Bagno di Romagna, un piccolo e grazioso borgo incastonato tra le catene montuose dell’Appennino, è famoso per le sue acque termali e la lunga tradizione gastronomica. Bagno di Romagna è il tempio dello “slow living”, una terra dove le giornate trascorrono al passo dei ritmi lenti scanditi dalla natura che qui regna sovrana.
La Magia di Bagno di Romagna
Secondo la tradizione locale, gli gnomi sono creature magiche che abitano i boschi e si dice che queste affascinanti creature siano protettrici della natura e dei suoi tesori, custodi di antichi segreti e saggezza. Ma la magia di Bagno di Romagna non si esaurisce con gli gnomi.
Il Ponte del Faggio e il Rio Salso
Subito dopo l'abitato di Casanova, si imbocca sulla sinistra il sentiero che scende, alternando tratti di bosco a suggestivi calanchi, al Ponte del Faggio amena località attraversata dal Rio Salso, e che prende il nome dal caratteristico Ponte sito in mezzo a un bosco di faggi.
Itinerari e Trekking
L’itinerario tematico parte dai giardini pubblici nel centro storico di Bagno di Romagna, presso il ponte sul fiume Savio e si snoda ad anello per circa due chilometri, inerpicandosi su per il Bosco dell’Armina. Inoltre, Bagno di Romagna offre numerose opportunità per gli amanti del trekking. I sentieri che si snodano attraverso i boschi circostanti offrono panorami spettacolari e la possibilità di immergersi completamente nella natura incontaminata del luogo.
Strabatenza e il Sentiero del Partigiano Janosik
Si prosegue salendo fino al borgo di Strabatenza, luogo ricco di richiami alla storia partigiana, e punto di partenza del "sentiero del partigiano Giorgio Janosik", dedicato Giorgio Ceredi, comandante dell'VIII brigata Garibaldi. Si continua a salire per tornare al Passo del Vinco e poi, di nuovo, in direzione di Casanova dell'Alpe, ma senza arrivarci perché, poco prima, si devia sulla destra per imboccare il sentiero 211.
Strabatenza è un borgo abbandonato nel versante romagnolo del "Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna". Il sentiero è in gran parte accostato al fiume del Bidente di Pietrapazza, prossima indicazione incontrata dopo aver incrociato "Casina del Ponte" ed essere arrivati al Mulino delle Cortine del bidente di Pietrapazza, zona in parte restaurata come la gora con il suo apparato molitorio, l'abitazione del mugnaio, la porcilaia e il mulino principale, mentre ancora in fase di ultimazione il bottaccio, tutto comunque ben documentato in loco.
Il nostro percorso riparte in direzione Pietrapazza, con prima qualche leggero dislivello in salita sino alla Fonte della Spungazza, per poi intraprendere un considerevole dislivello di 300 metri continui per circa 2km, in parte coperto dal sole, dove la difficoltà fisica viene sommata alle condizioni climatiche di una giornata di settembre abbastanza afosa, consiglio per tanto di portarsi dietro molta acqua per idratarsi (anche 3 litri), a metà percorso si incontrano un paio di fonti ma l'acqua ha un forte odore d'uovo e ruggine.
Lungo tutto il percorso si nota la presenza dei ruderi del borgo di Strabatenza, tra cui "Il Trogo", "Le Furie" fino a incontrare in ordine di percorrenza del sentiero CAI 211 un piccolo lavatoio (fonte annessa indicata precedentemente), quindi direzione Ponte del Faggio lungo la strada forestale sino al chilometro 7 dove si esce dallo sterrato segnalato per scendere di dislivello addentrandosi nel bosco.
Consigli Utili
Arrivati a Ponte del Faggio lasciamo l'automobile all' "Area di Sosta Ponte del Faggio", una bella area adibita a parcheggio e zona per pranzare, con tanto di barbecue e tavoli, nelle vicinanze un bagno pubblico. Da qui prendiamo lo sterrato sulla sinistra per poi incontrare appena pochi metri la cartellonistica per "Strabatenza" sulla destra, percorso indicato anche per MTB.
Indicazioni: Portare casco, kit riparazioni, mascherina di tipo chirurgico o superiore, gel igienizzante, cibo e acqua in base alle proprie esigenze. Uscita riservata ad un massimo di 10 partecipanti, oltre agli organizzatori.
La Passeggiata Lungo il Novecento e la Sorgente del Chiardovo
Pochi altri luoghi sono legati alla storia e all’immagine di Bagno quanto la sorgente del Chiardovo. I frequentatori di quel tempo si trovavano così di fronte alla sorgente che scaturiva da una spaccatura nella roccia che costeggiava il torrente e potevano gustarne, infine, la freschezza e le proprietà salutari.
Sarà solo nei primi anni Trenta che l’Amministrazione comunale si porrà l’obiettivo di realizzare una comoda strada per raggiungere la sorgente del Chiardovo, sempre più frequentata, attraverso un percorso in gran parte diverso rispetto alla mulattiera sino ad allora utilizzata. Il progetto, realizzato nel 1935 dal tecnico comunale, geometra Leo Bartolini, prevedeva anche la realizzazione di una fonte in pietra arenaria nella quale far confluire, per caduta, le acque della sorgente.
Nei documenti dell’epoca si legge: «la strada del “Chiardovo” ha una larghezza di m 2.50 e una lunghezza di m 621; serve per alacciare [sic] il paese di Bagno di Romagna (antica e rinomata stazione termale) alla “Fonte del Chiardovo” (sorgente d’acqua debolmente solforosa per idrogeno solforato e solfuri alcalini - serve per nebulizzazioni, purga, acqua da tavola e inalazioni), meta quest’ultima di passeggiate pomeridiane della immensa colonia estiva di bagnanti che trovano nella freschissima acqua linfa benefica ai loro molteplici mali».
I lavori, assunti dall’Impresa Costruttrice “Cooperativa di lavoro Cesare Battisti” di S. Piero in Bagno, iniziarono ufficialmente il 3 maggio 1935 e si protrassero per circa un anno. Come attestò il geometra Bartolini nella conclusiva “Relazione sommaria” del 24 giugno 1936, il costo delle opere fu di L. 92.736,43 e comportò l’impiego di «giornate lavorative di operai n° 4081».
Il 26 luglio 1936 la strada e il fontanile furono inaugurati e poi benedetti da don Antonio Mosconi, un giovane sacerdote bagnese che proprio quel giorno aveva celebrato la sua prima messa. Da quel momento la passeggiata al Chiardovo diverrà sempre più una consuetudine per i turisti che frequenteranno nel tempo Bagno di Romagna.
Le immagini fotografiche ed i documenti che seguono sono testimonianze di questa lunga storia. La mostra fotografica è stata esposta fra l’estate e l’autunno del 2023 lungo la passeggiata del Chiardovo, offrendo così ai visitatori la rara possibilità di confrontare coi propri occhi il passato ed il presente. Testo di Bruno Roba (12/10/2022)
Il Contesto Geografico di Pietrapazza
Lo sbocco della valle del Fiume Bidente di Pietrapazza è delimitato dalla convergenza delle dorsali che si staccano, da un versante, dai Monti Moricciona e La Rocca, dal versante opposto, dal Monte Castelluccio (anticamente detto Poggio de Castellare). Quest'ultima, dopo aver espresso una serie di picchi anticamente detti (nell’ordine, da monte a valle) Poggiolo dei Ronchi o della Balza dei Ronchi, Poggiolo delle Casaccie e Poggio di Rio Salso, determinando un contesto di notevole interesse morfologico e paesaggistico, si prolunga assottigliandosi e arcuandosi in parallelo al Bidente, nel contempo evidenziando il Monte Casaccia prima di terminare con il Monte Riccio (dove, strategicamente collocato, il Castrum montis Riccioli, almeno già dal 1321 sorvegliava ogni transito - ne restano vaghe tracce: «Anche sopra la via che va a Strabatenza, presso la località detta Ca’ di Veroli, ove dimora tuttora un ramo della famiglia Bardi, lassù rifugiatasi, fra i monti più alti, ai tempi delle famose contese medioevali, vedonsi i muri imponenti di un vecchio maniero, e quel luogo dicesi Montericcio» (D. Mambrini, 1935 - XIII, p. 279, cit.).
Qui, presso la confluenza dei Fossi di Strabatenza e Trappisa nel Bidente, la Valle di Pietrapazza si restringe quasi a chiudersi creando una discontinuità con quella di Strabatenza, così rendendo possibile una specifica identità geo-morfologica. Nell’esteso versante della dorsale dal Castelluccio appartenente alla Valle di Pietrapazza si possono distinguere varie aree. Il versante sud-occidentale appartiene alla valle del Fosso del Lastricheto, costituendone l’area degli insediamenti per morfologia ed esposizione più favorevole: all’inizio del Cinquecento la parte adiacente allo sbocco era detta le Felcetine o Falcedino. Il versante occidentale, scolante direttamente nel Bidente di Pietrapazza, anticamente si distingueva nella Valle del Frassine, nell’area intermedia de la Celteraja e in quella nodale di Pian del Ponte - la Bottega, c.d. «[…] per l’appalto di generi vari e di monopolio che v’era.» (G. Marcuccini, Le valli alte del Bidente: un cammino nella memoria, in: G.L. Corradi, a cura di, 1992, p. 120, cit.).
Infrastrutture e Insediamenti
In base al Catasto Toscano la valle era infrastrutturata da un’anonima strada di fondovalle, poi Mulattiera del Bidente, oggi S.F. Poggio alla Lastra-Pietrapazza o Str. Com.le del Bidente), lungo la quale si distribuivano gli insediamenti (ma le rispettive aree poderali si estendevano anche sull’opposto versante fluviale). Secondo la cartografia catastale, lungo detta strada, nella Valle del Frassine, sorgevano due insediamenti: Il Frassine (ruderi) nel Catasto Toscano, o Frassine nella Carta d'Italia I.G.M. di impianto (1894 e 1937), o Frassino in tutta la cartografia moderna; Cà di Micheli (ruderi) nel Catasto Toscano, o C. Micheloni nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894, 1937), o C. Michelone in quella moderna, Cà di Micheloni nel NCT (1935-1952) e Ca di Micheloni nella CTR della Regione Emilia-Romagna. Distaccato dalla strada, poco a monte di Ca Micheloni e ad esso collegato, sorgeva La Casaccia (ruderi di un capanno) nel Catasto Toscano, non rappresentato nella Carta d’Italia I.G.M. di impianto (1894), il simbolo di una capanna anonima nella successiva (1937), come pure in quella moderna e nel NCT, non rappresentato nella CTR.
Lungo la Mulattiera del Bidente, presso Ca Micheloni, si trovava la Maestà Beoni o del Frassino, risalente al 1935 e realizzata da un Milanesi; legata ad uno scampato pericolo, si trova già mappata nella Carta d’Italia I.G.M.
Documentazione Storica
La documentazione più antica riguardante l’area consiste in una disputa giudiziaria del 1531 relativa ad una compravendita risalente al 1524 di un appezzamento sito in un luogo detto Falcedino. Anche l’Opera del Duomo di Firenze vantava diritti e possedimenti che si spingevano fino a queste latitudini.
Alcuni appezzamenti sono documentati fin dal 1546 nell’inventario eseguito dopo che l’Opera, avendo preso possesso delle selve “di Casentino e di Romagna”, dove desiderava evitare nuovi insediamenti, aveva constatato che, sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi sia altrove, si manifestavano numerosi disboscamenti (“roncamenti”) non autorizzati; pertanto, dalla fine del 1510 intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali.
I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile: «[…] dei livelli che l’Opera teneva in Romagna […] se ne dà ampio conto qui di seguito […] 1546 […] Un poderetto di terra lavorativa e roncata in luogo detto la Fossa dell’Olmo di some 5 […] Un pezzo di terra lavoratia, siepata e roncata in luogo detto il Susinello di some 5. […] un pezzo di terra lavorativa e roncata posta in luogo detto i Ripiani e di some 6. Un podere di terra lavorativa e roncata con casa, in luogo detto le Felcetine. […] Un poderino alle Graticce di some 5. […] 1547 […] Un podere con casa e terre lavorative e vignate e roncate in luogo detto la Celteraia. […] Un podere o vero tenimento di terre parte lavorative e parte roncate e boscate con vigna e casa, in luogo detto Campo di Sopra e vale lire 1000. Un podere ai Ripiani di some 25. […] Un podere con casa e terre lavorative roncate et altro, in luogo detto le Cortine e vale scudi 200.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 151-153, cit.).
Peraltro, una relazione del 1789 conferma quale fosse il tipo di interesse dell’Opera nel mantenimento dei poderi che … : «[…] sono situati alle falde di vasto circondario delle selve d’abeti e sembra che sieno stati fabbricati in detti luoghi per servire di custodia e per far invigilare dai contadini di detti poderi dal fuoco, al taglio insomma alla conservazione di dette selve […] non ardirei mai di far proposizione di alienarli ma di seguitare a tenerli […] come si rileva chiaramente dalla loro posizione servendo di cordone e custodia alle macchie medesime […] ma […] potrebbero allinearsi e vendersi per essere […] ridotti in tal cattivo stato dai passati affittuari […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 441, 442, cit.).
I sopraddetti appezzamenti comunque vennero presto alienati, così nel 1818, all’epoca del Contratto livellario tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli, nella descrizione dei confini vengono ormai nominati alcuni proprietari privati, i cui poderi paiono estendersi fino al crinale: «Una vasta tenuta di terre […] alla quale per la circonferenza confina: […]; secondo, da detto punto confina Giuseppe Mosconi di Ridolmo seguitando la strada che da Prato ai Grilli conduce al Poderaccio, lasciando la strada su prendere il crine che conduce alle Palestre; […] quarto, Mario Mosconi col podere detto Ripiani […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 463-464, cit.).
Il Frassine: Storia di un Insediamento
Uno dei quattro fabbricati della prima area è quello topico, infatti ne derivò il nome, ed è documentato già dal 1560, ma occorrerà attendere circa un secolo affinché venisse forse identificato come Frassino di là, per essere collocato sotto strada, verso il fiume. Nel Giornale di Campagna del Catasto Toscano compare la seguente descrizione: «Casa colonica ed aia. A terreno: quattro stalle, stalletto, due logge, forno, stanzetta e capannetta. p. I°: cucina, camera e capanna.» (M. Foschi, P. Tamburini, 1979, p. 99, cit.).
Una mappa dell’Archivio Comunale di Bagno di Romagna datata 1888-1913 (cfr. AA.VV., 1989 e C. Bignami, A. Boattini, 2018, cit.), riguardante l’attribuzione delle numerazioni civiche, assegna a Frassino il n. 27, quando la casa risulta composta di 4 vani. Dal confronto tra catasto antico e moderno emergono notevoli difformità planimetriche che si accompagnano alla completa riconfigurazione del fabbricato principale secondo la volumetria unitaria documentata dalle foto d’epoca, con l’ampliamento e nuova edificazione di due annessi. Le modifiche sarebbero avvenute entro il 1871, come confermerebbe tale datazione scolpita nell’architrave del camino, ormai collassato o asportato. Ad oggi ridotto a rudere, che presenta resti di particolari decorazioni geometriche posticce del portale di ingresso, risulta abbandonato a metà degli anni ’60 del XX secolo divenendo in conseguenza proprietà ex A.R.F., quando l’insediamento risulta composto da un fabbricato di 80 mq, 480 mc e 4 vani.
Nell’ambito dei programmi regionali di riutilizzo del patrimonio edilizio nel Demanio forestale è stato sottoposto ad analisi storico-tipologica e metodologica; grazie ad essa risulta che il fabbricato è stato costruito in due fasi che hanno visto inizialmente la realizzazione di un unico vano su due livelli più una stanza nel sottotetto, con una stalla al piano terra e la cucina al 1° piano ed ingresso ottenuto dall’esterno sfruttando la pendenza del terreno, per una superficie coperta di circa 45 mq.
N.B.: - Negli scorsi Anni ’70, a seguito del trasferimento delle funzioni amministrative alla Regione Emilia-Romagna, gli edifici compresi nelle aree del Demanio forestale, spesso in stato precario e/o di abbandono, tra cui Cà di Micheloni, Campo di Sopra, Cetoraia e Frassino (tutti dimensionati), divennero proprietà dell’ex Azienda Regionale delle Foreste (A.R.F.); secondo una tendenza che riguardò anche altre regioni, seguì un ampio lavoro di studio e catalogazione finalizzato al recupero ed al riutilizzo per invertire la tendenza all’abbandono, senza successo. Con successive acquisizioni il patrimonio edilizio del demanio forlivese raggiunse un totale di 492 fabbricati, di cui 356 nel Complesso Forestale Corniolo e 173 nelle Alte Valli del Bidente. Circa 1/3 del totale sono stati analizzati e schedati, di cui 30 nelle Alte Valli del Bidente.
I Mulini ad Acqua nell'Appennino Romagnolo
- L’Appennino romagnolo era caratterizzato fino a metà del XX secolo (superata in qualche caso per un paio di decenni) da una capillare e diffusa presenza di mulini ad acqua, secondo un sistema socio-economico legato ai mulini e, da secoli, radicato nel territorio del Capitanato della Val di Bagno. Intorno al Cinquecento ognuno dei 12 comuni del Capitanato disponeva di almeno un mulino comunitativo la cui conduzione veniva annualmente sottoposta a gara pubblica a favore del migliore offerente. Nell’alta valle del Bidente di Pietrapazza il Comune di Poggio alla Lastra possedeva tre mulini, il Mulino di Pontevecchio, il Mulino delle Cortine e il Mulino delle Graticce; a quell’epoca nell’area si registrano assegnazioni per 230 bolognini. La manutenzione poteva essere a carico del comune o del mugnaio.
Alla fine del Settecento l’attività riformatrice leopoldina eliminò il regime di monopolio comunitativo introducendo la possibilità per i privati di costruire altri mulini in concorrenza produttiva, cui seguì un progressivo disinteresse comunale con riduzione dell’affitto annuale dei mulini pubblici fino alla loro privatizzazione. Nell’Ottocento, con la diffusione dell’agricoltura fino alle più profonde aree di montagna, vi fu ovunque una notevole proliferazione di opifici tanto che, ai primi decenni del Novecento, si potevano contare undici mulini dislocati lungo il Bidente di Pietrapazza e i suoi affluenti.
Bagno di Romagna: Un Ponte tra Romagna e Toscana
Il territorio di Bagno di Romagna fu conquistato dai Fiorentini nel 1404, e nel 1454 fu organizzato nel "Capitanato della Val di Bagno", composto da dodici "Comunità". Economia e cultura si orientarono così verso la Toscana, e questo rapporto impronta i palazzi signorili come le case di campagna. Bagno di Romagna (già insediamento romano di Balneum) si trova su sorgenti di acqua calda termale. Tra Settecento ed Ottocento i Granduchi di Toscana contribuirono all'ampliamento ed al rilancio delle terme, mentre S. Piero in Bagno divenne un vivace centro commerciale.
Qui, da sempre, la Romagna s' incontra con la Toscana anche a tavola, e dunque la succulenta gastronomia romagnola si sposa con quella più sobria della tradizione toscana.
Eventi e Manifestazioni
- Palio dei fuochi della Madonna di Corzano, falò accesi nei rioni: ultima domenica di agosto (S.
- Festinval: Sapori e Colori della Valsavio, gastronomia locale e prodotti tipici: ultimo weekend di settembre (S.
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