In questo articolo, esploreremo un'espressione particolare che affonda le radici nella lingua parlata, precisamente nel dialetto toscano: "mamma scopa idraulico".

Origini e Significato

Per comprendere appieno il significato di questa espressione, è utile analizzare le parole che la compongono:

  • Mamma: Termine affettivo per indicare la madre.
  • Scopa: Strumento utilizzato per pulire il pavimento.
  • Idraulico: Relativo all'idraulica, quindi all'acqua e alle tubature.

L'espressione "mamma scopa idraulico" si riferisce a una persona, solitamente una donna, che si dedica alla pulizia della casa in modo particolarmente energico e accurato, quasi come se avesse poteri idraulici per rimuovere lo sporco più ostinato.

Contesto d'Uso

Questa espressione è tipica del dialetto toscano e viene utilizzata in contesti informali, spesso con un tono scherzoso o affettuoso. Può essere usata per descrivere una madre, una nonna o qualsiasi altra persona che si distingue per la sua abilità e dedizione nella pulizia domestica.

Variazioni Linguistiche

È interessante notare come la lingua italiana, e in particolare i dialetti, siano ricchi di espressioni colorite e pittoresche che riflettono la cultura e le tradizioni locali. "Mamma scopa idraulico" è un esempio di come un'immagine vivida possa essere utilizzata per descrivere una situazione o una persona in modo efficace e memorabile.

Evoluzione Linguistica

Come tutte le espressioni linguistiche, anche "mamma scopa idraulico" è soggetta all'evoluzione del tempo. Con il cambiamento delle abitudini e dei costumi, alcune espressioni possono cadere in disuso o assumere nuovi significati. Tuttavia, espressioni come questa continuano a far parte del patrimonio linguistico e culturale di una regione, testimoniando la sua storia e identità.

Oggi ho conosciuto Marina, che ha studiato da idraulico (doverei dire "da idraulica" ma l'italiano è una lingua maledetta e la confusione con la disciplina artigianale mi stona come un refuso). Me l'ha presentata Sabina, che fa la muratora e che si occuperà di ristrutturare la mia casa. Marina ha 60 anni e mi ha raccontato la sua vita, una lunga sequela di porte in faccia perché nessuno si fidava del suo lavoro. Unica donna nella sua scuola professionale, deve tutto al suo primo datore di lavoro, che la mandava dai clienti e che si rifiutava di sostituirla con colleghi uomini, quando i clienti mostravano dubbi.

Sabina ha una storia simile. È più giovane e, quando si è stancata di essere messa da parte sui cantieri, ha puntato su una scelta radicale: una ditta di sole donne. L'ho conosciuta per provvidenziale passaparola e le ho affidato i lavori che a lungo avevo rimandato. A casa mia lavoreranno quindi alcune operaie, una falegnama, un'idraulica, un'elettricista, una parquettista. Tutto questo per dire che, in certi mestieri, le donne ancora faticano.

Storie di Difficoltà Quotidiane

Una famiglia con quattro bambini piccoli al freddo e senza acqua calda da tre settimane. Caldaia vecchia e pericolosa, tubature fuori norma, fuoriuscite di gas. L'appartamento in questione, di proprietà di Insula, è stato assegnato dal Comune alla famiglia che versa in gravi difficoltà economiche: padre disoccupato e con problemi di salute, quattro bimbi piccoli dai 9 ai 2 anni e mamma che lavora come addetta alle pulizie in un albergo.

«La caldaia non ha mai funzionato bene e anche le tubature avevano delle perdite spiega Samantha Ortolani abbiamo sempre cercato di arrangiarci autonomamente pagando gli interventi degli idraulici di tasca nostra per evitare i tempi biblici della burocrazia». Questa volta però non si tratta di sostituire un sifone o stringere un bullone: la ditta che ha effettuato il sopralluogo per via dell'assenza di acqua calda, ha presentato un preventivo da migliaia di euro che prevede la sostituzione della caldaia e la messa a norma dei tubi.

«Come da accordi con l'ufficio manutenzione alloggi di Insula, mi sono fatta fare un preventivo e l'ho presentato l'altro ieri all'appuntamento con l'impiegato visto che la questione è di loro competenza - continua Samantha - ma mi è stato risposto che il preventivo doveva riguardare la riparazione della caldaia e non la sua sostituzione e che quindi non me lo accettavano. Ero e sono disperata: da tre settimane siamo senza acqua calda e con i bambini non so più come fare. Ho chiesto all'impiegato di mandare un loro tecnico a fare un altro preventivo ma dicono che me ne devo occupare io e ora siamo punto a capo. Il problema è che nessun idraulico si vuole prendere la responsabilità di riparare una caldaia pericolosa che dovrebbe essere sostituita per la sicurezza di tutti».

«L'impianto è completamente fuori norma. La caldaia non solo è vecchia ma è insufficiente per scaldare tutto l'appartamento e inoltre l'espulsione dei gas combusti avviene fuori e non all'interno di un tubo come dovrebbe essere, così la famiglia di sopra quando apre le finestre respira monossido di carbonio - spiega Ivano Verna, titolare della ditta di termoidraulica che ha firmato il preventivo - Qui non c'è proprio niente da riparare: bisogna sostituire tutto e mettere al più presto a norma l'impianto».

Resilienza e Crescita Personale

Sembrava che il dire le parolacce fosse il suo modo per buttare fuori tutta la sua frustrazione, ma era come se in quel momento non fosse padrone del suo corpo e del suo linguaggio. È riuscita così ad accoglierlo e a farlo sentire accettato, così come era. È stato fatto un intervento educativo sulla madre, affinché recuperasse le autonomie perse, aiutandola a trovare un lavoro come cameriera in un ristorante, lavoro che le permetteva di provvedere autonomamente al fabbisogno dei figli, compreso l’acquisto di abiti idonei per Amir. Amir frequentava l’istituto tecnico economico, ma le materie previste erano molto difficili per lui che, non avendo nessuna diagnosi, non poteva usufruire di nessun supporto scolastico. Puntando su questo, è stato accompagnato nella decisione del cambio della scuola.

Si immaginava a girare per le case, con i suoi attrezzi, pronto ad aggiustare tutto. Nel frattempo aveva iniziato a seguire gli incontri al UONPIA (Unità Operativa Neuropsichiatria Psicologia Infanzia Adolescenza) e aveva ottenuto una diagnosi di D.S.A. che gli permetteva di avere i supporti che gli spettavano a scuola. Per la prima volta, Amir ha chiesto di uscire nel weekend insieme ai compagni di classe. Aveva degli amici.

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“Sai mamma, oggi ho avuto una giornata tremenda. Si è rotta la pompa dell’acqua così mi si è allagata tutta casa. “Non solo, in cucina, con tutta la monnezza e l’acqua che sembrava di stare in una discarica del Bangladesh, sono arrivati i gatti che hanno iniziato a rovistare tra le bucce di patate marce. “E sai poi l’altra cosa assurda? Ti ricordi quell’infame del tappezziere? Quello che mi ha detto che per fare sei tende ci volevano cento metri di stoffa? Beh, l’ho mandato al diavolo e gli ho detto che con tutta quella stoffa ci avrei foderato pure lo Sri Lanka!

“Non dire fesserie. “Oh nulla. “Sto guidando, sto tenendo a bada il cane che sta cercando di rosicchiarsi il cambio dell’auto, sto litigando con una signora che voleva attraversare la strada con il rosso. Poi ci sarebbe pure un signore col cappello che mi ha detto che guido come un’imbecille e allora stavo valutando se scendere dalla macchina e colpirlo con l’ombrello. Sai, l’ombrello quello buono, mica quello del cinese da due spicci. Quello che se lo sbatti in testa a qualcuno mica si rompe. Oh, toh, guarda chi c’è! Salve! “Parlavo con la farmacista. Sto parcheggiando in doppia fila davanti al passo carrabile della farmacia. Io sono una persona corretta: non parcheggerei mai, ad esempio, in un posto per gli invalidi. Però i farmacisti, con tutti i soldi che fanno, possono pure farmi questa piccola cortesia ecco. Senta, lei, si ce l’ho proprio con lei.

“Mamma! “E’ vero. Ma le mamme che stanno riempiendo cartoni del DHL di libri dentro cui nascondono buste di mortadella, prosciutto e pecorino sotto vuoto da spedire alle figlie che hanno deciso di fare le emigranti in India possono dire le parolacce. “Anche io.

Dialetti e Identità

La censura che io m'infliggo, e che m'induce ormai a non usare, fuori di Firenze, codesto, fo invece di fàccio, punto invece di nessuno, e a sostituire padre a babbo (non sono mai riuscito ad arrivare a papà), figlio a figliolo, sabbia a rena, scopa a granata, formaggio a cacio, cuscino a guanciale ecc., e nella stessa Firenze stringa ad aghetto, maglia a camiciola, porta a uscio, ditale ad anello tale censura, dicevo, abbrevia la diacronia che sta fra me e i più giovani, contribuendo al livellamento linguistico che è in corso e che è un aspetto della crescente fusione sociale.

Userei invece con meno esitazione parole della cucina, legate ad un aspetto assai tenace del costume: ad esempio pattona per polenta di farina di castagne, migliaccio nel senso di castagnaccio, farina dolce per farina di castagne contrapposta alla farina gialla o di granturco, i cenci, quegli antichi frugalissimi dolci di pasta all'uovo fritta e inzuccherata, che seguitano da tanti anni a ingolosirmi tra carnevale e quaresima, i fagioli coll'occhio, che da bambino mi rifiutavo di mangiare perché credevo mi guardassero, il pinzimonio e il lesso, che avrei conosciuto come bollit solo da adulto, uscendo da Firenze.

Reato di Fuga e Scelte Morali

Reato di fuga è un breve romanzo che si legge d’un fiato: l’argomento è attuale, l’intreccio è ordito in maniera originale, lo stile è teso e incisivo. L’autore, inoltre, trasmette forti messaggi legati al “saper vivere” arricchendo la storia di spunti educativi: il rapporto tra genitori e figli, la difficoltà della scelta, il senso della legalità, il valore della coscienza morale, il significato dell’amicizia e altro ancora (come suggerito nella “pista di lettura”). Sebastien ha 14 anni e vive con la madre perché i genitori hanno divorziato.

Due volte al mese il padre lo va a prendere a casa della mamma per portarlo con sé in campagna e trascorrere il fine settimana nella casetta che hanno costruito insieme. Normalmente per arrivarci ci vogliono circa due ore e mezza di macchina, ma quel venerdì pomeriggio le strade rigurgitano di automobili e le code rallentano la marcia. Il padre ha molta fretta perché ha un appuntamento con l’idraulico, così quando la strada si sgombra, lancia l’auto al massimo della velocità, con grande preoccupazione di Sebastien che più volte lo esorta a rallentare. Ma il genitore è completamente insensibile ai richiami del figlio e continua a guidare a rotta di collo.

All’improvviso davanti ai fari della Rover si materializza una forma indistinta: è una donna che l’auto investe con violenza tremenda. La grossa Rover procede velocemente senza fermarsi, mentre Sebastien grida, piange e implora il padre. Hanno colpito in pieno una donna, bisogna fermare la macchina e correre in aiuto; invece il padre non rallenta affatto, ha lo sguardo fisso davanti a sé, la mascella contratta, ha spento i fari della macchina e fila nella notte a tutta velocità. Sebastien ha paura, trema e vuole avere delle spiegazioni, ma il padre ordina al figlio di stare zitto e gli dà uno schiaffo, secco e fortissimo.

In un’area di sosta l’uomo dà fuoco alla Rover, allo scopo di cancellare ogni prova, poi corre verso le altre macchine parcheggiate, gridando e sbracciandosi. Chiede aiuto e fa finta che sia successo un incidente. Alla gente che si è radunata intorno dice che il motore ha preso fuoco all’improvviso ma che per fortuna non ci sono feriti. A distanza di tre mesi dall’incidente, Sebastien non ha affatto dimenticato quanto è successo, è ancora traumatizzato, dorme male e ha incubi. Soprattutto si sente colpevole.

Vorrebbe che il padre lo rassicurasse, che si assumesse le responsabilità, che gli dicesse che lui non c’entra niente. Il ragazzo cerca il dialogo con il genitore, ma questi è irremovibile: ogni volta guarda il figlio dritto negli occhi e gli ordina di dimenticare. Non è successo niente. Si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. È assolutamente necessario dimenticare e non parlarne più. Decide, allora, di informarsi sul destino che è capitato alla donna investita. Vuole sapere se è morta e se suo padre è un assassino.

Fa quindi ricerche sui quotidiani locali: Francine Marchadet, la vittima dell’incidente, è ricoverata; risvegliatasi dal coma ha tuttavia perso la memoria. Trova anche il numero di telefono della signora Marchadet. Una mattina Sebastien riceve una telefonata. Si tratta di Loïc, il ragazzo della segreteria telefonica nonché figlio della donna investita, che dice di aver ricevuto diverse telefonate proprio dal suo numero. È così che i due ragazzi si conoscono. Insieme fanno visita a Francine; si vedono nella casetta di campagna, bevono insieme una cioccolata calda, chiacchierano e si scoprono amici. Vanno anche a pescare insieme.

Ma Sebastien, che teme di perdere l’amicizia di Loïc, non ha il coraggio di rivelargli la verità. È il momento in cui l’equivoco comincia a rivelarsi. Sebastien deve agire e gioca il tutto per tutto: con un espediente riesce a portare il padre al capezzale della donna ferita. Vuole che l’uomo si renda conto di ciò che ha fatto: “Sai papà, da un po’ di tempo mi domando che cosa farei io se avessi tra le mani il tipo che ti avesse ferito e che poi fosse fuggito. L’uomo è bianco come un lenzuolo e farfuglia poche parole.

La Caldaia e la Conoscenza

Questo è un breve scritto dedicato alla mia caldaia. In alto, sulla schermata del cellulare, compare la scritta “Babbo” e più sotto da una parte “Rifiuta”, dall’altra “Rispondi”. Il ragazzo, che non ama ricevere telefonate e in particolar modo di prima mattina, non ci pensa due volte e Rif-ponde: “Dimmi, o pa’”. “Ciao, senti questa mattina dovrebbe venire l’idraulico. Non so a che ora di preciso, comunque gli ho lasciato il tuo numero, dato che sei in casa, così quando arriva ti telefona. Tieniti libero. Suo padre era un po’ come quel getto di acqua ghiacciata.

Suo padre da giovane aveva fatto tanti lavori e aveva vissuto tante vite come i personaggi dei libri, e un po’ anche come lui che era uno studente, un fumatore, un agricoltore, un figlio, ma si sforzava di provare a diventare un insegnante, un non fumatore, un imprenditore e magari un giorno anche un padre, chissà. Ma quella mattina quel ragazzo non sapeva ancora chi sarebbe stato quel giorno, anche perché non sempre dipendeva solo da lui e dalla sua volontà; e questo lo incuriosiva molto. Però sapeva perché aveva risposto al telefono. Lui amava suo padre in modo profondo, disinteressato. Lui stimava suo padre. Quel padre che gli aveva dimostrato tutto sul campo, trasformando in realtà quello che il ragazzo aveva letto nei libri e che, sbagliando, aveva creduto possibile solo attraverso la letteratura. Suo padre gli aveva insegnato a vivere senza mai salire in cattedra. Per questo sceglieva sempre il tasto “Rispondi” e rispondeva sempre alle sue telefonate e richieste. Sempre nei limiti del possibile.

La caldaia, invece, altro non era che uno dei tanti oggetti privi di personalità che appartenevano alla sua famiglia, come le case, le macchine, i poderi, i negozi e i capannoni. Come tutte queste cose, anch’essa un giorno sarebbe diventata sua. Come di tutte quelle altre cose, sapeva che prima o poi avrebbe dovuto prendersene cura di persona. E questo lo turbava molto e lo spingeva a disprezzare un po’ tutte le cose di cui sarebbe stato costretto un giorno a prendersi cura. Quella caldaia, che malgrado tutto fino a quel momento gli aveva dato tanto calore, lui non l’amava, anzi l’odiava proprio. Covava odio perché un giorno la caldaia sarebbe toccata a lui, come in quei matrimoni combinati che salvaguardano tutto tranne l’amore dei partecipanti. La caldaia apparteneva a una “categoria” che non gli era mai piaciuta; non si trattava della categoria degli elettrodomestici come si potrebbe pensare.

Per il ragazzo le uniche categorie in cui si poteva declinare il mondo (compreso quello degli oggetti inanimati) erano due: Conoscenza e Sudditanza. Tutti, più o meno consapevolmente, facevano capo a queste due grandi madri, due sorelle tanto diverse tra loro. Questa concezione del mondo, senz’altro manichea e anche un po’ maniacale, gli si era manifestata improvvisamente chiara a un punto non precisabile della sua esistenza e non riusciva a smettere di applicarla. Al ragazzo era sembrato fin troppo evidente che tutti in questa Terra potevano essere considerati sulla base di questo ragionamento tanto semplice quanto infallibile.

Fatto sta che la caldaia da qualche giorno non funzionava più e insieme a lei avevano smesso di funzionare quelle benevolenze che di norma elargiscono le caldaie, dall’acqua calda nella doccia ai termosifoni bollenti, che il ragazzo, specie in inverno, da bravo suddito gradiva e sapeva apprezzare. Un altro fatto da non sottovalutare è che quel giorno l’idraulico non si presentò all’appuntamento mai fissato per altro, lasciando così il ragazzo da solo in un mare di… acqua fredda.

Così il giovane si convinse a dare un’occhiata alla caldaia da vicino, con l’ausilio del libretto delle istruzioni. Grande fu la sorpresa del ragazzo nel momento in cui realizzò che la caldaia aveva smesso di funzionare per un problema di pressione. Un banale calo di pressione. Quando capita alle persone spesso si può risolvere con una bustina di zucchero, quando capita alle caldaie spesso si può risolvere girando un rubinetto. Grande fu la gioia del ragazzo nel momento in cui scoprì che la caldaia, per la prima volta da quando si conoscevano, gli aveva offerto Conoscenza e non soltanto Sudditanza e - ironia della sorte - questo era accaduto per un malfunzionamento o malessere, insomma una mancanza della caldaia stessa.

La Tragica Quotidinità

portando i suoi giocattoli. È il contesto che è completamente sbagliato. Ed è per questo, forse, che fila rapida e precisa come una freccia al centro del cuore, questa storia, e fa così male. Fosse accaduta in Bosnia, ai tempi della pulizia etnica; o a Dresda, sotto i bombardamenti alleati, o nell'Irak della guerra civile, forse sarebbe stata meno dolorosa, perfino più comprensibile, mi si passi l'enormità. C'era la guerra, uno potrà sempre dire, nel ricordo, per consolarsi di aver perso nel modo più barbaro un figlio, la madre, un fratello. E nella guerra, la più incongrua, la più atroce delle invenzioni dell'uomo, si sa com'è. Quando il Male è padrone della scena, e la morte è ovunque, e la vita è una variabile incoerente, può accadere ogni cosa.

Ma così, questa giovane madre che cade morta all'improvviso, nel bagno di casa, senza bombardamenti in corso, senza proiettili vaganti, e il figlioletto di tre anni che si siede accanto a lei, dopo aver radunato accanto a quel corpo amato il suo Winnie the Pooh, il suo Action man e le sue automobiline, per giocare accanto a quella che crede la mamma addormentata: una storia così -il dramma a far da fondale a un'immagine perfino dolce, struggente nella sua amorosa quotidianità- sembra inventata da uno spirito malvagio. La scena: un condominio come ce ne sono tanti in uno qualsiasi dei paesi che punteggiano la Lombardia. Qui siamo nella cintura comasca, a Limido, in via Ungaretti. È metà mattina. In casa, in questa casa visitata dalla sventura si sentono solo i versi di un bambino piccolo che sta giocando. Blatera, ridacchia, fa come il verso di un camion che si arrampica su una salita; poi eccolo a bordo di una macchinina da corsa che derapa in curva.

La camera da letto dei genitori è già in ordine, sul tavolo della cucina gli avanzi della colazione, una tazzina con un fondo di caffè, il vasetto del miele e della marmellata, la tv accesa che rimanda gli allegri imperativi di una pubblicità che consiglia un ovetto di cioccolato e le salsicce di tacchino. Poi il telefono comincia a suonare. «Così, alla fine, preoccupato, inquieto, ho chiamato i vicini», racconterà più tardi il padre di Iker, tre anni, strano il suo nome e strano anche quello della mamma, Isabel Wakefield, che aveva 32 anni e il destino se l'è portata via in un soffio, senza un perché, una orrenda e grigia e piovosa mattina di novembre. Isabel, nata da genitori inglesi a Barcellona, in Spagna, era malata di diabete da sei anni. E se sia stata questa malattia subdola e feroce la causa scatenante del malore che l'ha stroncata all'improvviso, nessuno sa. Isabel è venuta giù senza un lamento, pestando forte il viso e la testa.

«Io sono uscito di casa tutte le mattine alle 6.20 per andare a Milano. Faccio l'idraulico…» E' il racconto di Davide Vaccariello, il marito di Isabel. «A quell'ora, mia moglie e il bambino dormono. Isabel si alza intorno alle 8, fa le sue cose e poi porta il bambino alla materna. L'ho chiamata alle 10, poi alle 10.30, poi alle 11. Poi di continuo fino a mezzogiorno. No, non mi sono allarmato subito. Ho pensato che avesse il cellulare spento, o scarico. E poi, anche alla materna: Iker non era stato bene, per quattro giorni non l'avevamo portato, così a scuola nessuno ha notato l'assenza di mia moglie; nessuno ha pensato di avvisare. Il resto è scritto nei verbali dei carabinieri, nel brogliaccio del medico legale e degli infermieri arrivati con l'ambulanza.

E insomma, cosa c'è che non va? dicevano i suoi occhi sgranati. La mamma si è addormentata, e allora per non svegliarla ho cercato il mio Winnie the Pooh, il mio camion col rimorchio. No, davvero, cosa c'è che non va?

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