misure per contrastare alla radice un trend siffatto.
E se questa era la situazione quale andava evolvendosi nei bacini idrografici nel loro insieme, non del tutto soddisfacente appariva la politica forestale seguita a ridosso della laguna. Per quanto si fosse stati consapevoli da tempo della necessità di perpetuare il bosco, l’azione legislativa era risultata contraddittoria e vanificata da disposizioni contrastanti, che obbedivano alla necessità di approvvigionarsi di legname e di incrementare le colture agricole.
Ambiente Urbano e Politiche di Governo
Nonostante questi limiti - sul versante dei delicati rapporti tra ambiente lagunare e Terraferma, nell’ambito dei quali l’azione dell’uomo svolgeva una funzione fondamentale e necessaria, al fine di avversare una natura talvolta non meno malefica di tanti dannosi interventi dell’uomo stesso - probabilmente più efficace e originale risultò l’azione di governo per quanto atteneva l’ambiente urbano di per sé, di una città complessa quale fu Venezia.
La Venezia settecentesca era toccata solo marginalmente da questo fenomeno innanzitutto perché era stata costretta da tempo ad allontanare dall’ambito lagunare, e relegare in Terraferma, le manifatture più nocive. In secondo luogo, se alcune aree dello Stato veneziano avevano conosciuto i primi avvii di una «rivoluzione industriale», o alcune forme di attività «protoindustriali», esse erano ben lontane dal territorio veneziano.
La città lagunare appariva dunque, e sarebbe rimasta a lungo, almeno sotto questo profilo, un’oasi felice rispetto alla forte crescita demografica, al rapido inurbamento, alle drammatiche condizioni igienico-sanitarie che le città industriali europee incominciavano a conoscere sul finire del Settecento.
Ovviamente la riflessione storica corre subito alla città di Londra, la quale già un secolo prima appariva, per l’inquinamento dell’aria, una delle città più insopportabili al mondo. Ma non aveva dovuto anche Venezia affrontare il problema sanitario dell’aria, per quanto riferito prevalentemente a un altro contesto, quello lagunare, come ebbe a riflettere il medico Andrea Marini già sul finire del Quattrocento?
Per il resto Venezia aveva condiviso da tempo con le città europee più popolose i problemi che un elevato numero di abitanti provocava e che nel corso del Settecento erano all’ordine del giorno nelle pratiche sanitarie e nelle politiche riformatrici, là dove queste si manifestavano.
Ad ogni modo, per quanto la corrente aerista continuasse ad occupare degli spazi essenziali in Olanda e in Inghilterra, i fenomeni epidemiologici venivano studiati ora in un ambito più largo, che comprendeva sia la qualità del suolo, il clima, le precipitazioni, i focolai pestilenziali che le penurie alimentari.
In Francia almeno, era la stessa disciplina scientifica dell’igiene pubblica che veniva ad essere istituzionalizzata, tra il 1770 e il 1840, grazie all’azione congiunta di scienziati e amministratori pubblici. Il nuovo approccio era da un lato l’espressione diretta del dibattito illuministico sui diritti naturali, nonché sul ruolo svolto dai governi nel preservare e favorire questi stessi diritti, dall’altro rispecchia la fiducia, tutta illuministica, che la società potesse e dovesse essere riformata e amministrata secondo pratiche scientifiche.
Tutto ciò ebbe senz’altro la conseguenza di porre all’ordine del giorno interventi urbani più incisivi quali l’asportazione delle immondizie e del fango dalle pubbliche vie, la pavimentazione delle strade e la pulizia delle stesse, la distribuzione dell’acqua, il risanamento dei cimiteri, l’illuminazione pubblica, l’organizzazione dei mercati, la cura dell’arredo urbano e specialmente dell’edilizia minore, la classificazione degli immobili, in funzione di una precisa tassonomia sociale e destinazione d’uso (abitazioni civili, ma anche sviluppo di un’edilizia turistica e studentesca).
Certo, in tutto questo Venezia non era certo l’ultimo organismo statuale ad intervenire, né essa perdeva il contatto con le innovazioni che si sviluppavano altrove (vedi l’introduzione dell’illuminazione pubblica). In un certo senso Venezia, considerato il suo originalissimo, ma non per questo non problematico, assetto urbanistico, risultava svantaggiata rispetto a città più «comuni». Un esempio forse significativo: la pulizia delle strade e l’allestimento di un sistema fognario.
L’assenza di corsi d’acqua che attraversassero la città rendeva più laboriosa la pulizia delle strade, mentre l’unico sistema fognario possibile a Venezia risultò quello che potesse correlarsi ai canali esistenti. A Venezia tutto risultava più complesso, per quanto nel corso del Settecento la situazione restasse senz’altro sotto controllo.
Come è stato osservato, l’uomo interagisce sempre con due sfere diverse: quella fisica (città e laguna) e quella culturale (assetto sociale e capacità politico-amministrative). I problemi e pericoli di carattere ambientale continuarono in effetti a sollecitare nel corso del Settecento l’intervento delle magistrature.
Del resto la configurazione della città spingeva ad intenderla - come osservava Pompeo G. Tale «casa» andava protetta dagli incendi: lungo il Settecento se ne contarono ben cinquantasette, un po’ in tutta la città. I terremoti, per quanto di non eccezionale gravità, non cessarono per questo di manifestarsi con una certa periodicità: particolarmente grave quello del 10 luglio 1776.
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