L'Antico Bagno Favorita è uno degli stabilimenti più antichi d'Italia. Sorse nel 1887 a Ercolano, allora Resina, cittadina dell'entroterra costiero, rinomata località di villeggiatura tra il Vesuvio e il mare, celebre per gli scavi archeologici e le ville del '700.
Situato al centro del Golfo di Napoli, con vista di un paesaggio che abbraccia in un solo sguardo la penisola sorrentina e la costa napoletana, Capri e le altre isole, l'Antico Bagno Favorita costituiva la pertinenza a mare della Villa Favorita, gioiello dell'architettura settecentesca del Miglio d'oro, alla cui storia è indissolubilmente legato.
Nacque così l'Antico Bagno Favorita, costruito interamente su palafitte in legno, che divenne, soprattutto dal 1893, quando la villa fu acquistata dai principi di Santobuono, soggiorno preferito dell'aristocrazia napoletana che villeggiava nelle residenze di famiglia del Miglio d'oro.
Famoso negli anni dopo la I Guerra Mondiale costituiva punto di grande ritrovo tanto che le giornate e le notti Ercolanesi erano ambite da tutti i residenti e non. Nel tempo l'Antico Bagno Favorita ha conservato la sua originaria conformazione, così come i discendenti del Pignalosa hanno preservato attraverso le successive generazioni, la tradizione familiare di questo piccolo stabilimento.
La Villa Favorita: Un Contesto Architettonico di Prestigio
La Villa Favorita di Ercolano, più esattamente Real Villa della Favorita, è situata sul Miglio d’Oro. È una delle più sontuose ville vesuviane del XVIII secolo.
Ferdinando Fuga, realizzò l'edificio a partire dal 1762 su un preesistente casino appartenente alla famiglia del Duca Beretta di Simari. Dopo poco la villa e il parco furono acquistati da Stefano Reggio e Gravina, principe di Jaci e di Campofiorito (1700-1790).
Nel 1768 il principe organizzò un fastoso ricevimento in onore dei Principi reali Ferdinando e Maria Carolina d'Austria, novelli sposi e al quale parteciparono anche il Granduca Leopoldo di Toscana, con la consorte Maria Luisa di Borbone, che sarebbero divenuti Imperatori d'Austria.
Alla morte del principe di Aci, nel 1792 la villa entrò nel patrimonio del sovrano, secondo le volontà testamentarie del principe. Ferdinando IV di Borbone vi trasferì l'Accademia degli Ufficiali di Marina. Nel 1799 la villa fu restaurata.
Pesca del corallo a Torre del Greco
Al Caracciolo nel 1454 subentrò Francesco Carafa. Poi nel 1576 passò al ramo dei Carafa di Stigliano: ma nel 1689, dopo la morte di Nicola Guzman Carafa, figlio della viceregina Donn’Anna Carafa, fu devoluto alla Regia Corte per mancanza di eredi.
Così nel 1699 la “città del corallo” poté ricomprare il demanio per 106 mila ducati, una somma cospicua, raccolta dal ceto mercantile, che si era arricchito con la sua fiorente attività di pesca del corallo. L’incremento dei traffici è testimoniato dall’aumento dello stipendio del doganiere, 300 ducati nel 1600, e dalla nomina di un credenziere, che percepiva 60 ducati annui ed alcuni emolumenti o compensi straordinari (circa 25 ducati annui, Sirago, 2004 e 2009).
Inoltre, vi era un portulanoto che dipendeva dal Mastro Portolano di Napoli e Terra di Lavoro, e riscuoteva solo emolumenti (Sirago, 2004). I feudatari riscuotevano il “falangaggio” (diritto di approdo con le falanghe o bitte per piccole imbarcazioni) negli approdi di Resina e Cremano e ancoraggio nei porti del Granatello (Portici) e Calastro (Torre).
Avevano anche una “privativa della pesca” un diritto da cui riscuotevano “la fida di mare” (diritti sulla pesca) lungo tutta la costa dai pescatori di Torre e dei suoi casali, Portici, Resina, San Giorgio a Cremano e San Giovanni a Teduccio. Questo particolare tipo di pesca era praticato con le feluche o tartane coralline, a cui era applicato un “ingegno” a forma di “Croce di Sant’Andrea” armato con ami con cui a forza di braccia si strappavano i rametti dal fondale.
La pesca era organizzata in modo del tutto particolare, poiché occorreva una grossa somma per armare una feluca o tartana, dai 300 ai 500 ducati. Nel Seicento e Settecento, dopo l’esaurimento dei banchi corallini in Campania, i capi-squadra e i pescatori si erano trasferiti in Sardegna, in Corsica e poi anche nelle coste africane, dove da agosto ad ottobre organizzavano le campagne di pesca, coadiuvati anche dai pescatori di Resina, Capri e Procida.
La pesca era molto faticosa e pericolosa perché spesso le imbarcazioni erano assalite dai corsari turchi e barbareschi. Ma i torresi erano tutelati dal “Pio Monte di felluche et barche, marinai e pescatori della Torre del Greco”, creato nel 1615 nella chiesa di Santa Maria delle Grazie il cui statuto fu firmato da 27 contraenti, gli armatori più importanti, secondo la testimonianza del notaio.
Il Monte sopperiva alle continue difficoltà, pagando una quota per i defunti, la dote delle figlie e il riscatto per i marinai catturati dai corsari (50 ducati). Nel 1639 fu redatto un nuovo statuto e la sede fu spostata nella chiesa di Santa Croce; poi nel 1673, dato l’aumento dei suoi componenti, il Monte fu trasferito nella Cappella di Santa Maria di Costantinopoli, grancia della parrocchia di Santa Croce, mantenendo il suo carattere laicale e difendendo gelosamente la propria autonomia rispetto al clero locale.
Nel 1724 fu aggiunto un “Monte delli schiavi per sussidio delli riscatti delli cattivi” (prigionieri) e nel 1728 furono aggiunti degli specifici capitoli sulla pesca del corallo, una pesca pericolosa per le continue catture dei marinai da parte dei corsari barbareschi lungo le coste africane (Ferrandino, 2008, Sirago, 2022).
Nel 1727, durante l’epoca austriaca, si contavano 125 padroni con altrettante feluche e 1000 marinai “corallari” (Di Vittorio, 2000). All’arrivo di Carlo di Borbone (1734) il regno, ritrovata la sua indipendenza, venne riorganizzato capillarmente in ambito commerciale. Nel 1742 fu promulgato un “Regolamento” per la navigazione dei bastimenti mercantili, implementati a partire dal 1751 con vari “Capitoli e leggi per Navigazione e mercatura”.
Dalla seconda metà del Settecento si sviluppò un vivace dibattito sulla riorganizzazione del sistema economico regnicolo promosso da Antonio Genovesi. L’economista, tra le varie questioni, trattò anche quella della pesca dei torresi, auspicandone un rilancio, visto che il guadagno di 200 mila ducati annui percepito in passato appariva diminuito.
In effetti a metà Settecento a Cagliari si contavano ancora 72 feluche torresi [2], mentre altre erano registrate nelle isole ionie, soprattutto a Corfù e Zante (Cisternino Porcaro, 1954: 84-87). Durante il periodo della sua “Reggenza” (1759-1767) il ministro Tanucci formulò un progetto per creare una compagnia per la pesca del corallo.
La questione fu ripresa da Giovan Battista Maria Jannucci, che nel 1763 era stato nominato presidente del Supremo Magistrato di Commercio: Jannucci scrisse un suo “parere sulla pesca de’ coralli”, inserito nella sua inedita opera che dava segni di crisi, specie dopo la carestia del 1764. Nel 1765 si contavano solo 42 feluche mentre i debiti erano saliti a 10.600 ducati.
Il ministro osservava che il sistema di vendita dei coralli agli ebrei a Livorno dava luogo ad un forte indebitamento dei padroni delle feluche. Inoltre, ricordava che in altri luoghi come Marsiglia erano state create delle compagnie che ingaggiavano i torresi, i più esperti pescatori di corallo.
Egli proponeva di registrare i capitani torresi e favorire la vendita del corallo in regno, organizzando la lavorazione, ancora poco sviluppata con poche botteghe site nella “strada della Sellaria”, e invogliando lavoranti di Trapani o Livorno a trasferirsi nella capitale partenopea per ripristinare l’antico mestiere. Infine, nel 1767 propose di creare una “compagnia di pesca” sul modello di quella creata in Inghilterra da Carlo I (Jannucci, 1981, V: 1127ss.).
Tali idee vennero riprese da John Acton, nominato ministro della marina nel 1779, che aveva redatto un piano per lo sviluppo di tutto il comparto marittimo (Nuzzo, 1980): in quel periodo la pesca era praticata in Barberia, ma la Francia aveva fatto rimostranze perché controllava il territorio con la Compagnie Royal d’Afrique creata nel 1741 (Tescione, 1940).
Da Torre del Greco ogni anno partivano 300-400 feluche, ciascuna con 7 marinai a bordo: poiché in Mediterraneo vi era un’endemica guerra di corsa (Bono, 1964), le feluche coralline erano scortate da “feluche da corsa” munite di regolare patente, che dovevano proteggere le imbarcazioni. I padroni delle feluche pagavano 8 ducati per le feluche dirette a Tunisi e 12 per quelle dirette ad Algeri.
L’interessante resoconto è tratto da un giornale di bordo redatto nel 1787 dal capitano Giuseppe Accardo che aveva armato un felucone corsaro a difesa dei corallari torresi: vi sono molti documenti in merito al contenzioso tra l’Accardo e i corallari, che volevano partecipare agli utili delle prede fatte dal capitano [5]. La questione dell’organizzazione dei corallari torresi impegnò a lungo il giurista procidano Michele de Jorio, che nel 1781 aveva pubblicato su incarico del re e di Acton un Codice Ferdinandeo o codice marittimo: del volume si stamparono 25 copie, in attesa di revisione (De Majo, 1988; Assante, 2024: 67-70).
Ma poi il Codice non fu ripubblicato per i problemi di guerra che attanagliavano il Regno negli anni ’90, per cui rimase quasi del tutto sconosciuto (de Jorio, 1781). Solo nel 1979 è stato ripubblicato a cura di Cesare Maria Moschetti. Dopo questo monumentale lavoro il de Jorio continuò ad occuparsi di questioni marittime, soffermandosi soprattutto delle condizioni in cui versavano i corallari torresi. Due anni dopo pubblicò il Codice corallino (de Jorio, 1790).
Lo stesso anno Acton approvava la fondazione della “Real Compagnia del Corallo” che doveva vigilare sulla vendita del pescato, una importante voce del commercio da cui si ricavava circa mezzo milione di ducati, ribadendo la necessità di vendere il prodotto in regno e creare delle manifatture (Real Compagnia, 1790). La Compagnia aveva l’obbligo di creare a Torre del Greco una fabbrica per la lavorazione del corallo chiamando persone esperte.
Ma dopo il ritorno di re Ferdinando da Palermo si ebbe una certa ripresa, tanto che nel 1802 si contavano 2190 “naviganti di seconda classe” e 450 pescatori su14.500 abitanti e vi era una numerosa flotta mercantile, 500 imbarcazioni dedite alla pesca del corallo e 48 “barche pescherecce” (Altiero Formicola, 2008: 30); tre anni dopo erano registrati circa 4000 marinai su 18.000 abitanti e 400 imbarcazioni (Nuova collezione delle prammatiche, 1805, tomo V: 246).
Durante il Decennio Francese (1806-1815) vi fu una ulteriore ripresa dell’attività, anche perché i monili di corallo erano diventati di moda nella corte imperiale. Il re Giuseppe Napoleone riconfermò la concessione al Martin, che aveva già incrementato il lavoro con 30 operai torresi (Ascione, 1991: 80), una manifattura lodata da Pietro Colletta (1962: 106).
Durante il regno di Murat si fecero delle indagini in merito alla situazione dei corallari: si notava che era necessario avere delle garanzie per i pescatori in Barberia, a causa delle guerre napoleoniche; inoltre, il corallo veniva ancora venduto in buona parte a Livorno, il che non permetteva un incremento delle entrate in Regno [6]. Comunque, il mestiere della lavorazione del corallo si era ormai diffuso, tanto che nella statistica murattiana del 1811 a Napoli si contavano 28 corallari.
Le manifatture torresi erano diventate di pregio per cui quando furono presentate alle esposizioni nazionali promosse dal governo per incrementare le attività industriali ottennero per tre anni di seguito la medaglia d’argento (Sirago, 2006: 65-66). Dopo la Restaurazione (1815) la situazione non migliorò: nel 1816 vi fu una terribile strage di pescatori a Bona, ma i corallari continuarono a pescare nelle acque africane.
Dopo lo scoppio della peste a Bona e Tunisi, nel 1817, il Supremo Magistrato di Sanità proibì la pesca in Africa, consentita solo in Sardegna e nelle isole ionie. In quel periodo i torresi approfittarono della drastica riduzione dei pescatori marsigliesi per introdursi in quel mercato, molto fiorente.
Dopo la promulgazione delle leggi per l’incremento della marina mercantile (decreti del 1816, 1823 e 1835), il numero delle feluche coralline aumentò (da 105 nel 1824 a 229 nel 1837). Nel 1833 su 2158 imbarcazioni del distretto di Napoli erano registrate 450 imbarcazioni, utilizzate per il corallo, la pesca e il commercio.
Nel 1838 si registrò un ulteriore aumento. Su 4048 imbarcazioni del distretto di Napoli 590 erano torresi, di cui 300 feluche e paranzelli impegnati nella pesca del corallo, di cui 400 costruite in loco. Anche in quel periodo un centinaio di marinai capresi era impegnato sulle “coralline” torresi.
La presenza dei torresi era preponderante sulle coste della Barberia: nel 1839 si contavano 78 imbarcazioni napoletane, con 824 marinai, 25 toscane con 254 marinai e 15 sarde con 130 marinai. Si cercava anche di migliorare il sistema della pesca, molto faticoso.
La pesca era ormai divenuta una importante voce del bilancio del Regno, anche se era soggetta al regolamento applicato dalla Francia dopo l’occupazione di Algeri, il 31 marzo 1832. Malgrado le restrizioni i torresi avevano continuato a pescare con successo nei mari di Algeria: nel 1853 si contavano 125 imbarcazioni di cui 116 torresi con 1346 marinai e 1 di Portici con 16 marinai (Sirago, 2006:58-62). Ma spesso i marinai si lamentavano del misero guadagno e preferivano trasferirsi altrove.
Anche le manifatture ebbero un notevole incremento, sia a Napoli che a Torre del Greco. Nel 1818 il Martin si trasferì a Napoli, dove incrementò la produzione, ottenendo vari premi per le sue lavorazioni (Sirago, 2006: 65-66). L’industria dei coralli di Torre del Greco, dove nel 1838 si contavano otto laboratori, era controllata da un gruppo di mercanti all’ingrosso e di un nutrito numero di armatori proprietari di barche (Altiero Formicola, 2008: 31-35); che cercavano di implementare questo lucroso settore (Balzamo, 1838).
Nell’esposizione industriale del 1853 furono conferiti molti premi per la lavorazione del corallo ad alcuni napoletani, che avevano raggiunto una notevole perizia tecnica. Nell’antico casale di Portici e nel suo territorio vivevano numerosi marinai e pescatori, 96 a Resina e 65 a San Giovanni nel 1727, in possesso rispettivamente di 10 e 7 imbarcazioni usate per pesca e commercio.
Portici
La popolazione marinara in età murattiana era aumentata a Resina (270 marinai) ma non a Portici, dove si contavano solo 2 marinai. Nel corso dell’Ottocento si era sviluppata una modesta attività cantieristica (nel 1834 erano state costruite 5 imbarcazioni e 7 nel 1838) ma i cittadini non ne possedevano (Sirago, 2004). Essi erano impegnati soprattutto nei servizi per la corte borbonica che soggiornava spesso nella reggia, un idilliaco palazzo prospiciente il porticciolo del Granatello fatto costruire da Carlo di Borbone.
Si narra che di ritorno da Castellammare, dove era andato ad assistere al calo della tonnara, sulla via del ritorno, a causa di una tempesta, si era dovuto rifugiare con la regina Maria Amalia di Sassonia nel porto del Granatello nella bellissima villa d’Elbeuf, prospiciente il mare, costruita dal principe Emanuele Maurizio di Lorena, generale dell’esercito imperiale austriaco, a partire dal 1709. I due coniugi, deliziati dall’amenità del luogo, avevano deciso di acquistare la villa ed ampliarla costruendo un palazzo che potesse ospitare tutta la corte (Margiotta e Visone, 2008).
Attorno alla villa vennero costruiti numerosi palazzi dagli aristocratici napoletani lungo la strada regia delle Calabrie (dal quarto miglio posto ai piedi della Villa de Bisogno a Casaluce, sul corso Resina, presso gli odierni scavi archeologici fino al Palazzo Vallelonga di Torre del Greco). Interessante è anche villa Bruno, a San Giorgio a Cremano, costruita dalla famiglia Monteleone, oggi centro culturale.
La reggia di Portici diventò “il luogo di delizie” preferito da Carlo e dalla regina. Il re era amante della caccia ma soprattutto della pesca: perciò aveva fatto costruire delle “peschiere reali”, riserve di pesca, nei giardini, «destinate al privato divertimento di Sua Maestà, disposte in tanti ripartimenti tutti chiusi con cancelli di ferro, e reti anco di sottili ferro formate, che lascia[va]no libera l’entrata alle acque marine senza che [potessero] uscirne i pesci ivi rinchiusi» (Celano, 1792:.30-34).
Anche il figlio Ferdinando aveva la stessa passione per la caccia e la pesca, per cui amava molto la reggia di Portici. Dopo la partenza del padre per la Spagna, nel 1759, il giovane monarca, che aveva solo otto anni, fu affidato al fedele ministro Bernardo Tanucci, posto a capo del “Consiglio di Reggenza” che ogni settimana inviava al re Carlo una missiva sullo stato del Regno (Sirago, 2019).
Il giovane re, poco interessato agli affari di governo, aveva manifestato una passione smodata per i divertimenti, il nuoto, le battute di caccia e soprattutto quelle di pesca. Nel 1773 aveva fatto costruire al Granatello, lo specchio d’acqua prospiciente alla reggia, un porto costato 23 mila ducati per le sue “galeottiglie” imbarcazioni simili alle galere, ma di dimensioni rido...
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