Il 27 marzo 1975, Fantozzi arrivava nei cinema italiani, un film che avrebbe dato il via a un’epopea cinematografica capace di imprimersi nella memoria collettiva come il simbolo perfetto della tragicommedia dell’uomo comune. Non a caso lo stesso Paolo Villaggio, geniale demiurgo del grottesco, lo definì “il personaggio più tragico della letteratura italiana”.
Per questo Fantozzi, al secolo, in tutto e per tutto, Paolo Villaggio, è diventato popolare ovunque. Questione di stile (a perdere), di riverenza (a crescere), di classismo (esasperato) e anche di sfiga. Il ragioniere col baschetto abnorme, le maniche della giacca spesso cortissime, i mutandoni bianchi ascellari, è diventato subito, a livello sociale, simbolo della sfortuna.
La Nascita di un Mito
Fantozzi nacque tra le pagine dell’Europeo, dove Villaggio scriveva racconti ispirati alle sue sfortunate esperienze lavorative. Quegli scritti si trasformarono poi nel romanzo Fantozzi (1971), edito da Rizzoli, che ebbe un successo tanto clamoroso quanto disatteso. Da lì alla trasposizione cinematografica, diretta da Luciano Salce, il passo fu breve.
La tradizione orale della Fantozzeide, però, si fa conoscere dal grande pubblico televisivo con un mitico programma della Rai Quelli della domenica che andava in onda alla domenica pomeriggio sul Programma Nazionale (c’era solo quello), dopo la tv dei ragazzi e prima del secondo tempo di una partita di calcio di serie A. Forte della notorietà televisiva, Paolo Villaggio fu ingaggiato dal settimanale L’Europeo che gli chiese di scrivere brevi racconti con protagonista lo sfigato ragioniere.
Paolo Villaggio si rivela un ottimo scrittore e infarcisce le comiche avventure con iperboliche aggettivazioni (megagalattico, bestiale, pazzesco); veste se stesso con un abbigliamento da travet (lo spigato siberiano o il costume da bagno ascellare); è vessato da aristocratici e padroni da cognomi, titoli e patronimici demenziali (la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare o il Dott. Ing. Cav. Grand Uff. Lup.); proclama l’indimenticabile stroncatura cinematografica («per me La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca»).
Fantozzi: Critica Sociale sotto la Maschera della Comicità
Fantozzi è un’anima persa nel labirinto spietato della Megaditta, un “coglionazzo”, un ingranaggio arrugginito, tanto irrilevante da poter scomparire per diciotto giorni dietro le mura scrostate di un bagno aziendale senza che alcuno si accorga della sua assenza. Nel microcosmo alienante dell’ufficio, Fantozzi è intrappolato in una spirale di deferenza che lo condanna all’invisibilità. E se l’ufficio è un inferno burocratico senza via di scampo, la vita domestica non gli offre alcun rifugio. Ogni mattina, la sua vita si ripete uguale a sé stessa: il risveglio, la corsa affannosa contro il tempo, gli ostacoli surreali che lo separano dal timbrare il cartellino in tempo utile per evitare la reprimenda del Capo.
In un’intervista per l’Unità uscita nel 23 novembre 1974, Villaggio spiegava come Fantozzi inseguisse “con incredibile determinazione le sue goffe aspirazioni, procacciandosi fatalmente situazioni di disagio e, spesso, vere e proprie catastrofi”. Secondo Villaggio, Fantozzi è “un inguaribile velleitario”, che “accetta con quell'amaro sorriso sulle labbra ogni sorta di disastro, e risorge sempre con la speranza del domani”. Questo perché, secondo il suo creatore e interprete, il suo inferno è la civiltà del consumi, una tragedia permanente che si configura sempre e ovunque, in famiglia, al lavoro e durante le ferie.
È un tragico destino, quello del ragionier Fantozzi. “Fantocci” per i colleghi, “Pupazzi” per i superiori, con i quali è servile fino ai limiti dell’autoumiliazione. La sua esistenza miserabile si consuma in una tragica cella della Megaditta, schifato da tutti: oppure a casa inchiodato davanti alla tv. È padrone assoluto del telecomando, talvolta è un’autentica belva umana, ma attraversa la vita come un’ininterrotta serie di sventure, armato delle proprie mutande ascellari e accompagnato da un caravanserraglio di indimenticabili personaggi: la moglie Pina ripugnante e fedele, la signorina Silvani, un “mostrino”, ma a lungo concupita, l’occhialuto Filini, la scimmiesca figlia Mariangela.
Il Linguaggio Fantozziano
Tra le caratteristiche più evidenti della maschera fantozziana è impossibile non menzionare il linguaggio che racconta e dispiega le storture della vita coniugale e impiegatizia: l’uso scorretto e contorto del congiuntivo, storpiature come "batti", "dichi", “venghi”, e ancora l’uso improprio e volutamente errato del nome di Fantozzi, che ora diventa Pupazzi, ora Fantocci. E ancora, le fraseologie divenute iconiche come “estasi mistica”, “nuvola dell’impiegato”, “salivazione azzerata”, la mitologica “sedia in pelle umana” del “megadirettore galattico”. Tutto in Fantozzi è fantozziano. Tutto è surreale, grottesco, iperbolico, assoluto.
Fantozziano. Un termine che rimanda a un orizzonte di senso ben preciso, una dinamica asfittica e disperata che concerne la verità e l’impossibilità di poterla discutere. Cos’è la verità nel mondo fantozziano, se non la lingua dei potenti, l’impossibilità di poterla esprimere e rivendicare per chi vive schiacciato dalla gerarchizzazione aziendale, da regole imperiose e dissennate? La verità, quindi, nel labirinto fantozziano, è solo la menzogna dei potenti, è la sintesi amletica di ciò che a lui non viene permesso.
Fantozzi però non è una creatura del dubbio; sa poche cose con certezza e una di questa è che lui è il detentore di una verità, che si veste da sospetto, da paura, da paranoia, una verità camuffata, contrabbandata, pur sempre indicibile. La verità è che il mondo in cui vive è contraffatto, impostore e ingannevole, e lui è un individuo subordinato, ossessionato dal potere, che come asseriva Charles Maurice de Tayllerand, logora chi non ce l’ha.
L’Illusione del Sogno Borghese
Fantozzi sa che è un individuo perfettamente inutile. Vive l’ossessione dell’improduttività e quindi fugge nel servilismo più ostinato, dissennatamente e disperatamente suddito, perché la sua futilità non venga bersagliata ed enfatizzata più del dovuto, o più di quel che lui possa sopportare. Quindi accetta con grande inettitudine che sua figlia venga derisa per il suo aspetto, che il rapporto con sua moglie sia il fiacco prodotto di un legame gracile, che al lavoro lui farà sempre e comunque anche il lavoro degli altri, che il sistema nevrotizzato in cui abita lo porterà sempre alla disperazione, anche quando andrà in vacanza in montagna, in barca, o giocherà a pallone con i colleghi: non ci sarà tregua al suo goffo incespicare.
Il sogno borghese, per Fantozzi, non è che una promessa tradita: ogni suo tentativo di aderirvi lo conduce alla frustrazione e al ridicolo, come il personaggio di Jacques Tati, Monsieur Hulot, si muove in un universo progettato contro di lui, un labirinto kafkiano dove ogni gesto è destinato a ritorcersi in una gag.
E anche nello spazio piccolo e contenuto della rivendicazione, della lotta, della presa di coscienza fantozziana, ogni ingranaggio della macchina sociale è pensato per soffocarne il dissenso prima ancora che possa prendere forma. La sua ribellione, circostanziata e sorvegliata, è l’ennesimo patetico tentativo di sopravvivere in un mondo che non lo contempla se non come bersaglio, sociale, umano, fisico.
Il Gioco da Tavolo "Fantozzi e la Coppa Cobram"
Nel frattempo, per celebrare l'eredità di Fantozzi, è stato creato un gioco da tavolo chiamato "Fantozzi e la Coppa Cobram". In questo gioco, i partecipanti diventano protagonisti di una corsa esilarante, dove ogni scorrettezza è valida pur di tagliare il traguardo per primi, superando ostacoli come la salita Colle del Diavolo o la Moneta del Curvone, e ricevere così 92 minuti di applausi.
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