Venere, o Afrodite per i greci, rimane un'incarnazione di un ideale in continua evoluzione, non solo estetico, sin dalle fertili rappresentazioni scultoree del paleolitico. La sua divinità, elevando lo spirito dell'eterno femminino ben oltre le limitazioni terrene, ha mille volti che continuano a nutrire culti antichi e mitologia contemporanea.

Le Origini Mitologiche e la Simbologia

La sua nascita, persa tra mito e storia, la schiuma del mare e i linguaggi dell’arte, non ha mai smesso di rinnovare l’evoluzione della simbologia legata a fertilità e spiritualità, purezza, grazia, bellezza, sensualità e amore, rendendola feticcio, icona pop-olare, nonché emblema delle lotte femministe.

Tra i simboli più complessi e resistenti della modernità dell’antico, capace di sedurre l’immaginario, cambiando nome, forma, fisionomia, mai la presa del suo mistero sul contemporaneo che restaura templi, gli dedica poesie, ricette, libri e collezioni fashion primavera estate 2023. L’entità più affascinante, da abbracciare durante i festeggiamenti più sacri e profani dell’amore, approfittando di visite e guide speciali per gli innamorati dell’arte.

Venere Paleolitica e Moderna

Il mistero della bellezza, spaventoso (non solo per I fratelli Karamazov di F.Dostoevskij), quanto le profonde contraddizioni incarnate dai suoi modelli in continua evoluzione, sposa le forme generose e feconde del femminile sin dalla preistoria con le cosiddette "statuine di Venere". Reperti scultorei che pur anticipando di migliaia di anni la figura mitologica di Venere, gli archeologi catalogano metaforicamente come tali. Al pari della Venere di Willendorf, tra le testimonianze più importanti dell'opera artistica del Paleolitico superiore e più antiche della presenza di Homo Sapiens in Europa.

11 cm di olite che da 29.500 anni da forma alla bellezza della fertilità, incarnata insieme a salute e prosperità. Il reperto rinvenuto nell’omonima località austriaca nel 1908, potrebbe però provenire dall’area italiana del Lago di Garda, stando ai nuovi studi all’avanguardia della sua materia calcarea.

Studi e scoperte, condotte dal team di ricerca dell’Università di Vienna e dal suo Naturhistorisches Museum che la custodisce. Le sue fattezze feconde, a prova delle bizze del tempo e dei modelli estetici, segnano la pelle del contemporaneo come tutte le sue eredi, insieme a tatuaggi e opere moderne (Venus in nero di Vilgeniy Melnikov, 2020), come hanno fatto con la cultura popolare di romanzi fantascientifici (Eaters of the Dead, Michael Crichton, 1976), serie televisive (The Young Pope di Paolo Sorrentino, 2016), o videogiochi (Far Cry Primal, 2016).

Venere Classica, Eterna e Contemporanea

Trentamila anni dopo, Venere giunge a noi con i tratti delle più celebri statue classiche di fattura ellenistica e romana. I difetti, come l’affascinante strabismo di Venere che tocca molti infanti, tra rughe del collo e fossette (sul sedere), ne caratterizza la divina bellezza e il mistero del fascino, insieme alle pose per innumerevoli opere d’arte.

Della Venere Accovacciata, intenta a ricevere l'acqua del bagno sacro, non restano che copie romane della scultura bronzea di Doidalsa (250 a.C.), come quella marmorea senza braccia, conservata a Roma nel suo Museo nazionale romano di Palazzo Massimo, o quella conservata a Gli Uffizi di Firenze. Anche della Venere Callipigia, voltata in osservazione del lato b del suo corpo seminudo, resta la copia scultorea romana dell'originale ellenistico di "Afrodite dalle belle natiche", conservata nel museo archeologico nazionale di Napoli, insieme ai soggetti replicati da opere seicentesche.

La Venere Anadiòmene, intenta a ravviarsi i capelli bagnati, resta protagonista di molte più opere, dal dipinto perduto del greco Apelle, alla nascita di Botticelli, Tiziano o William-Adolphe Bouguereau, passando per gli affreschi nella casa della Venere in conchiglia rinvenuti nel parco archeologico di Pompei. La Venere Victrix, "vincitrice del cuore degli uomini", ha una lancia in mano sulle monete romane di epoca imperiale, un pomo nella statua di Paolina Borghese scolpita da Canova, conservata alla Galleria Borghese di Roma.

Tra le più replicate la Venere Pudica, colta nell’atto di coprirsi il corpo nudo e dallo sguardo che viaggia nel tempo, portando noi nel passato e lei nel presente. Ben rappresentata dalla copia romana della Venere capitolina conservata nei Musei Capitolini di Roma, quella della Venere Landolina conservata presso il Museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa e oggetto dei fervidi commenti di Guy de Maupassant, o quella originale ellenistica della Venere de’Medici (Fine II sec. a. C. - Inizi I sec. a. C.), custodita nella Tribuna degli Uffizi a Firenze.

Tutte sono celebrate per secoli da ogni genere d'artista, da Botticelli a Shakespeare, da Warhol a Pistoletto.

La Venere di Milo

La prima a toccare i fasti della celebrità resta comunque la Venere di Milo (o Afrodite di Milo), dea della bellezza per antonomasia e star del Museo del Louvre parigino. Due metri di classicità ellenistica che tocca le carni con generosità e morbidezza, quanto l’elaborato virtuosismo del panneggio, perfette per ripercorrere le vicende di modelli tramandati per secoli, dall’antichità all’immaginario contemporaneo.

L’espressione imperturbabile, il movimento conferito dalla torsione del corpo e la sua naturalezza, datata 130 - 100 a.C e lontana dalla compostezza "eroica" delle Veneri classiche dei secoli precedenti, ha contribuito alla fama di uno degli enigmi più affascinanti della storia dell’arte. Quanto le speculazioni sulla mancanza di braccia e basamento originale della statua, o l’aurea della sua creazione, realizzata in due blocchi distinti, con il taglio nel marmo perfettamente combaciante, nascosto tra le pieghe sui fianchi.

Attributi ad Alessandro di Antiochia solo dopo studi recenti più approfonditi.Il suo viaggio nel tempo inizia l’8 aprile del 1820, con il ritrovamento sull’omonima isola dell’arcipelago greco delle Cicladi e le questioni squisitamente diplomatiche che consentono alla corte francese di re Luigi XVIII di acquistarla e donarla nel 1821 al museo del Louvre, orfano delle opere acquisite durante le spoliazioni napoleoniche, restituite in ottemperanza al Trattato di Vienna del 1816.

Tra queste anche la Venere de’Medici, tornata alla Tribuna degli Uffizi a Firenze e Venere capitolina restituita ai Musei Capitolini di Roma. Oltre alla "propaganda" francese che la attribuisce subito al celebre Fidia e a Prassitele, sopravvivendo anche a traslochi, l’occupazione nazista e viaggi debilitanti, la sua imperturbabile e imperfetta perfezione ci guarda da millenni, con le innumerevoli sfumature e prospettive fornitane dai linguaggi dell’arte, insieme all’evoluzione di quello che resta un ‘classico’.

Tra l’incarnazione della Libertà che guida il popolo (1830) di Eugène Delacroix, a quella pop che abbraccia un televisore (V. NUS : antik gaming, 2019) del francese SeCaM (Stéphane Castet-Moulat), c’è il nostro mondo innamorato del mistero della bellezza.

Le sue fattezze diventano oggetto di studio di artisti come Van Gogh e Paul Cézanne, del paradosso dadaista in rosa e blu di René Magritte (Les menottes de cuivre, 1931), o del surrealismo con i segreti dischiusi insieme ai cassetti del calco di Salvador Dalì (Vénus de Milo aux tiroirs, 1936). Il ribaltamento inatteso del mito senza braccia, restaurato da Man Ray (Vénus restaurée, 1936), con la sua scultura acefala di gesso e spago, ancora oggi scatena riflessioni su feticismi e disabilità, mentre la sua dissacrazione la rende da subito testimonial dei nuovi consumi di massa, da sigarette e corsetti all'aspirina, tra corn-flakes e penne stilografiche.

L’attacco all’arte antica innescato dall’azione del Nouveau Réalisme di Niki de Saint Phalle nel 1962, mentre gli spara per ricoprirla di colore, ne innesca la rigenerazione nell’epoca che consuma tutto, quanto la ricerca scultorea di un artista tra i più influenti della scena contemporanea come Fabio Viale, quando ricopre il candore mormorio della sua Venus (2020, 2021) con la simbologia dei tatuaggi Irezumi e siberiani.

La Venere più celebre della storia dell’arte, resta riconoscibile nella silhouette dello specchio Venere disegnato dall’architetto Carlo Mollino (1938), o quando Arman la frammenta, scompone, riassembla o la trafigge con i cucchiaini (2000). È in ogni caso la cultura popolare a citarla e amarla, con i personaggi e i formati più disparati, da Buster Keaton che posa con cappello, lenzuolo e stivali in un ritratto promozionale nel 1932 (circa), all’Eva Green senza braccia di Bernardo Bertolucci (The Dreamers, 2003), da Twin Peaks di David Lynch a I Simpson, mentre gli acquarelli della venere di Milo Manara si ispirano alle fotografie d’epoca di Brigitte Bardot e Miles Davis la canta insieme a Lucio Battisti.

A tracciarne le vicende tra storia, arte e propaganda, è anche il documentario La Vénus de Milo, une pour tous di Natacha Giler (YUZU Productions, Anemon Productions, 2022).

La Nascita e la Rinascita di Venere

La nascita di Venere che incanta i secoli e freme nei versi di Rilke, dopo Lucrezio, Saffo o Foscolo, prima di spogliarsi di grammatica e sintassi e baciare La Reggia di Venere di Sartoria Utopia, deve molto all’armonia compositiva e la grazia luminosa di una delle rappresentazioni più celebri della sua pudicizia classica.

Resa da Botticelli, capolavoro del Rinascimento italiano, simbolo dell’arte della capitale fiorentina, nonché volto della nostra moneta da dieci centesimi di euro, con i suoi lunghi capelli aurei, sferzati dall’energia vitale degli elementi della natura. Dal soffio dai venti Zephiro e Aura che spingono la sua valva nelle acque primordiali, verso l'isola di Cipro, dove la attende Primavera con un mantello per coprirne le grazie. Divine come il mistero della bellezza che continua a incarnare.

L'opera più iconica delle Gallerie degli Uffizi di Firenze, insieme alla Primavera di Botticelli, resta in buona compagnia di altre Veneri altrettanto amate e apprezzate, dalla marmorea Venere de' Medici a La Venere di Urbino (1538) dipinta da Tiziano Vecellio. La sensualità di una donna messa a nudo sul letto di una camera e non più della dea in simbiosi con il paesaggio della natura, ripresa dalla figura dormiente dipinta dal suo maestro Giorgione (1510).

Una dimensione moderna della Venere distesa, destinata a esercitare una grande influenza nella storia dell’arte e molte opere del diciannovesimo secolo, come la provocante e scandalosa Olympia di Manet. Un riferimento per l’arte anche nelle sue correnti più moderne e contemporanee, rielaborate dalla PopArt di Andy Warhol (Birth of Venus (dopo Botticelli), 1984) con le serigrafie della varianti cromatiche del dettaglio del volto, che prendono atto della trasformazione della dea in diva, anticipando l’icona pop-olare di t-shirt, merchandising e NFT più o meno autorizzato sul OpenSea.

Protagonista anche della capsule pret-à-porter "Le Musée" di Jean Paul Gaultier, a partire da polemiche e diffide scatenate dagli Uffizi per l’uso non autorizzato della Venere di Botticelli, mentre sembra che il suo soffio vitale sulla leggerezza di trame e ricami, vestirà l’animo gentile e romantico più cosmopolita con la collezione primavera estate 2023 di Saman Loira, nel Giardino di Venere.

La Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto

A rinnovare fulgore e valore della dea, contribuisce anche la luce che Michelangelo Pistoletto accende sui concetti contrapposti della sua Venere degli stracci (1967). La dialettica accesa sulla dinamica concettuale dei materiali poveri e poetici, da uno dei maestri del modo di porsi storico-artistico dell’arte povera degli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Innescata dall’installazione, con il chiarore brillante della copia decorativa (da giardino) della Venere con mela di Bertel Thorvaldsen (1805, Louvre di Parigi), contrapposto alla superficie opaca e multicolore della montagna di stracci usati per pulire la vernice dei suoi quadri specchianti (1961), alla quale è rivolta l’attenzione della dea e dello spettatore. Antitesi estese alla differenza cromatica, alla forma e la sua mancanza, la durezza statica e la morbidezza dinamica, il valore di storia e contemporaneo.

Soprattutto, alla memoria della bellezza dell’arte incarnata da Venere, capace di rigenerare anche il valore, cromatico ed emozionale, della materia di scarto del quotidiano. Dalla prima versione realizzata nel 1967, conservata presso la Fondazione Pistoletto - Cittadellarte di Biella, sono seguite altre installazioni di versioni in colatura di cemento, gesso e marmo. Anche di carne viva, con la modella protagonista della performance installativa a San Francisco nel 1980.

Tante quanti i modi di vedere, cambiare prospettiva, leggere la realtà e fare arte senza porsi limiti di Pistoletto. Infinita, come i percorsi espositivo-installativi pronti a rigenersi attraverso il dialogo con il Chiostro del Bramante di Roma (18 marzo - 15 ottobre 2023), la Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano, (23 marzo - 4 giugno 2023) e la Manica Lunga del Castello di Rivoli (31 ottobre 2023 - febbraio 2024).

Dedicate all'universo sconfinato toccato per sei decenni dall’opera che ha contribuito a ridefinire il concetto di arte, mentre Pistoletto, tra i più grandi e stimati maestri italiani viventi, festeggia i suoi primi 90 anni (Biella, 25 giugno 1933).

Il Giallo Attorno alla "Venere al Bagno" del Giambologna

In merito alla vicenda del presunto 'giallo' della Venere al Bagno del Giambologna, una delle novità esposte nella mostra 'Plasmato dal Fuoco. La scultura in bronzo nella Firenze degli ultimi Medici', in corso a Palazzo Pitti fino al 12 gennaio prossimo, le Gallerie degli Uffizi "intendono fare chiarezza. Contrariamente a quanto affermato, non è corretto sostenere che una maggioranza degli studiosi sia contraria all'attribuzione di quest'opera a Giambologna. Anzi: a favore si sono schierati, chiaramente e inequivocabilmente, numerosi e stimatissimi esperti della materia".

La nota cita alcuni esperti come Bertrand Jestaz, già professore a Parigi alla Ecole nationale des chartes (Scuola Normale Superiore per la Paleografia), alla Ecole du Louvre e alla Ecole pratique des Hautes-Etudes. "Jestaz- si legge nella nota- e' il doyen degli studi del Rinascimento italiano in Francia e uno dei massimi esperti del bronzo rinascimentale italiano". "Avery pubblico' per primo la Venere al bagno in marmo ora accolta al J.Paul Getty Museum, la prima versione della Venere al Bagno in bronzo del 1597: all'epoca- si legge ancora- dovette sostenerne l'autografia contro molte critiche. Il tempo gli ha dato ragione".

Jestaz, Larsson e Avery "hanno tutti contribuito alla fondamentale mostra del Giambologna nel 1978. Lo scambio degli argomenti disponibili e' stato portato a termine nel Burlington Magazine in favore all'attribuzione al Giambologna. Come anche altri capolavori del bronzo rinascimentale, la Venere è solamente firmata dal suo fonditore, che l'ha pure datata al giorno della fusione.

È stato avanzato che la cifra '5' del 1597 sia un 6 incompleto. Questa ipotesi non è tecnicamente verificabile e rimane del tutto speculativa. Si può facilmente immaginare che se fosse stato un '6', l'autore avrebbe corretto il numero incidendo a freddo dopo la fusione la parte lasciata aperta di quello che si legge come '5', cosa evidentemente non avvenuta.

Nondimeno- proseguono le Gallerie degli Uffizi- già vent'anni fa i tecnici del J. Paul Getty Museum avevano stabilito che il bronzo fosse del Cinquecento. Il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, "è uno dei massimi esperti della scultura bronzea rinascimentale. Come specialista ritiene che la Venere al Bagno del Giambologna sia un capolavoro dell'arte italiana del Cinquecento e che l'opera meriti l'inserimento nel contesto pubblico della mostra 'Plasmato dal fuoco'.

Quanto all'amicizia dello stesso Schmidt con il co-proprietario della Venere al Bagno, lo storico dell'arte e antiquario Alexander Rudigier, la nota risponde che "il direttore degli Uffizi, proprio in quanto esperto di bronzi antichi, conosce ed è in buoni rapporti con tutti gli antiquari del settore, tuttavia quando si tratta di stabilire quali opere debbano entrare o meno a far parte di una mostra, si attiene rigorosamente a valutazioni di tipo espositivo e accademico. Solo in questo ambito ognuno può formarsi un giudizio sulla questione.

La "Venere al bagno" nel Ninfeo della Villa

La statua di "Venere al bagno" costituisce una tra le più pregevoli opere conservate nel "Corridoio delle statue" sito al piano nobile della Villa. Essa era originariamente collocata nelle "Grotte Vecchie" del Ninfeo, nel quale oggi è presente una copia identica all'originale.

Questa scultura venne infatti scolpita per essere scenograficamente disposta nell'emiciclo delle grotte naturali situato nella zona orientale del Ninfeo, insieme ad altre due figure di Naiadi-Veneri realizzate intorno al 1589 da Giulio Cesare Procaccini su disegno dello scultore Francesco Brambilla il Giovane. Questa "Venere al bagno" viene invece assegnata dalla critica ad un altro scultore attivo nel complesso, il comasco Marco Antonio Prestinari, sulla base delle similitudini con l'"Adone" da lui scolpito nel marmo nel 1602 per il giardino del Ninfeo e oggi conservato al Musée du Louvre di Parigi.

In entrambe queste opere, infatti, Prestinari traduce i modelli del Brambilla con un linguaggio differente da quello procacciniano e più vicino alle sculture del celebre artista Giambologna, di cui riprende in maniera evidente l'opera "Venus Urania" (1575), oggi conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Tutte queste sculture tradiscono inoltre una certa suggestione della "Leda" dipinta da Leonardo da Vinci, così come poteva essere percepita studiando il cartone dell'artista allora conservato a Milano nella Collezione Leoni (e oggi perduto), oppure le numerose traduzioni pittoriche fatte dagli allievi del maestro fiorentino.

Sicuramente Giovanni Paolo Lomazzo, regista insieme a Pirro I Visconti Borromeo del progetto iconografico e decorativo del Ninfeo, doveva aver sostenuto una certa vena leonardesca negli scultori attivi all'interno della Villa. In particolare nei suoi numerosi scritti appare chiaro come egli considerasse "Leda" come un vertice di perfezione estetico-culturale e come un supremo modello da seguire per raffigurare Venere, i cui volti regolari e affilati presentano il caratteristico ed enigmatico sorriso delle dame leonardesche, così come la stessa attenta definizione delle morbide acconciature a ciocche ondulate.

La scultura della Venere si è guadagnata negli anni l'appellativo popolare di "Vegia Tuntona", che nel dialetto locale significa "Vecchia Tentatrice".

La "Venere al bagno" di Luigi Pampaloni alla Galleria dell'Accademia

La Galleria dell’Accademia di Firenze ha recentemente arricchito le sue collezioni con una preziosa statuetta in terracotta intitolata “Venere al bagno”, realizzata dall’artista Luigi Pampaloni. Questa opera, che rappresenta un momento di intimità e bellezza, sarà esposta nella Gipsoteca, accanto ad altri modelli in gesso dell’artista e del suo maestro, Lorenzo Bartolini, una figura fondamentale nel panorama artistico fiorentino del XIX secolo.

Luigi Pampaloni, allievo e collaboratore di Bartolini, ha sviluppato uno stile personale che si distacca dalle rigide convenzioni del neoclassicismo. La statuetta, presentata per la prima volta all’esposizione annuale dell’Accademia di Belle Arti nel 1838, è un chiaro esempio di questa spontaneità. Pampaloni riflette le sue meditazioni sul “bello naturale”, un concetto che si basa sull’imitazione della realtà e sulla rappresentazione autentica della figura umana.

La statuetta, alta 38 centimetri, mette in risalto la maestria dell’artista nel lavorare la terracotta, creando effetti di chiaroscuro che conferiscono una straordinaria morbidezza e vitalità all’opera.

Nella raffigurazione di Venere, la dea è colta in un momento di vulnerabilità e bellezza, mentre si prepara a immergersi in acqua. Il suo gesto istintivo di coprire il seno con una mano, accentuato dalla caduta dell’ampio telo che la avvolge, esprime una delicatezza e una naturalezza frutto di un’attenta osservazione del corpo umano. La torsione del busto e la posizione delle braccia rivelano la capacità di Pampaloni di esprimere movimento e vita attraverso la scultura.

La statuetta diventa così un viaggio visivo che invita l’osservatore a riflettere sulla bellezza femminile, non solo come ideale estetico, ma anche come espressione di emozioni e vulnerabilità.

Massimo Osanna, direttore ad interim della Galleria dell’Accademia, ha commentato con entusiasmo l’acquisizione della Venere al bagno. “Con questa nuova aggiunta, la Galleria riafferma la sua duplice missione: essere custode di un patrimonio straordinario e al contempo un luogo di ricerca e valorizzazione”, ha dichiarato Osanna.

L’importanza di questa acquisizione non risiede solo nella statua in sé, ma anche nel contesto più ampio che essa rappresenta. La collocazione del bozzetto nella Gipsoteca arricchisce la già significativa collezione di sculture ottocentesche del museo, rendendo il luogo ancora più attrattivo per studiosi, appassionati d’arte e turisti.

La Gipsoteca, recentemente riallestita, ospita opere che testimoniano l’evoluzione della scultura nel XIX secolo e il contributo di artisti come Pampaloni e Bartolini. Questi artisti hanno saputo interpretare il loro tempo, cercando di catturare l’essenza della bellezza e della natura umana attraverso materiali e forme innovativi.

La Venere al bagno diventa un importante tassello per comprendere il percorso artistico di Pampaloni, la sua ricerca del “bello” e il dialogo costante con le idee del suo maestro.

L’acquisizione della statuetta rappresenta un’opportunità per il pubblico di esplorare il processo creativo di un artista che ha avuto un ruolo significativo nella scultura italiana del XIX secolo. Attraverso la Venere al bagno, i visitatori possono avvicinarsi alla comprensione delle tecniche e delle intuizioni che hanno caratterizzato il lavoro di Pampaloni, permettendo loro di apprezzare le sfumature e i dettagli che rendono questa opera così unica.

In conclusione, non solo la Galleria dell’Accademia si arricchisce di una nuova opera, ma anche il panorama culturale di Firenze si amplia, offrendo ai visitatori una nuova occasione di riflessione sulla bellezza, l’arte e la storia. La Venere al bagno non è solo un’opera d’arte, ma un invito a scoprire e comprendere la profondità della creatività umana, che continua a ispirare e affascinare generazioni di artisti e spettatori.

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