Lo spot in questione mescola ironia, allusioni sessuali e una celebre pubblicità delle automobili Fiat di inizio millennio, che è diventata un tormentone nazionale oltre vent’anni fa.

La controversia dello spot

Proviamo a pensare solo per un attimo a questo spot a parti invertite. Vediamo un po': l’uomo si apre la cerniera dei pantaloni e tira fuori il suo attributo. Provo ad avanzare delle ipotesi. La compagnia di viaggi verrebbe denunciata (giustamente) per apologia di sessismo, razzismo e istigazione alla violenza sessista, e naturalmente condannata a sborsare miliardi di euro di penale. Altrettanto ovviamente (e ancora una volta giustamente) verrebbe scatenato un vero e proprio uragano mediatico e politico, con interrogazioni parlamentari, campagne di denuncia e via discorrendo.

Ciò che riteniamo più grave è il fatto che un simile spot venga semplicemente concepito e diffuso come se nulla fosse. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante: razzismo, sessismo e istigazione all’odio e alla violenza di genere.

Il punto di vista degli esperti

Oggi lavoro nel comune di Parma, un comune sicuramente molto all'avanguardia ma dove si parla sempre troppo poco di donne. Come oramai negli ultimi venti anni, non è poi che io abbia fatto chissà quale carriera, alle riunioni io sono sempre l'unica donna di staff e di coordinamento, e questo la dice abbastanza lunga, tenuto conto poi che nel pubblico la presenza femminile dovrebbe essere forte. Vengo da venti anni di ministeri e di politiche sociali diverse, e mi sono anche occupata di politiche per la famiglia. Ora dirigo un'area che è molto ampia che è quella dei servizi alla persona e alla famiglia e l'80% delle persone che lavorano con me sono donne, ma poi quando vai allo staff di coordinamento strategico io divento l'unica donna. Questo per me è sempre un motivo di riflessione.

Uno degli errori fondamentali è questa continua commistione tra donne e famiglia come se, come d'altronde è in Italia, parlare di donna e parlare di famiglia sia la stessa cosa. In realtà non è vero, le politiche per la famiglia sono una cosa e le politiche di genere o di promozione per i diritti delle donne sono un'altra. In Italia ora questi due ambiti sono quasi sovrapposti, sappiamo infatti che in Italia l'80% delle questioni che riguardano la famiglia in realtà sono gestite dalle donne e quindi siamo tutti abituati così, come se stessimo parlando della stessa cosa.

Partiamo da quelli che possono essere gli errori, e quindi l'ignoranza ma non nel senso dispregiativo, semplicemente per il fatto di non sapere. Ne parlavamo prima con Elena, c'è proprio una scarsa consapevolezza di alcune cose. Vi porto alcuni esempi, il primo è questo: tutti avrete sentito parlare dell'iniziativa Freccia Rossa lanciata a settembre da Trenitalia per cui le donne avrebbero viaggiato gratis insieme alla propria famiglia ossia un gruppo da tre a cinque persone con almeno un bambino, il sabato invece un posto a costo zero per una coppia accompagnate da un passeggero munito di biglietto.

Un terzo esempio e veniamo al tema della conciliazione dei tempi di lavoro e di famiglia. Nel sito del dipartimento per la famiglia si parla di organizzazioni come uno strumento di innovazione rispetto ai modelli sociali, economici e culturali che riguardano appunto gli uomini, quindi teoricamente è la definizione corretta. Di fatto però quello che esce ad esempio dal piano di cui vi parlavo prima è che appunto la conciliazione continua ad essere un problema delle donne, proprio quando in tutti i paesi più impegnati sul fronte dell'uguaglianza di genere sempre di più la conciliazione è un tema legato invece all'organizzazione della vita e del lavoro all'interno della famiglia e quindi l'attività di cura viene diversamente organizzata tra i genitori.

Un altro degli errori che ho indicato come parola chiave è l'ignoranza che c'è in tutto questo. In Italia la maternità per le donne che lavorano è di fatto un disvalore, voi lo sapete, è scritto su tutti i giornali, quando le donne sono chiamate ai colloqui se vogliono avere il lavoro normalmente devono nascondere il desiderio di fare un figlio. Il 76% del top management del privato ritiene un inconveniente il periodo di maternità di una donna occupata, la percezione quindi è sostanzialmente negativa.

Ora questa è un'altra di quelle cose che è veramente dettata molto dall'ignoranza, dagli stereotipi e dal pregiudizio, perché poi gli studi dimostrano, e per fortuna se ne cominciano a fare di approfondimenti su questa tema, che la maternità non è un problema per il lavoro. Questi sono alcuni dati che io ho tratto da studi vari ad esempio dell'Istituto Nazionale di Ricerca che si occupa di formazione e lavoro e che ci racconta appunto che la maternità è uno dei fattori critici in Italia, naturalmente lo è più che in altri paesi. Se prima della nascita di un figlio lavorano 59 donne su 100, dopo questo evento rimangono a lavorarne 43, nel 90% dei casi la motivazione dell'abbandono è proprio legata all'esigenza di cura dei figli.

Io lavoro a Parma che è un distretto industriale economico veramente privilegiato e una donna molto impegnata e che tra l'altro è un industriale, mi diceva che è pieno di aziende che fanno firmare le lettere di dimissioni in bianco prima dell'assunzione. Questa cosa è veramente drammatica, io non so se esiste negli altri paesi, ma la diffusione che c'è in Italia della firma delle lettere in bianco per le dimissioni da dare nel momento in cui si rimane incinta, è veramente un fenomeno drammatico.

Ultimamente è uscito un libro dal titolo "Maternità quanto ci costi" che se non altro, comincia a fare un po' di chiarezza. Qualcuno si è messo finalmente a studiare, ad indagare questa tematica e ne esce appunto che quello che dicono i manager, ossia che la maternità costa, è solo un pregiudizio, uno stereotipo.

Quindi queste sono le conclusioni degli studi di cui vi parlavo: la maternità non è un costo, il 20% dei costi a carico delle imprese rappresenta lo 0,016% del fatturato totale di imprese e servizi, il vero problema può essere di imparare a riorganizzare il lavoro, il che diciamo in molte strutture organizzative non può che essere un vantaggio, quello di mettere mano ogni tanto alla reingegnerizzazione dei processi o alla riorganizzazione nella ripartizione delle mansioni anche per un miglioramento dell'efficienza. La maternità se opportunamente gestita rappresenta un beneficio sia per l'azienda che per le lavoratrici.

Il part-time quindi non è un vero strumento che aiuta le donne, perché in realtà le tiene sufficientemente lontane dal lavoro e tutte quelle che avrebbero la possibilità, la voglia, il desiderio o la capacità di andare avanti, che non vuol dire necessariamente fare la grande carriera, ma semplicemente seguire le proprie inclinazioni, col part-time di fatto non lo possono fare, perché comunque stai poco al lavoro.

C'è una bella intervista fatta a Grazia Verderame, molto attiva su vari blog, ve ne leggo una parte: " Le donne vorrebbero sostanzialmente conciliare il lavoro con la famiglia e per fare ciò sono disposte anche a richiedere il part-time che ha delle grosse ripercussioni oltre che sullo stipendio, anche sulla possibilità di fare carriera.

Quando ho visto questa pubblicità sono inorridita, ovviamente mio marito non ha capito perché mi sono tanto inalberata, io la trovo terrificante. Sappiate che questa pubblicità è della Swiffer, un'azienda multinazionale e sono sicura che mai in nessun altro paese del mondo diverso dall'Italia farebbe una pubblicità così perché verrebbero denunciati immediatamente.

Io sono fissata con la questione della pubblicità ed è impressionante quello che passa e nessuno se ne rende conto: pubblicità delle macchine con la musica della marcia nuziale che dicono "vi dichiaro marito e macchina" come se noi fossimo intercambiabili rispetto a una macchina e così a seguire. Tutte le pubblicità dei prodotti per la casa, di cucina, ecc., fanno vedere solo donne che lavorano. L'altro giorno ne ho vista una di pannolini dove finalmente per la prima qualcuno si è degnato di metterci un uomo.

Esiste una specializzazione produttiva? La natura femminile, secondo questa teoria, porterebbe le donne ad avere un vantaggio comparato nel lavoro domestico, perché per loro è meno costoso dedicarsi a questa attività di quanto non lo sia per gli uomini.

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