Nel Real arsenale borbonico di Castellammare di Stabia, cosa ben nota, si utilizzavano, per i lavori pesanti e pericolosi, galeotti giudicati dal tribunale di Napoli.
Essi alloggiavano in un apposito bagno penale ricavato nell’ex convento dei frati carmelitani: l’attuale stabilimento produzione cordami (ex Maricorderia in funzione dal 1796) di Via Acton.
I condannati alla cosiddetta pena de’ i ferri, erano addetti a “fatiche pesanti a profitto dello Stato”; durante il lavoro nel cantiere navale “si trascinavano ai piedi una catena, o soli, o uniti a due, secondo la natura del lavoro cui verranno addetti”.
La coppia di galeotti era chiamata in gergo “calzetta”.
La pena da scontare era di quattro gradi uguale ciascuno di sei anni (7-12, 13-18, 19-24, 25-30).
Anche la lunghezza e il peso della catena era in funzione della pena da scontare con leggere differenze nei vari Stati preunitari.
Nel “Regolamento di disciplina e di interno ordinamento dei Bagni” del 1860 applicato dal subentrante Regno d’Italia, ad esempio, i galeotti erano classificati in quattro Divisioni, distinte dal colore di una striscia di lana apposta sul berretto.
Per accogliere i galeotti nuovi giunti egli incorreggibili, erano utilizzate catene di 18 maglie del peso di 6,000 chili.
Tra i galeotti vi erano anche i cosiddetti sforcati o accusati, quelli che erano sfuggiti alla pena capitale utilizzando l’istituto del “truglio”, una specie di patteggiamento con i giudici in cambio notizie sulle attività criminali o politiche contro la monarchia borbonica.
Durante la notte erano sorvegliati dai secondini o buttafuori, sottoposti agli aguzzini in ricordo del personale delle galere che incitavano alla voga.
Nella caserma, cosiddetta, “Cristallina” (ex Caserma Marina di Via Duilio) era presente anche un contingente di soldati che scortavano i detenuti dal bagno penale in cantiere e viceversa.
Contrariamente a quanto si crede, però, il regime carcerario borbonico dell’epoca era il più umanizzato di tutti gli Stati preunitari, anche per l’influenza delle teorie illuministiche di Gaetano Filangieri, il filosofo giurista di San Sebastiano al Vesuvio, nato nel 1752 e morto a Vico Equense nel 1788.
Si curava, sempre in rapporto ai canoni ottocenteschi, la salubrità delle celle, superando il significato di “bagno penale” riferito a celle, spesso sottoposte al livello del mare, dai cui pavimenti trasudava acqua e, dalle pareti, umidità.
Dal 1817 un’apposita Commissione vigilava sull’applicazione delle più elementari necessità dei detenuti come, ad esempio, la pulizia, la rasatura e il lavaggio della biancheria sporca.
L’ospedale militare di via Salaria annesso al convento delle Suore Alcantarine (Santa Croce) di Scanzano, oltre ai militari e agli operai dell’arsenale, curava anche i galeotti che si ammalavano o si infortunavano in cantiere.
Questo ospedale (Ord. Generale Real Marina 1818) possedeva “sale separate per diverse infermità, teatro anatomico, stanze, officina e magazzini per diversi usi e gli alloggi per differenti impiegati”.
- Movimentazione dei grossi argani, posti a monte dello scalo di alaggio, per tirare a secco le navi.
Non avendo ancora costruito il bacino di raddobbo di Napoli, inaugurato solo nel 1852 con il vascello Vesuvio (varato a Castellammare il 2.12.1824), le navi del Regno, per i ciclici lavori di manutenzione alla carena, spesso erano costrette ad utilizzare i bacini galleggianti di Marsiglia e Tolone.
Dopo gli anni ‘30 - ‘40 del secolo XIX con l’introduzione del vapore nelle officine dell’arsenale e l’ingrandimento dello stabilimento, si dovettero utilizzare i fabbricati del bagno penale.
Il 15 marzo 1852 fu posta in disarmo la fregata Urania, varata a Napoli nel 1834.
Le celle furono costruite a sinistra ed a dritta del ponte, separate da un lungo corridoio centrale; alle aperture delle cannoniere, furono sistemate delle grate; i galeotti furono divisi in funzione della pena che dovevano scontare in rapporto ai delitti commessi.
Il suo posto, nel settembre del 1859, fu preso dalla fregata Regina Isabella.
L’unità era stata varata a Castellammare di Stabia il 9 luglio 1827.
Come l’Urania aveva solo due ponti (batteria e di coperta), con un dislocamento di 2592 tonnellate era lunga 47,10 metri e larga 12,18.
Alla conquista del Regno delle Due Sicilie la nave, benché inutilizzabile come unità da guerra, fu aggregata alla squadra sarda del viceammiraglio Carlo di Persano e il 17 marzo 1861 entrò a far parte della Regia Marina con il nome di Isabella.
Sbarcati i galeotti fu rimorchiata a Napoli e restò in darsena fino al 1863 per essere venduta per demolizione il 6 febbraio 1864.
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