Ogni volta che in Italia scoppia uno scandalo, un avvenimento ormai frequente di cui non ci scandalizza più che tanto, i giornalisti ci informano su ogni possibile particolare, gli opinionisti ci spiegano cause e effetti, i direttori scrivono un editoriale in cui esprimono la loro profonda costernazione.
I lettori e i telespettatori sono informati per giorni fino all’esaurimento della fase emotiva. Poi qualche trombettiere suona il silenzio e si parla d’altro. Anni dopo arrivano le prescrizioni, i memoriali di discolpa degli interessati, le amnistie, la benedizione sociale bipartisan di uno scandalo che non è più scandalo, ma è diventato storia patria.
Ogni volta che scoppia uno scandalo in Italia le prime 10 pagine dei quotidiani ne parlano con toni indignati. I giornalisti, finalmente liberi, si scatenano come furie (avvoltoi?) su persone che intervistavano servilmente il giorno prima.
Io spero che il prossimo scandalo riguardi loro, i loro editori, i loro giornali, i loro settimanali, le loro televisioni. Che porti alla luce i motivi politici, economici, personali per cui danno una notizia e ne eliminano un’altra. Tacciono e depistano. I giornalisti della notizia post datata, i giornalisti del paraculismo istituzionale, i giornalisti demi vierge, dell’opportuno riserbo editoriale, della stecca pubblicitaria e del pezzo di ordinanza.
La pubblicità di Rocco Siffredi come idraulico ha suscitato diverse reazioni, alimentando un’attenzione attorno ai temi di genere e alla violenza sulle donne come non era mai riuscito di fare a un film, un libro, uno spettacolo.
Dati Istat sulla Violenza Contro le Donne
Complici probabilmente altri numeri, quelli appena diffusi dall’Istat, anche questi in milioni: in Italia, sono 6,1 milioni le donne vittime di violenza sessuale o fisica nel corso della vita; 1 milione e 100 mila quelle vittime di stupro o tentativi di stupro; 3 milioni e mezzo le vittime di stalking. Sono tante, troppe, ma per fortuna oggi si ribellano, si liberano. E raccontano.
Storie di Vita e Ribellione
Iole Valentini: Una Vita tra Tradizione e Libertà
Come Paola Cortellesi, Iole Valentini, 86 anni, è per metà romana e per metà abruzzese. Come Delia, la protagonista del film, vive a Testaccio e come lei trova un po’ di libertà in una macchina da cucire: Delia la usa per confezionare la camicetta per il giorno in cui la sua vita avrà una svolta; Iole per conquistare pezzi di autonomia. «A Testaccio ci sono arrivata per lavorare qui, nel negozio con mio marito Augusto. Lui è morto nel 2022. Stavamo insieme 24 ore su 24. La mattina ci alzavamo, facevamo colazione, venivamo qui, poi a pranzo lui cucinava e dopo mangiato tornavamo qui fino a sera. Era un bravo sarto, qui tutti gli hanno voluto bene. Lo conoscevano tutti, io invece stavo un po’ nell’ombra».
Quello tra Iole e Augusto sembra, nel racconto di lei, un rapporto alla pari molto distante da quello tra Delia e Ivano. «Sembra: ho vissuto tutta la vita per non far arrabbiare Augusto, era una cosa che mi aveva inculcato mia suocera, che era una donna che viveva per la pace, non voleva vedere discussioni. Io invece adesso mi accorgo che avrei dovuto ribellarmi. A lui ero attaccata, eh, se tornasse qui me lo riprenderei, perché il bene è uno solo. Ma adesso che lui non c’è più sono più libera di parlare e di fare. Prima facevo le cose come diceva lui.
Comandava ma a me stava bene, era normale che ci fosse il padre padrone. Adesso io lo so che non era giusto, che avrei dovuto ribellarmi, anche se poi si arrabbiava, perché non va bene abbassare sempre la testa». Iole in realtà si chiama Jolanda («A lui non piaceva, mi chiamava Iole e Iole m’è rimasto»), ha iniziato a lavorare a 16 anni come pasticcera, poi però conosce e sposa Augusto: «Mi diceva: “Se ci sposiamo, a me basta che fai le asole, il resto lo faccio io”. Ma dalle asole ho iniziato a fare le maniche, poi i pantaloni. Mi ha insegnato un mestiere che è d’oro».
Insieme sono stati 68 anni: «Era così, una volta. E poi mia madre mi aveva detto: “Se te lo sposi e vi lasciate non tornare a casa, che non ti faccio entrare”. Ma non è stata sempre una bella vita. I primi anni ci sono state tante botte. Sbagliavo a fare una cinta? Erano botte. Sbagliavo qualche altra cosa? Botte.
E dopo due anni di matrimonio ho messo tutto il corredo in quel baule che ora sta lì, ho chiamato una ditta per farlo venire a prendere, poi ho telefonato ai miei cognati e ho detto al più grande, Silvestro, che me ne volevo andare, che non ce la facevo più a prenderle. Lui è venuto con due fratelli al negozio, ha tirato giù la saracinesca e ha detto ad Augusto: “Iole se ne va perché non vuole più le botte, viene a stare a casa mia”. Allora mio marito ha iniziato a piangere e ha giurato che non mi avrebbe più toccata».
Ha mantenuto la promessa? «Diciamo che me le prometteva, quindi stavo zitta perché sapevo che se no, prima o poi, arrivavano. E siamo andati avanti così. Che ce vòle fa’, la vita è lunga, ce sarebbe da scrive ‘n libro,mica ‘n articolo».
Patrizia Romani: L'Eredità della Violenza Familiare
Poco lontano dal negozio di Iole c’è il condominio di Delia. Patrizia Romani, 80 anni, cammina con la busta della spesa verso casa, sul lato del cortile su cui affaccia il seminterrato di Delia e Ivano. Con accento metà romano e metà emiliano fa: «Pure voi siete qua per il film? Sapeste quanta gente viene». Lei però C’è ancora domani non lo ha visto: «Ho paura ad andare, perché la storia che racconta l’ho capita, e l’ho vissuta con mia madre, con mio padre violento, con me che fino a 16 anni non mi potevo muovere da casa. Mi identifico molto con quella storia, ho assistito a liti pazzesche, papà menava a tutto spiano, se la prendeva anche con me. Poi faceva la pecora, chiedeva scusa, ma era una finta.
Mio padre con me si è ammorbidito solo dopo che mi sono sposata. E per fortuna mia mamma un po’ di affetto almeno in vecchiaia l’ha avuto. Lui è morto a 63 anni, lei a 90, e quando è rimasta vedova si è accompagnata con un amico di famiglia che le voleva bene, la chiamava “la mia signora”, le faceva i regali per San Valentino, la portava a ballare, una cosa che lei aveva sognato per tutta la vita. Un uomo eccezionale». Lo è stato anche Nando, marito di Patrizia, che l’ha salvata dalla violenza del padre: «Nando faceva l’idraulico vicino al negozio dove io facevo la parrucchiera, aveva due anni meno di me ed eravamo amici. Io non ci pensavo a lui, ma lui era proprio cotto. Quando ci siamo fidanzati capiva bene la situazione, perché anche sua mamma aveva sofferto una storia simile. Mi proteggeva, mi difendeva. È morto tre anni fa e a me manca proprio un pezzo.
Serena Berardino e Giorgia Curatolo: La Consapevolezza delle Nuove Generazioni
Una Delia e una Marcella in pochi metri, lungo i quali c’è l’Istituto Europeo di Design. Nel cortile, c’è una panchina rossa contro la violenza sulle donne. In una posa che ricorda quella delle sigarette clandestine fumate da Delia con l’amica emancipata Marisa (Emanuela Fanelli), siedono Serena Berardino e Giorgia Curatolo.
«La nostra generazione sta trovando la forza di parlare. Siamo più consapevoli. Alla manifestazione del 25 novembre al Circo Massimo c’era una rabbia bella: piangevamo, ridevamo, eravamo felici di essere lì. Un ragazzo teneva in mano una corona d’alloro da laurea e diceva “Giulia ce l’ha fatta”». A parlare è Giorgia, Serena annuisce e subentra: «Giulia era coetanea nostra ed è inconcepibile che qualcuno possa spezzarti la vita così. Anche io − dai 14 ai 17 anni − ho vissuto una relazione tossica. Controllava come mi vestivo, con chi uscivo, dove andavo. Ero piccola per capire il male che mi faceva, mi colpevolizzavo, non mi rendevo conto che mi stava allontanando da tutte le persone che mi volevano bene. I miei amici mi hanno allontanata perché pensavano fossi come lui. L’unica ad aiutarmi è stata mia madre. Ne sono uscita, l’ho lasciato e oggi mi rendo conto della fortuna che ho avuto, perché lui non ha insistito. Ho perdonato quelli che non mi sono stati vicino, so cosa vuol dire non capire le situazioni, in fondo neanche io l’avevo capita. Io però alle mie amiche rompo le scatole se noto che i loro fidanzati hanno comportamenti del genere».
Proprio come fa Marisa con Delia. Per fortuna, Serena non ha mai conosciuto la violenza fisica: «Quella psicologica non è meno dannosa. È sottile, inizia piano piano, non te ne accorgi, ma ti segna dentro più di uno schiaffo». Giorgia i fidanzati gelosi e soffocanti li chiama “falchi”: «Provano a essere padroni della tua vita.
La Responsabilità Comune e la Colpa Individuale
Ma ha ragione Elena Cecchettin a dire che tutti gli uomini sono responsabili del sistema patriarcale da cui nasce la violenza di genere? Serena è netta: «La responsabilità è comune, la colpa è individuale. Nel momento in cui si sta zitti si è corresponsabili. Ma è difficile: i maschi non sono abituati a parlare tra loro di cose importanti, lo considerano un segno di debolezza».
«Hanno paura di dire ad altri uomini come la pensano, temono il giudizio. Nell’arco di tempo che va da Iole a Giorgia e Serena, passando per Patrizia, una nuova consapevolezza si è fatta strada.
Tabella Riassuntiva dei Dati Istat
| Tipo di Violenza | Numero di Donne Vittime |
|---|---|
| Violenza sessuale o fisica nel corso della vita | 6,1 milioni |
| Stupro o tentativi di stupro | 1,1 milioni |
| Stalking | 3,5 milioni |
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