Il 20 marzo 1945, per rappresaglia ad alcuni attacchi partigiani sulla via Emilia (SS9) a est di Reggio Emilia, il comando tedesco ordinò l’uccisione di cinque ostaggi prelevati dal carcere cittadino dei Servi.

I militi della brigata Nera fucilarono - fra Villa Masone e Villa Bagno - Nino Ibatici 23 anni, detto Balìn, appartenente alla formazione partigiana 285 SAP Montagna, Paolo Monzani, 20 anni di Castelnuovo Rangone (Modena), Antonello Mondaini 30 anni di Rimini, Benedetto Franchini 19 anni di Fiorano (Modena), Ermanno Colombini, 21 anni, di Formigine (Modena).

Il 20 marzo su Il Solco Fascista di Reggio viene pubblicato un comunicato tedesco che annunciava l’avvenuta strage (da Albi della Memoria ISTORECO, compilatore Massimo Storchi).

A ricordare la strage c’è una lapide sulla via Emilia, in questo tratto intitolata a Renato Cartesio, all’altezza del civico 10 (Google maps 44°39’38.3″N 10°44’22.9″E), a lato alla vecchia farmacia comunale, di fronte alla farmacia odierna in via P.

L’Eccidio è stato celebrato questo 8 marzo 2025 con l’intitolazione del piazzale del cimitero ad Alberto Branchetti.

Il progetto didattico promosso da ANPI sezione di Rubiera, sostenuto da ANPI provinciale ed elaborato da ISTORECO è stato incentrato sul tema Il 25 Aprile dei ragazzi.

Il lavoro svolto dalla Quinta classe è iniziato ad ottobre ed ha previsto diversi incontri in aula, una uscita sul posto, il 13 gennaio 2025, lo studio delle biografie dei sette tra civili e dei partigiani uccisi a Villa Bagno, la redazione di cartelli risignificanti l’origine dei nomi delle vie di Villa Bagno a loro intitolate.

La Casa di Sotto dalla Ferrovia

La cà d’sòta d’la ferovìa, la casa di sotto, ovvero a nord della linea ferroviaria Bologna-Milano, esiste ancora oggi, in via Beziera 10, in fondo ad uno stradello che costeggia la ferrovia in quel punto parallela alla via Emilia.

Provenendo dalla via Emilia, lo stradello si imbocca curvando a sinistra proprio alla fine del sottopasso ferroviario di via Beziera.

All’epoca dei fatti la casa faceva parte delle proprietà e dei terreni della chiesa di Villa Bagno, uno dei plebanati più antichi e ricchi della provincia.

Le case, in realtà erano - e sono due - nel fabbricato più grande, tuttora in uso, abitava la famiglia di Ennio Cigarini, con la moglie Adalcisa Pinelli e otto figli.

Due dei quali, il più anziano, Luigi, e il più giovane, Olinto, sono tra i protagonisti e vittime di questi eventi.

Ennio Cigarini (1872-1950) e Adalcisa Pinelli (1875-1948) ebbero nove figli: Luigi Gigìn (1896-1945), Ferdinando Nanèin (1897-1973), Attilio Téllio (1903-1966), Alfonso Punciòun (1904-1974), Arturo Gàlo (1908-1988), Angelo Pèder (1909-1968), Dante Burslèin (1911-1974), Giuseppina Pèina (1916-2997), Olinto (1924-1945).

Alberto Branchetti, chiamato Umberto in famiglia, era nato a Borzano di Albinea l’11 dicembre 1918.

La sua vita di mezzadro aveva subito un’unica terribile pausa; la Seconda guerra mondiale.

Alberto venne arruolato l’anno successivo rispetto alla leva della sua classe, perché la famiglia Branchetti aveva già un altro figlio, Gino, sotto le armi.

Congedato Gino, il 21enne Alberto entrò in forze al 41° Reggimento di Fanteria il 17 marzo 1940.

Il giovane Branchetti venne spedito sul fronte albanese.

Sbarcò a Valona il 19 novembre 1940 e rientrò in Italia meno un mese dopo - il 10 dicembre - con una ferita di arma da fuoco e i piedi congelati.

Trascorse oltre sette mesi negli ospedali militari di Genova e Bologna; senza rimettersi mai del tutto, tanto che a fine 1941 venne mandato in congedo illimitato.

Con l’acuirsi della guerra, però, Alberto pur non totalmente abile per il fronte venne richiamato alle armi.

«Delle bombe non ho paura, è inutile che corra, perché possono cadere qui o là. Mi fanno paura i fascisti, non le bombe».

All’epoca aveva poco più di vent’anni - era nato a Salvaterra (Casalgrande) il 28 maggio 1924 - e viveva da clandestino a casa sua da quasi un anno e mezzo.

L’armistizio dell’8 settembre 1943 l’aveva sorpreso a Perugia, bersagliere in forze da appena due mesi.

Per questo si nascondeva - quando c’era il rischio di rastrellamenti o la visita di sconosciuti - in una grossa botte interrata sotto la concimaia alla quale si poteva accedere da una greppia della stalla.

L'Incontro Fatale e il Tradimento

L’incontro fatale tra Olinto e Franco Prospero Bonacini, l’amico che lo tradì e uccise lui e Alberto Branchetti, avvenne quando erano bambini, a Cacciola.

Olinto era stato mandato lì, in casa dello zio paterno Vittorio, per completare il ciclo scolastico elementare.

Prospero era il figlio della maestra di Cacciola.

Don Cirillo Alberghi: Un Sacerdote nella Tempesta

Don Cirillo Alberghi era nato a Cervarolo il 27 marzo 1886 da Gaetano e Caterina Paini.

Cervarolo è stata teatro, il 20 marzo 1944, della prima terribile rappresaglia nazista e repubblichina.

Don Cirillo Alberghi iniziò il sacerdozio come curato a Casalgrande e, con l’intervallo di un anno sotto le armi, arrivò a Villa Bagno il 21 settembre 1919.

Resse la parrocchia fino alla sua morte il 14 marzo 1952, diventandone arciprete.

Durante il suo mandato fu anche economo spirituale delle parrocchie di San Nicolò a Cavriago (1917-1918) e Castellazzo (1949).

I dati provengono dall’Archivio della Curia di Reggio Emilia.

La sua tomba è una delle prime a destra entrando nella parte antica del cimitero di Villa Bagno.

Come molti parroci dell’epoca don Cirillo dovette barcamenarsi tra l’insegnamento cristiano e la furia fascista: era nel mirino, perché sospettato di essere un sostenitore se non reclutatore per conto della Resistenza.

Il 21 agosto 1944 venne arrestato durante una ennesima operazione contro renitenti alla leva RSI e partigiani; nella sua stessa cella finirono altri uomini di Villa Bagno, tra loro Giuseppe Notari e Gisberto Corradini.

Don Cirillo era convinto che quella sarebbe stata la sua ultima ora.

Notari ricordò che il prete passò la notte camminando avanti e indietro nella cella e solo all’alba, quando venne prelevato Corradini, disse al suo parrocchiano: «Forse questa volta l’ho scampata».

Corradini era un fervente socialista; all’indomani del 25 luglio 1943 - la caduta del governo Mussolini - era corso in città, insieme ai due fratelli, per abbattere i busti del duce.

Venne trucidato la stessa notte dell’arresto, il 21 agosto 1944.

Un cippo lo ricorda a Gavasseto, a via Ezio Comparoni, di fronte al civico 15.

Tornato a Villa Bagno, don Cirillo scelse subito la via della clandestinità: si fece accompagnare in montagna, alla chiesa di Compiano, nel parmense, da uno dei suoi contadini, Luigi Cigarini, che lo lasciò lì senza sapere quali strade il parroco avrebbe preso.

Dalla clandestinità don Cirillo tornò diversi mesi dopo, inaspettatamente, all’alba del Natale 1944, per celebrare una messa e tenere un’omelia che commosse profondamente i suoi parrocchiani.

Quel giorno, di mattina presto, i militi della Brigata nera arrivarono a Villa Bagno a caccia di don Cirillo, che però era da poco tornato in clandestinità.

Radunarono alcuni uomini, terrorizzando loro e le famiglie, in cerca del prete.

La Brigata nera di Reggio Emilia era comandata dal capitano Emilio Carlotto e dal commissario Mario Fontana, entrambi famigerati torturatori fascisti arrivati da Vicenza al seguito del nuovo prefetto, Giovanni Caneva che resse la carica dal 15 ottobre 1944 ad aprile 1945 (sulle vicende di Carlotto e Fontana si veda AISTO/archivio ISTORECO, Corte d’Assise Straordinaria, procedimenti a loro nome.

Luigi Gigèto Giovanardi, marito di Giuseppina, la sorella di Luigi Cigarini, fu uno di questi uomini.

Passò momenti terribili, con una pistola alla nuca senza poter dare le risposte volute.

No, non sapeva dove fosse nascosto don Cirillo.

Le camicie nera, allora, andarono in cerca del contadino del prete, Luigi Cigarini; sapevano che era lui a portare don Cirillo in montagna.

Lo cercarono a casa sua, la casa di sotto dalla ferrovia, ma Luigi non c’era; era in città, all’Ufficio annonario, a contrattare le quote di raccolto da destinare allo Stato.

Gli altri uomini della casa nel frattempo si erano nascosti come avevano potuto: Alberto Branchetti e il fratello Luigi - che stavano lavorando nella stalla dei Piccinini - trovarono rifugio sotto ad un mucchio di fieno, il primo, dietro il portone d’ingresso l’altro.

Vincenzo Branchetti, il capofamiglia, era a letto con la polmonite.

Sotto il portico andò la moglie Erminia e si avvicinò al gruppo di miliziani; aveva riconosciuto Prospero Bonacini.

Lui le chiese insistentemente di Alberto e di Olinto.

Lei implorò «Dai, lasciali stare, lasciali stare».

Nel frattempo i militari avevano issato le baionette sui fucili e la stalla venne setacciata.

Luigi fu più fortunato, esile com’era, dietro il portone non venne scoperto; ma visse l’incubo muto di vedere il fratello Alberto venire catturato.

Olinto invece era nascosto nella botte sotto la concimaia.

Non sarebbe mai uscito da lì se non avesse sentito il suo amico Prospero chiamare a gran voce il suo nome.

Controllò da uno spioncino, era proprio Prospero, indossava un impermeabile.

Perciò uscì dal nascondiglio.

Olinto lo salutò, era felice di rivederlo, ma ebbe subito l’amara scoperta, Prospero era accompagnato da un gruppo di camicie nere.

I fascisti dei quali lui aveva più paura che delle bombe.

Non ci fu quasi trattativa, Olinto e Alberto erano renitenti alla leva RSI; le camicie nere, in mancanza di don Cirillo e del contadino del prete Luigi Cigarini, dovevano incassare un tributo di sangue.

I due giovani vennero caricati su una camionetta.

La speranza era quella che venissero deportati in Germania, in un campo di lavoro, invece furono subito condotti al cimitero, facendo l’ultimo tratto a piedi, osservati da lontano dai concittadini.

Vennero uccisi lì, con raffiche di mitra e due colpi di grazia.

Non fu abbastanza.

In mancanza dell’arciprete - vero obiettivo della raid - la Brigata nera catturò Alfonso Cigarini, fratello di Olinto, il ragazzo appena ucciso.

Lo obbligarono a condurli a Reggio Emilia, dall’altro fratello, Luigi, all’Ufficio annonario.

Neanche Luigi però poté dare informazioni utili sulla latitanza dell’arciprete.

Gli fecero comunque fare tre giorni di carcere e poi lo rilasciarono.

«Dichiaro altresì che detti [Olinto, Alberto, Luigi] furono condannati verbalmente dal Dott.

Domenico Cigarini (1930-2019) contadino e operaio, era figlio di Luigi - che verrà ucciso dal leone - e nipote di Olinto.

Il 5 marzo ero a letto, […] ho sentito il cane abbaiare, poi ho sentito un colpo di fucile, mi sono fatto alla finestra, c’era uno vestito in borghese e mi sono detto: «Sono tornati i partigiani».

[…(la casa di sotto dalla ferrovia fu in diverse occasioni punto di rifornimento e appoggio per i partigiani in particolare il gruppo di Adani) sulla direttiva San martino in Rio-montagna, ndA).

Ho visto il povero Olinto uscire dalla stalla [e salutare] «Oh! Veh! Come stai, cosa hai fatto? Sei andato nei partigiani?».

Era il suo amico, Prospero, che gli ha detto «No, no, io sono al servizio della Repubblica di Salò. E tu perché sei a casa?».

E [Olinto] ha detto «Ero a soldato a Perugia e mi hanno mandato a casa fino a nuovo ordine».

Da sotto il portico della seconda stalla [quella dei Piccinini] ho visto venire fuori altri tre, che avevano preso il povero Berto [Alberto Branchetti].

[Olinto] quando ha visto che erano vestiti da brigata nera (sospeso).

Allora uno ha detto «Adesso vieni via con noi», ma un altro gli ha detto «Lascialo a casa», visto che aveva capito che erano stati assieme [erano amici, ndA].

L’altro lo voleva lasciare a casa, era uno più anziano.

Olinto ha detto «Posso andare a cambiarmi?», [Prospero ha ribattuto] «No, vai bene così», [ma di nuovo l’anziano] gli ha detto: «No, vai a cambiarti».

[Olinto] è venuto su nella camera, c’era la mamma [la cognata Concetta, moglie del fratello Luigi] che gli ha detto «Dio bono, Olinto, cosa ti faranno?».

E lui le ha detto «Male non fare, paura non avere», quelle parole qui, «Male non fare, paura non avere», me le ricordo ancora (forte emozione, sospeso).

Dopo si è cambiato, si è avviato a scendere, poi è tornato a prendere il suo cartoccio di tabacco - lo portava uno di San Martino, sfuso - ha detto «Mi porteranno in Germania», era convinto che li avrebbero portati in Germania.

Invece quando è stato [al cimitero di] Bagno, l’ha proprio ucciso lui, Prospero.

[…] il povero Olinto era fermo vicino al muro, invece il povero Berto se n’era un po’ accorto, era avanti, si vede che voleva correre, era avanti di un paio di metri, si vede che voleva reagire, era un po’ più avanti, ma anche lui dopo si è sdraiato per terra.

Piergiorgio Pecorari (1936-2022) professore universitario, politico, amministratore, musicista e musicologo, appassionato cultore di storia locale.

All’epoca dei fatti aveva 8 anni abitava con i genitori in una casa colonica di Bagno, vicino alla chiesa, col padre casaro nel caseificio di proprietà della parrocchia.

[…] Ai primi di marzo del ’45 tornarono quelli della Brigata Nera.

Quando arrivarono io ero ancora a letto, perché le scuole in quel periodo erano chiuse; Alcide invece, che faceva il seminarista, si era già alzato e li vide arrivare e scaricare dal camion la gente che avevano rastrellato nei dintorni.

Li comandava un certo prof. Bonacini, parente di quei Bonacini che abitavano nelle vicinanze del cimitero di Bagno.

Io fui svegliato da mia madre perché uno di questi sbirri era entrato in casa, era salito nella camera da letto e aveva sollevato i materassi per vedere se c’erano delle armi.

Mia madre mi disse: “An ciapè to peder …” (“Hanno preso tuo padre”); allora io scappai fuori e vidi una fila di persone; ma non potei vedere bene perché mia madre mi prese e mi riportò dentro.

Allora mi precipitai alla finestra del primo piano che guardava verso la chiesa e intravidi, seminascosto alla vista, un gruppo di persone concentrate in prossimità della torre campanaria.

Mia madre era con me e piangeva …Proprio a quell’ora si celebrava in chiesa una messa da morto ed era consuetudine che a quella funzione oltre ai partecipanti ci fosse anche chi suonava l’organo.

Arrivò infatti il maestro Mussini, senza sapere nulla di quello che succedeva, e si ritrovò davanti tutta quella gente; ma lui entrò in chiesa dove si svolgeva la funzione.

Poi vidi quattro persone in fila indiana abbandonare il gruppo e dirigersi verso la strada: in testa e in coda stavano due militi e in mezzo due persone che conoscevo: uno era Olinto Cigarini, il fratello di quello che aveva portato il prete in mont...

TAG: #Bagno

Potrebbe interessarti anche: