Giancarlo Lunati, presidente del Touring Club Italiano, definisce «centri minori» quelle città che, seppur di piccole dimensioni, hanno svolto una funzione di controllo del territorio circostante ed espresso significativi momenti di civiltà urbana. Qui si riscontra spesso una considerevole tipicità in termini architettonici e urbanistici, dovuta alla presenza di individui dotati di ingegno e sensibilità che, per motivi diversi, scelgono di operare lontano dalla ribalta delle grandi città.

Le Origini della Fonderia Oretea

La storia della piazza idraulica di Palermo è strettamente legata all'evoluzione industriale della città e alla sua trasformazione in un centro di aggregazione culturale. Questo luogo, un tempo cuore pulsante dell'attività metallurgica siciliana, oggi racconta una storia di innovazione, ingegno e rinascita. Nel settembre 1840, i fratelli Sgroi fondarono a Palermo, vicino al fiume Oreto, la "Società Oretea per la fusione d'opere di ferro e bronzo". L'impianto fu immediatamente dotato di una motrice a vapore, destinata ad azionare torni e piallatrici meccaniche. In questa prima installazione, Vincenzo Florio svolgeva la funzione di cassiere e componente del consiglio d'amministrazione.

Con il passaggio alla famiglia Florio, la Fonderia Oretea fu destinata ad affiancarsi complementarmente alle attività armatoriali, fornendo caldaie, pompe ed altre attrezzature utili allo svolgimento della navigazione a vapore. La nascita della Fonderia Oretea segnò l'inizio dell'espansione della metallurgia siciliana dalla dimensione dei piccoli opifici a quella di impianti industriali di dimensioni apprezzabili. Nel 1844 la sede originaria fu abbandonata in favore di una più grande, realizzata acquistando e adattando una serie di terreni e corpi di fabbrica posti tra l’attuale Via Fonderia Oretea e Via Onorato, a due passi dal vecchio porto della città, dove, in epoca araba, sorgeva, probabilmente, un arsenale.

L'Esposizione Nazionale di Palermo e l'Innovazione Tecnologica

Grazie alla capace direzione di Antonio Michelini, la Fonderia Oretea presentò all'Esposizione Nazionale di Palermo una pressa idraulica da 212 atmosfere, derivata da un modello inglese. Alla successiva Esposizione di due anni dopo, fu possibile presentare la prima macchina a vapore di costruzione interamente siciliana, della potenza di otto cavalli; ed una seconda capace di azionare tutti i macchinari dello stabilimento ad una mostra industriale tenutasi nel 1846. Dopo tale data, la Fonderia Oretea continuò ad espandere le proprie attività, tanto che nel 1859 la Famiglia Florio fu costretta ad abbandonare le attività legate alla pesca del tonno, per potersi concentrare sull'amministrazione della fonderia e della Società dei battelli a vapore che andava costruendo. Successivamente, con la lavorazione del ferro e della ghisa la Fonderia contribuì allo sviluppo della città Liberty.

Architettura e Restauro

Oggi, all’edificio, tenuto in perfette condizioni strutturali dopo un attento restauro, si accede attraverso un minuscolo giardino, munito di vasca con acqua. Un’ampia arcata immette all’interno di un grande vano, anch’esso sovrastato da arcate con mattoni in tufo che simulano l’antico bugnato.

Da Fonderia a Luogo di Cultura

L’Ex Reale Fonderia alla Cala oggi è un luogo di aggregazione culturale.

Il Contesto Urbano e le Scoperte Archeologiche

A piazza Edison, a pochi metri da via Libertà, si trova un antichissimo pozzo quadrato, largo 12 metri e profondo 22, che in pochi conoscono e la cui origine non è ancora certa.

I Qanat di Palermo

Nei Paesi asiatici e mediterranei, i qanat sono un'opera di ingegneria idraulica, che consente di sfruttare la falda acquifera sotterranea per portarla in zone lontane, per irrigazione o per altri bisogni, senza fare evaporare l'acqua. A Palermo i qanat, o "ngruttati, sono strette gallerie sotterranee scavate nel sottosuolo friabile della città, in calcarenite. Lungo i qanat si aprivano dei pozzi verticali in comunicazione con la superficie, consentendo l'approvvigionamento idrico di case, giardini e campi. Grazie a queste gallerie, la Palermo arabo normanna si arricchì di fontane, giardini, bagni pubblici e palazzi lussureggianti. Per un uso sostenibile dell’acqua ritorna l’antica tecnica idraulica araba del qanat. La cultura araba e persiana, infatti, sono famose anche per aver saputo sfruttare l’acqua, bene prezioso nelle zone aride in cui si sono sviluppate. Gli arabi sono stati capaci di ricavare rigogliosi giardini e coltivazioni particolari, come quella del riso, da terreni secchi. Nato e sviluppato nell’antica Persia, il qanat è un sistema di trasporto prevalentemente tramite canali sotterranei dell’acqua, studiato proprio per i paesi con un clima arido. Era un’opera complessa che richiedeva tempo e investimenti, ma questo non ha impedito che fosse realizzato con successo nei territori posti lungo la Via della Seta e nell’Europa controllata dagli Arabi dal VII secolo d.C. Nonostante la diffusione moderna delle pompe idrauliche, i qanat vengono ancora utilizzati in Medio Oriente. Perché servirsi oggi di un metodo antico? I qanat, invece, possono integrarsi con sistemi di irrigazione a goccia e favorire un utilizzo ecologico delle risorse idriche.

L'Architetto Salvatore Costanzo

Si può ritenere che la formazione accademica dell’architetto avvenga a Palermo tra la seconda metà degli anni trenta e i primi anni quaranta del sec. XIX. L’ambito cronologico in cui si forma ed opera Costanzo è certamente tra i più complessi della storia dell’architettura: da un lato, le scoperte archeologiche conducono al risveglio del classicismo; dall’altro, le evoluzioni della tecnica, l’adozione di nuovi materiali costruttivi come la ghisa e il vetro, la necessità di nuove tipologie edilizie adatte alle nuove istanze del progresso, spingono verso la formazione di nuovi linguaggi espressivi in grado di rispondere pienamente alle esigenze della vita contemporanea. L’Ottocento, pertanto, oscilla tra pionieristiche fughe in avanti e consolatori rifugi nel passato, che nella seconda metà del secolo sfoceranno nel vario e ampio formalismo architettonico dello storicismo e dell’eclettismo, talvolta con abili compromessi.

Nacque a Palermo nel 1825 da famiglia modesta. Compiuti gli studi classici e laureatosi (1846) in architettura alla università di Palermo, fu aiutato a recarsi a Roma dove seguì corsi di matematica idraulica e costruzioni alla Sapienza e di disegno all'Accademia di S. Luca. Sotto la guida del Sarti, del Poletti, del Canina, si dedicò ai rilievi dei monumenti antichi. Sin dall'inizio della sua attività di architetto i motivi ideologici che lo avevano indotto a impegnarsi attivamente nella lotta per l'unità nazionale si fusero con una religiosità romantica di tipo giobertiano, ispirata inoltre alla concezione del Ruskin di un messaggio architettonico tipicamente cristiano da reintegrare e rendere di nuovo attuale nei suoi valori mistico-sociali.

Nel 1871 si inaugura la strada che collega Mussomeli con la costruenda stazione ferroviaria di Acquaviva Platani; nel 1882, lungo tale strada, ad appena un chilometro fuori dall’abitato, Costanzo realizza la cappella funeraria Sorce-Malaspina, dedicata alla Madonna del Riparo. Si tratta di una piccola costruzione in pietra a faccia vista, a pianta quadrata, sormontata da una cupola emisferica, con ingresso a fornice affiancato da paraste ioni che; la paraste, due per lato, danno solidità visiva ai cantonali e reggono una trabeazione che si svolge lungo il perimetro. Sopra la cornice, in asse con le paraste, volute lapidee a quarto di cerchio creano un felice contrasto con la curva della cupola. Il rigore geometrico dell’impaginato architettonico conferisce una solennità all’opera che ben si adatta a perpetuare la memoria delle virtù umane di chi vi è sepolto: nella cappella riposa, infatti, il cav. Vincenzo Sorce Malaspina, fondatore dell’omonimo orfanotrofio. Nella parte sommitale, oltre all’opera di Palladio, il riferimento più prossimo che Costanzo adotta è presumibilmente il gymnasium dell’ Orto botanico di Palermo, progettato da Leon Dufourny nel tardo Settecento. L’accostamento della cupola alle volute con opposta curvatura, infatti, ricorda da vicino l’opera palermitana dell’ architetto francese.

Il palazzo Mistretta, anch’esso realizzato in muratura portante con pietra a faccia vista, si articola su tre livelli: piano terra, piano nobile e mezzanino. Il prospetto sulla piazza riflette l’uso interno dei piani ed è quindi tripartito: il piano terra, destinato a magazzini, si presenta con una teoria di aperture a fornice; l’ingresso principale è inserito in un leggero risalto che comprende tutte le elevazioni. La tipologia trova ancora echi nell’arte del Cinquecento, ma l’astratto rigore geometrico del secondo rinascimento, che Costanzo adotta nella cappella Sorce-Malaspina, ha qui lasciato il posto ad un pregevole virtuosismo grafico, in particolare nelle mostre e nei decorativi rilievi sopra i balconi; non si può escludere che sia stata la stessa committenza a richiedere una maggiore enfasi formale quale simbolo evidente di un solido status economico.

Osservando il palazzo con attenzione, si nota come il risalto centrale paradossalmente non sia al centro. Ovvero, sul lato destro si trovano due moduli di balconi compresi tra paraste binate, mentre sul lato sinistro si trova un unico modulo. Tuttavia, esaminando la cornice del lato destro, si nota che rigira ad angolo retto per attestarsi come limite laterale del palazzo. La cornice del lato opposto, invece, prosegue rettilinea per un breve tratto oltre le ultime paraste, segno che la costruzione sarebbe dovuta continuare nel sito oggi occupato da un altro fabbricato, il cui fronte equivale proprio ad un modulo del palazzo. Anche nel paramento lapideo è evidente la predisposizione all’ammorsamento con altra struttura laterale, cioè con il modulo del palazzo forse originariamente prevista, ma non realizzata. Non sappiamo per quale motivo il palazzo venga ridimensionato; fortunatamente, il risalto centrale, poco accentuato, rende meno evidente lo squilibrio della facciata, che rimane, però, degna di merito per il rapporto proporzionale tra piano terra e piano nobile e per l’eleganza degli intagli, pur notandosi qualche forzatura compositiva proprio nell’innesto del risalto sulla facciata.

L’idea di un tessuto stradale che costituisse la matrice della nuova espansione edilizia non è estranea alla cultura siciliana: validi esempi si riscontrano a Palermo nella settecentesca addizione regalmicea o nella via della Libertà che si realizza a metà dell’Ottocento7. E certamente sulla base di questa nuova cultura urbanistica che Costanzo immagina la strada capace di regolare la nuova espansione all’abitato verso est e collegarsi con la provinciale che porta alla stazione ferroviaria e alla statale Palermo-Agrigento. Nonostante l’importanza architettonico-urbanistica, l’approvazione del nuovo tracciato stradale non è immediata. Pare che l’architetto trovi forti resistenze non solo da parte dei proprietari delle aree da espropriare, ma persino da parte dell’ Amministrazione comunale, che difficilmente può comprendere lo spreco di tanto suolo edificabile. Superate le resistenze e i particolarismi, l’opera viene realizzata. Purtroppo oggi, il valore di exemplum viene trascurato: l’attuale sviluppo urbanistico dell’abitato mette in evidenza soprattutto atteggiamenti speculativi che, per soddisfare interessi personali, ignorano quella che è la più elementare istanza di una società civile: la qualità ambientale.

I lavori di cui si è detto costituiscono solo frammenti dell’intensa attività progettuale dell’ architetto Costanzo. Ad esempio, nel 1867, per tutto l’anno solare, l’architetto si occupa delle «fabbriche di campagna dello Stato di Mussomeli di proprietà degli eredi del principe di Trabia»9. Un documento dello stesso anno conferma la sua presenza anche nel castello, per interventi di manutenzione10. Nel 1870 è incaricato dal Comune del completamento della piazza Sant’Antonioll . Nel 1872, in esecuzione della legge del 1865 sulla sanità pubblica, che vieta la tumulazione dei defunti nelle chiese dell’ abitato, l’architetto redige il progetto per la costruzione del cimitero. Nel 1883 Costanzo si occupa del progetto di rifunzionalizzazione dell’ex convento di San Domenico, destinato a scuola elementare.

Possiamo supporre, pertanto, la sua influenza, se non proprio il suo intervento, nei prospetti delle chiese di Sant’Enrico e soprattutto di Sant’Antonio, ascrivibili agli anni della sua attività e stilisticamente coerenti con la sua poetica. La facciata della chiesa di Sant’Antonio, ad esempio, oltre ad essere ispirata morfologicamente e sintatticamente all’arte del Cinquecento, presenta in sommità quelle singolari volute a quarto di cerchio che abbiamo già osservato nella cappella Sorce-Malaspina. L’opera di Salvatore Costanzo connota profondamente l’attuale morfologia dell’abitato. I risultati ottenuti nel campo della tecnica, del restauro, dell ‘ architettura, dell’urbanistica, dell’ arredo urbano, almeno nell’accezione ottocentesca dei termini, impongono uno studio approfondito della sua operal3, congiuntamente a quella di molti altri architetti operanti all’ombra di «centri minori».

Il primo intervento in cui Costanzo mostra approfondite conoscenze tecniche e di idraulica è la riforma dell’impianto idrico comunale attraverso una nuova conduttura d’acqua che dalla contrada Bosco confluisce in una fontana posta nel centro dell’abitato di Mussomeli, dinanzi al palazzo Trabia, oggi piazza Roma (1867). L’architetto sostituisce la precedente conduttura in tubi di argilla con elementi in ferro fuso, che possano resistere alla pressione di ben sedici atmosfere, importati direttamente dell’Inghilterra, all’avanguardia in Europa. Il percorso studiato dall’ archi tetto per la nuova conduttura attraversa ambiti irregolari e scoscesi, come i burroni nella zona dell’ Annivina, conseguendo una sostanziale riduzione della lunghezza complessiva delle tubazioni rispetto all’impianto precedente, che portava l’acqua nell’attuale piazza Umberto I. Alcuni anni dopo, Costanzo progetta il pubblico lavatoio presso la fontana dell’Annivina (1872), nel periodo in cui la zona viene dotata della strada carrabile di circonvallazione. Il lavatoio merita particolare interesse per i rilievi lapidei che vi sono integrati. Nel 1874, poiché l’Amministrazione comunale vuole rendere agevole agli abitanti la presa dell’acqua per uso domestico, egli progetta delle fontanelle a getto intermittente che vengono collocate in vari punti del paese e in cui confluisce, attraverso diramazioni realizzate con tubi in ghisa, l’acqua della condotta principale.

Tale ideologia, d'altra parte, veniva a scontrarsi con l'educazione classicistica ricevuta, introducendo peraltro in questa una viva componente di libertà che si espresse felicemente in tutte le sue opere neoclassiche e segnatamente nel Teatro Massimo di Palermo (1864). Nel 1863 venne nominato professore di architettura decorativa e composizione presso l'università di Palermo e capo dell'ufficio edile del Comune: il B. sviluppò quindi il piano regolatore cittadino, impostato dal governo di Garibaldi, sistemando la piazza Pretoria insieme col Damiani e col Patricolo e costruendo numerosi villini (Bonanno, Garibaldi). Nel 1864 partecipò al concorso per il Teatro Massimo di Palermo, per il quale ebbe il primo premio nel 1868; dovette interromperne la costruzione, iniziata nel 1875, per invidie locali e la riprese solo nel 1890, avendo come collaboratore il figlio Edoardo, ingegnere, che doveva morire pochi anni dopo. Dopo aver partecipato con Ernesto al concorso per il monumento a Vittorio Emanuele II in Roma (1877), il B. Già in una polemica sostenuta con il Di Bartolo il B. aveva rivendicato la libertà di scelta per uno stile congeniale, svincolato dalle misure classicistiche, ormai non più aderenti al nuovo clima sociale e culturale scaturito dalla lotta risorgimentale.

La villa Favaloro, sua ultima opera (alla quale in seguito il figlio aggiunse la torretta ottagona), rappresenta quindi il punto di arrivo del suo pensiero, nel superamento dello stilismo, sia pure raffinato, delle sue precedenti realizzazioni; i mezzi ancora tradizionali adottati, infatti, implicano tuttavia la visione di un nuovo ideale figurativo che esprime la profonda aderenza del B. Il B. morì a Palermo il 16 giugno 1891, l'anno medesimo del compimento della villa, lasciando tra l'altro una vasta produzione storica e critica nella quale si puntualizza il suo pensiero teorico e da cui si può giudicare l'ampiezza dei suoi interessi e l'attenzione spregiudicata con la quale egli osservava il panorama architettonico europeo che in quegli anni subiva vasti rivolgimenti e che il B.

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