Il Bagno Rosa 22 è una vera istituzione sul lungomare di Lido di Classe, in provincia di Ravenna. La nostra spiaggia, la più ampia della zona, si sviluppa su un fronte mare di oltre 70 metri.
La Storia del Turismo Balneare a Rimini
Sono trascorsi 180 anni da quando lungo la costa del mar Adriatico aprì il primo stabilimento balneare. Era il mese di luglio del 1843 quando grazie ai conti Baldini aprivano i Bagni Marittimi di Rimini. Da allora anche la spiaggia ha saputo trasformarsi in storia e cultura, ha saputo nell’arco dei decenni dettare le mode e le tendenze, ma anche unire le persone, tramandare tradizioni e usanze di tanti turisti che arrivavano a Rimini da località differenti d’Italia e del mondo.
L’anno di nascita di Rimini, come stazione balneare, è però il 1843. Questo era poi una costruzione di legno sorgente su palafitte, dall’acqua, a trenta passi dalla spiaggia a cui si accedeva per un pontile. Aveva sei camerini e fu inaugurato dal Cardinale Legato. Un servizio di carrozza a cavalli collegava la città, che ancora non si spingeva fino al mare, con il lido. La gestione del primo anno si chiuse con un passivo di 700 scudi sì che il Tintori uscì dalla società e parvero avverarsi le previsioni dei benpensanti che non capivano come si potessero buttare tempo e denari nella sabbia e nell’acqua, ma i Baldini non si scoraggiarono ed ebbero ragione.
Seguono l’apparizione dei villini sul lido (foto 1892) e nel 1908 l’apertura del Grand Hotel con l’invenzione dello slogan Rimini l’Ostenda d’Italia. E ancora, la rapida e prodigiosa ripartenza postbellica alla fine degli anni Quaranta, lo spazio della spiaggia che si riempie al perfezionarsi dell’organizzazione dei servizi di spiaggia.
"Volevamo festeggiare - commenta il sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad - questi 180 anni di vita della spiaggia di Rimini attraverso una mostra insolita e suggestiva che raccontasse la trasformazione della spiaggia da risorsa naturale sempre esistita a straordinaria industria del turismo.
Un luogo fisico, ma anche un paesaggio immateriale e metaforico che da quel primo luglio 1843, anno di fondazione del primo stabilimento balneare, passando per il 1873 con l’inaugurazione del Kursaal, si è affermata come la più importante realtà balneare d’Europa, diventando il simbolo della vacanza al mare e Rimini la località più riconoscibile di quella “inversione rituale” che è la vacanza.
Un ringraziamento particolare va a “Piacere spiaggia Rimini” e a quello scrigno prezioso che custodisce la memoria visiva dei mutamenti antropologici e dell’evoluzione estetica della nostra città che è l’archivio fotografico della Biblioteca Gambalunga.
Le immagini provengono in massima parte dalle collezioni comunali conservate alla Biblioteca Gambalunga, a partire dalla produzione dei fotografi Contessi e dal fondo Tonini per la documentazione ottocentesca. Sono attinte dalle collezioni Battaglini, Freddi, Maioli e Rusticani le immagini dei primi decenni del '900, mentre alle raccolte dell'Enit e dello studio riminese Moretti fa capo la documentazione degli anni Cinquanta. Dagli archivi Apt e Minghini provengono le immagini della spiaggia degli anni '60, '70 e '80, dall'archivio Raggi Rimini Press le immagini per i due decenni successivi. La Rimini degli ultimi vent'anni rivive nelle foto provenienti dall'Ufficio Stampa del Comune, in gran parte a firma di Emilio Salvatori.
La Mostra Fotografica "Tutti al mare (1843-2023)"
Dal 1° luglio al 31 agosto il programma culturale estivo si arricchisce di una nuova mostra fotografica ‘diffusa’ sulla spiaggia: “Tutti al mare (1843-2023). Il percorso è composto da 8 sezioni che raccontano gli albori della vita balneare (Si comincia!), il mare e suoi modi di salparlo (Tuffi e spruzzi), l’eleganza dei costumi e il senso del pudore (Chic&Chic), il lungomare e i suoi eventi (Parate e sfilate), l’organizzazione di spiaggia e le sue architetture (Capanni e rose), i giochi (Palette e secchielli), le attività per il benessere del corpo (Su le braccia, giù le braccia) e i rituali con i suoi personaggi (Tipi e riti).
L’espressione scherzosa “Questa mostra non ha un verso” restituisce uno dei caratteri più originali di questo allestimento, dove l’ampiezza del percorso (2,5 km) non consentiva un racconto di tipo cronologico e sequenziale.
Di qui il racconto per otto tappe autonome che aggregano immagini evocative di alcuni temi che dimostrano straordinaria persistenza e ricorrenza nel corso dei 180 anni considerati: la moda con l’evolvere dei costumi, la spiaggia con le sue architetture e oggetti, i giochi e i passatempi, i tipi da spiaggia.
Servizi e Spazi al Bagno Rosa 22
La distanza tra ogni ombrellone supera i 16 metri quadrati ed è la medesima per ognuno dei tre settori nel quale è suddivisa la spiaggia. Crediamo che vi siano momenti fatti per la condivisione ed altri momenti per i quali la privacy, la discrezione e la comodità siano fondamentali: la vita sotto l′ombrellone è uno di questi.
Le ATTIVITÀ on the beach proposte sono molteplici: sport, relax, cultura, cucina, buona musica ed esperienze ludiche per i più piccoli. I nostri SPAZI sono ristrutturati e studiati per accogliervi in un ambiente armonioso e naturale.
L'Isola delle Rose: Un Sogno di Libertà
È curioso notare come tutto questo abbia a che fare con l’idea di un ingegnere bolognese che, nell’agosto del 1967, inaugura la sua Insulo de la Rozoj, una piattaforma di 400 mt2 posizionata a 6 miglia dalle coste italiane e, più precisamente, nelle acque internazionali di fronte al litorale riminese.
Lo stesso Sibilia presenta Rosa (Elio Germano) come un inventore geniale e un po’ matto che non si preoccupa di guidare la vettura che ha progettato e costruito per l’esame di abilitazione - con il divano della nonna al posto dei sedili, senza targa, né documenti (così come lui è sprovvisto di patente) - mentre accompagna a casa l’ignara ex fidanzata Gabriella (Matilda De Angelis). Sarà proprio la donna a redarguirlo mentre percorrono insieme le strade di Bologna e vengono fermati dalla polizia: Giorgio dovrebbe smetterla di costruire giocattoli e provare a essere normale.
Attraverso un lungo flashback, torniamo indietro di un anno e ripercorriamo tutte le tappe, dal litigio con Gabriella all’idea dell’isola, dalla costruzione della piattaforma alla richiesta di riconoscimento come Stato (inviata all’ONU), fino agli interventi di intimidazione e corruzione da parte dei servizi segreti italiani rivolti a Rosa e ai suoi compagni.
Nella lettura di Sibilia, il rapporto tra i due è centrale al punto che l’isola sarebbe una sorta di dichiarazione d’amore indiretta: Giorgio non partecipa alla rivoluzione per un mondo che non corrisponde ai propri ideali, ma si impegna nella costruzione di un mondo nuovo in cui la libertà è assoluta.
Da un punto di vista narrativo, questa scelta consente di tralasciare molti aspetti che appaiono ancora oggi poco chiari nel progetto di Rosa, mettendo in secondo piano le questioni legate a presunti interessi economici e, allo stesso tempo, privilegiando il valore ideale, nonché la complessità tecnica e giuridica del progetto.
Certo, anche in questo caso, nella resa cinematografica, è l’intervento censorio di Gabriella - nel film, docente di diritto internazionale - a spingere Giorgio a fondare la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose nel maggio del 1968, dopo che la donna aveva criticato le modalità di gestione dell’isola, associando il progetto a quello di una grande discoteca.
Nelle conversazioni tra Franco Restivo (Fabrizio Bentivoglio) e Giovanni Leone (Luca Zingaretti), Sibilia condensa tutto il significato politico della costruzione di Rosa che viene recepita come un atto di insubordinazione alla libertà affermata, sancita e riconosciuta dalla Costituzione italiana e dagli organi ecclesiastici, in aggiunta alla minaccia economica - soprattutto per l’eventualità che altri possano adottare la struttura progettata da Rosa per delocalizzare attività commerciali ed eludere il pagamento delle tasse.
Nell’unico contatto diretto tra Restivo e Rosa (una telefonata alla segreteria del Consiglio d’Europa mentre l’ingegnere è a Strasburgo), il discorso si concentra proprio sul diritto e sulla libertà: da un lato, l’esperienza di Restivo che ha - simbolicamente - limitato la sua libertà personale per “scrivere una serie di frasette numerate che avrebbero costituito le fondamenta della Repubblica che stava per nascere”, tenendo ben presente il calcolo di “tutte le variabili” perché “basta sbagliarne una che crolla tutto” e “la libertà svanisce”; dall’altro lato, Rosa che vorrebbe essere “l’eccezione a quel calcolo perfetto” proponendo il modello di una libertà assoluta a quella condizionata dalla legge.
A questo punto la risposta del Ministro è netta: “Tu hai fondato uno Stato e pure io. Rosa lascia Strasburgo e raggiunge l’isola insieme a Gabriella: con il rumore degli elicotteri e delle sirene in sottofondo, la sequenza in cui diversi giornalisti raccontano di trovarsi di fronte alla “resa dei conti tra lo Stato italiano e la sedicente Isola delle Rose” evidenzia il valore spettacolare della vicenda, così come è spettacolare il modo in cui i compagni di Rosa approdano sulla piattaforma per difendere l’isola.
Malgrado le evidenti differenze, c’è una certa assonanza narrativa tra il modo in cui Sibilia racconta la storia di Giorgio Rosa e quella del gruppo di ricercatori precari guidato da Pietro Zinni (Edoardo Leo) in Smetto quando voglio (2014): l’insoddisfazione e la volontà di fare qualcosa di concreto per cambiare quanto è intorno, la presenza di un vuoto legislativo, l’opposizione da parte dell’ordine statale.
Si vive, si muore, si ama in uno spazio quadrettato, ritagliato, variegato, con zone luminose e zone buie, dislivelli, scalini, avvallamenti e gibbosità, con alcune regioni dure e altre friabili, penetrabili, porose. Ci sono le regioni di passaggio, le strade, i treni, le metropolitane; ci sono le regioni aperte della sosta transitoria, i caffè, i cinema, le spiagge gli alberghi, e poi ci sono le regioni chiuse del riposo e della casa.
Ora, fra tutti questi luoghi che si distinguono gli uni dagli altri, ce ne sono alcuni che sono in qualche modo assolutamente differenti; luoghi che si oppongono a tutti gli altri e sono destinati a cancellarli, a compensarli, a neutralizzarli o a purificarli. Si tratta in qualche modo di contro-spazi (Foucault 2006, p.
Più che un’utopia, l’Isola delle Rose è stata l’avvento testimoniale dell’eterotopia: riprendendo quanto Foucault affermava durante la conferenza radiofonica del 7 dicembre 1966 su citata, un’eterotopia è un luogo reale in cui viene materialmente spostato e trasferito ciò che è deviante rispetto a una certa norma sociale, ma anche uno spazio limitato - sia geograficamente, sia temporalmente - in cui è concesso deviare dalla norma.
Questo accade nel cinema, «una grande sala rettangolare, in fondo alla quale, su uno schermo che è uno spazio a due dimensioni, viene proiettato uno spazio che è nuovamente a tre dimensioni» (ivi, pp. 18-19).
Per lungo tempo, l’acqua è stata custode di rituali e pratiche di allontanamento e purificazione: era il confine del mondo conosciuto, il ponte di guerra, l’annuncio di morte e di vittoria, il rifugio di chi non era ammesso nella terraferma e trovava la sua casa nel passaggio da un porto all’altro.
Che cos’è oggi l’acqua per noi? La distesa che vediamo dalla spiaggia, il ristoro di un bagno caldo, l’adesione a una religione e poco altro.
Riferimenti bibliografici
- M. Foucault, Utopie, eterotopie, Cronopio, Napoli 2006.
- G. Rosa, L’isola delle Rose. La vera storia tra il fulmine e il temporale, Persiani, Bologna 2020.
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