La Reggia di Versailles, simbolo per eccellenza della potenza e della magnificenza del Re Sole, nascondeva dietro i suoi fasti una realtà igienica ben diversa.
Il Re Sole stesso era noto per i suoi rari bagni: leggenda vuole che Luigi XIV abbia fatto il bagno solo due volte nella sua vita, preferendo l’uso di panni umidi e profumati per pulirsi.
Per sopperire alla mancanza di bagni frequenti, la corte di Versailles faceva largo uso di profumi: la produzione di fragranze a base di essenze floreali, spezie e muschi era una vera e propria industria a servizio della nobiltà.
Le parrucche, simbolo di status e alla moda dell’epoca, erano anch’esse utilizzate per nascondere la scarsa igiene. In un’epoca in cui lavarsi i capelli era un’operazione complessa e rara, le parrucche permettevano di mantenere un aspetto curato senza doversi preoccupare dei pidocchi e della sporcizia.
Un esempio emblematico riguarda la pratica dell’escrezione: nonostante Versailles fosse una delle più grandi e sontuose residenze d’Europa, mancava di un sistema fognario adeguato. Una storia curiosa racconta di un ambasciatore straniero che, durante una visita ufficiale, fu sorpreso nel trovare un cortigiano nascosto dietro una tenda intento a espletare i propri bisogni in un angolo della stanza.
Le condizioni igieniche non miglioravano al di fuori delle stanze private. Le strade interne della Reggia, sebbene adornate da splendidi giardini e fontane, erano spesso sporche e maleodoranti.
L'Igiene nel Tempo: Un Breve Sguardo
Risalendo all’origine greca della parola “igiene” si giunge ai significati di sano, salubre, che giova alla salute. E in effetti ad oggi sappiamo benissimo quanto una corretta igiene salvaguardi la nostra salute, e siamo a conoscenza di quanti problemi possano scaturire da una mancata igiene. Ma c’è sempre stata questa consapevolezza, nel corso dei secoli?
Fare il bagno non solo non era una pratica comune, ma addirittura era vietato dai medici in Europa, dal Rinascimento all’Illuminismo: si credeva infatti che l’acqua dilatasse i pori della pelle e aprisse dunque il passaggio a diverse malattie. Solo dalla fine del Settecento iniziò a prendere piede la consuetudine di un bagno settimanale, ma questo era possibile solo per le classi agiate che potevano permetterselo.
Alle classi meno agiate toccò aspettare l’industrializzazione dell’Ottocento, occasione nella quale gli assembramenti della massa nei centri urbani fecero sorgere nelle autorità la preoccupazione della pulizia di tutti. È in quel contesto infatti che si diffuse la teoria medica dei miasmi, che faceva derivare la nascita del colera e di altre malattie infettive da alcune microparticelle provenienti dai rifiuti e dalla sporcizia: una teoria erronea che tuttavia contribuì a migliorare le condizioni di igiene del tempo.
Si colloca intorno al 1860 la scoperta dell’esistenza di germi e batteri, a opera di Pasteur. Fu quella la svolta decisiva che portò alla distribuzione dell’acqua nelle abitazioni, alla costruzione di impianti fognari e alla raccolta dei rifiuti. Luigi XIV, passato alla storia come il re Sole, fu a capo del suo regno per ben 72 anni e fece solo due volte il bagno. Lavava le mani con dell’acqua profumata quotidianamente, passava sul viso un asciugamano umido a giorni alterni e cambiava spesso gli indumenti, ma solo due volte ha fatto una detersione completa.
La Vasca da Bagno di Luigi XIV
Se Oscar Wilde era il re dei dandy londinesi, Robert de Montesquiou lo era di quelli parigini. Il poeta francese, forse perché faceva parte di una nobiltà ormai morente, provava un senso di nostalgia per quell’epoca di splendore che si viveva a Versailles, alla corte del Re Sole.
Montesquiou, forse per rivivere i fasti di quell’epoca, non trovò di meglio che acquistare una vasca da bagno, e che vasca! Faceva parte degli Appartement des Bains della Reggia di Versailles, che poi divennero gli appartamenti privati di Madame de Maintenon, la favorita di Luigi XIV.
Un unico blocco di raro e costosissimo marmo rosso proveniente dal Belgio fu lavorato da tre scalpellini per un’anno, che realizzarono “un’opera d’arte piuttosto che un’opera d’artista”: un ottagono dal diametro di tre metri, con gradini che permettevano di scendere e poi di sedersi immersi nell’acqua, inserito nel pavimento di una stanza rivestita di marmi policromi, sostituiti da pannelli di legno nel XVIII secolo. Solo la vasca costò l’equivalente di oltre 200 mila euro, al cambio attuale, mentre la sala da bagno fu terminata per l’iperbolica cifra di circa 4,5 milioni di euro.
La vasca, dove potevano fare il bagno più persone contemporaneamente (forse però immergevano solo i piedi al termine di una battuta di caccia, perché l’uso di lavarsi completamente non era certo comune, né gradito, all’epoca) poteva essere riempita d’acqua calda grazie a un sistema automatico, ma questo certo non bastava al Re Sole, che amava l’essenza di fiori d’arancio amaro, coltivati nella sua Orangerie, con la quale faceva profumare l’acqua.
Per circa mezzo secolo la pregiata vasca fu coperta con un pavimento di legno, quando la stanza divenne la camera da letto del figlio della Montespan, finché Luigi XV, che probabilmente non aveva gli stessi gusti raffinati del suo predecessore e bisnonno, la donò alla sua amante, Madame de Pompadour.
Nel 1750, ventidue operai estrassero la vasca con grandi difficoltà, e la portarono nel giardino della residenza dell’amante regale, l’Hermitage di Versailles. E lì rimase finché Montesquiou l’acquistò, per collocarla in un altro giardino, quello del Pavillon des Muses.
Poi il poeta francese si innamorò del Palais Rose (in seguito acquistato dalla marchesa Luisa Casati), una villa ispirata al Grand Trianon di Versailles, che non poteva permettersi ma che doveva avere a tutti i costi, altrimenti, a suo dire, sarebbe morto: “Se questa casa, che non è in vendita e che, inoltre, i miei modesti mezzi difficilmente possono acquisire, se questa improbabile, impossibile, eppure vera casa, non è mia domani, muoio!” Montesquiou riuscì a comprare il Palazzo nel 1908, e fece costruire il Tempio dell’Amore, per installarvi la preziosa vasca.
Nel 1934 la vasca tornò finalmente a casa, nella Reggia di Versailles, e precisamente nella grande Orangerie, che è aperta al pubblico solo nei mesi estivi.
Certo, i visitatori non potranno bagnarsi i piedi dopo una giornata di caccia, come avveniva ai tempi del Re Sole, ma possono immaginare più romantici (ma forse improbabili) incontri tra i due amanti del XVII secolo…
L'Igiene e le Abitudini alla Corte del Re Sole
È un luogo comune pensare che all’epoca la gente, specialmente nobile, non si lavasse. Ed è assolutamente vero! A metà del ‘600 erano gli stessi medici a sconsigliare l’uso dell’acqua. Un bagno era un evento rarissimo e considerato pericoloso. Si credeva infatti che le malattie entrassero attraverso i pori della pelle e che l’acqua fosse non solo portatrice di malanni ma che, dilatando i pori, facesse entrare direttamente i morbi nel corpo.
C’è da dire che la gente proveniva da secoli di pestilenze ininterrotte delle quali non si era ancora capita la causa. E così, non ci si lavava mai con acqua fresca (salvo qualche bagno nei fiumi o per rare ragioni mediche). Al mattino al Re Sole veniva portata una bacinella piena d’acqua e alcool (usanza che veniva dalla peste del ‘400, dove acqua e alcool equivalevano al nostro gel antibatterico) con la quale si tergeva le mani e il viso.
All’epoca le uniche parti che si “lavavano” erano quelle visibili. Mani, volto, décolleté. Sí, il re con le sue amanti a volte sguazzava nelle grandi pozze di marmo, come si vede nella serie tv, ma interamente vestito. Ed era piena di essenze.
Visto che non si lavavano, come coprire allora, i cattivi odori? Con i profumi. Al tempo profumarsi era considerato molto più igienico, dato che le essenze contenevano alte dosi di alcool.
Madame de Montespan, la celebre amante del re, ogni mattina si metteva nuda a letto e si faceva cospargere dalle sue cameriere con litri di profumo al punto che il re cominciò a non sopportarli più.
Dopo averne troppo abusato in gioventù Luigi XIV arrivò ad avere in odio tutti gli odori, tanto da girare sempre in carrozze senza finestrini (anche d’inverno) e aprire ogni finestra nelle stanze dove entrava.
Ma non poteva certo rinunciare al profumo. L’unico che continuò a tollerare fu quello all’arancio, e perciò fece costruire nella reggia un’orangerie, un padiglione tutto dedicato alla coltura degli aranci cinesi. Pare che gli altri profumi aumentassero le sue frequenti emicranie.
Rimane leggendaria una litigata del re con la sua amante Montespan: la marchesa si era presentata alla carrozza letteralmente inondata di profumo e il re non la fece salire.
Riassumendo: non si lavavano, nelle toilette non c’era un goccio d’acqua (si chiamavano appunto toilette secche), eppure nei quadri ci sembrano tutti pulitissimi. Il segreto stava nella dissimulazione. Ci si cambiava, e spessissimo. Un nobile a Versailles arrivava a cambiarsi d’abito diverse volte al giorno. E le camicie, che costavano più di un quadro, dovevano essere immancabilmente bianchissime.
Quando la principessa Palatina, sempre nei suoi diari, ci racconta di essere tornata da un lungo viaggio in carrozza e di essere ricoperta di polvere e fango, corre in fretta e furia a cambiarsi la camicia.
Il loro concetto di pulizia semmai era ‘interno’. Purghe, salassi e sanguisughe erano all’ordine del giorno. Si cambiavano di continuo e si truccavano in maniera pesantissima.
Il bianco poi era l’ossessione dei nobili. Certo, per avere una carnagione d’avorio non bastava ripararsi dal sole con un ombrellino. E allora?
Questa polvere aveva di certo il potere di imbiancare istantaneamente il volto, il collo e le parrucche ma era ad altissimo contenuto tossico. Oltre a causare un invecchiamento precoce e dei buchi nella pelle, portava malattie agli occhi e ai polmoni.
Inoltre, non lavando i capelli ma passandoli quotidianamente con questo prodotto si causavano non solo la calvizie ma anche delle forme gravissime di irritazione cutanea.
Luigi XIV perse tutti i capelli molto giovane anche a causa di questi trattamenti: poco male, si disse, è il momento di tirare fuori le parrucche.
Da allora la parrucca diventò praticamente obbligatoria per uomini e donne. Tuttavia le parrucche, le colle e polveri per tenerle assieme dilaniavano la carne della cute. Ma a loro non importava.
Quindi, se dovessimo aggirarci nei saloni di Versailles all’epoca, ci troveremmo di fronte ad una serie di personaggi che parrebbero usciti da un teatro giapponese, bianchi in volto e dalle gote rosso sangue con parrucche esorbitanti e polverose e, indegno particolare, quasi tutti sdentati. Luigi XIV perse tutti i denti verso la fine dei suoi quarant’anni.
Passiamo ad altro. È vero che non c’erano bagni a Versailles? Sì, è vero. Il re e pochissimi eletti avevano una sedia bucata dove defecare. Il resto degli abitanti e dei visitatori la faceva dove poteva. Dietro le tende, fuori dalla finestra, dietro le scale, in giardino… Era normale.
I servi pulivano, per quel che potevano. C’erano poi dei muri dedicati solo a ricevere le urine dei nobili.
Noi rabbrividiamo al pensiero di questi parrucconi puzzolenti dalla pelle erosa dalla biacca. Immaginarli pisciare ovunque e far l’amore senza essersi lavati da mesi ci da il voltastomaco.
Ricordiamoci però che il Re Sole e la sua gente erano convinti di essere moderni, pulitissimi e fieri di star facendo gran passi avanti nella moda e nella sanità.
La Toilette e i Bagni nel Regno Borbonico
In questo estratto (Napoli borbonica, Passepartout, 2001) Philippe Daverio ci conduce in una passeggiata presso luoghi molto particolari del Regno borbonico: dalla Reggia di Caserta, al Real Belvedere di San Leucio, fino alla Palazzina Cinese di Palermo, il critico racconta un aspetto singolare della cultura settecentesca della nobile casata, l’utilizzo della Toilette nelle sue diverse fogge e varianti.
Nella Reggia di Caserta (La Reggia di Caserta) il complesso di Bagno e Boudoir della regina Maria Carolina d’Asburgo, moglie di Ferdinando IV di Borbone (1751-1825), situato vicino alla Stanza da Letto, è uno scrigno dell’arte Rococò e Neoclassica.
Realizzato a inizio Ottocento dall'architetto Carlo Vanvitelli (1739-1821) per l’igiene intima della regina, il Real Bagno era composto da diversi ambienti: per lavorare e studiare, per un'immersione nella vasca, per la vestizione e la toletta, fino al Gabinetto. Nel Settecento, il bagno era diventato in elemento comune alle grandi corti europee: Versailles che ne aveva un centinaio, che presto vennero dismessi perché spesso non usati
Il Bagno della Regina fu decorato da Fedele Fischetti (1732-1792) in stile Rocaille con festoni di frutta e fiori e alle pareti, affreschi dedicati a Venere e alle tre Grazie. La Vasca in marmo bianco, scolpita da Gaetano Salomone è foderata di rame e dotata di due rubinetti per l'acqua calda e fredda. Accanto, è presente un piccolo Bidet in mogano con la vasca interna in bronzo dorato.
Lo spazio che ospita il Gabinetto vero e proprio, presenta un buco con un coperchio in bronzo dorato e all’interno, un funzionale sifone per lo scarico; alle pareti sono posti i lavamani in marmo sorretti da imitazioni di ali d'aquila. La stanza è interamente decorata con dodici pilastri nei cui capitelli appare la testa di donna bendata, un chiaro simbolo di privacy moderna che i Borbone iniziavano ora a praticare.
Daverio fa notare che in questi anni, il medesimo e nuovo “diritto alla riservatezza” lo troviamo alle corti del Granduca di Toscana Leopoldo II d'Asburgo e di Maria Antonietta a Parigi
La giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, qui intervistata, ricorda che nel Seicento alla corte di Re Sole tutti gli affari privati e intimi, dalla vestizione al pranzo, si svolgevano in pubblico, come racconta Roberto Rosellini nel suo sceneggiato dedicato a Luigi XIV (La presa del potere di Luigi XIV, 1966).
Il Real Belvedere di San Leucio (Caserta), oltre all’Appartamento storico di Maria Carolina, ospita un’area di Archeologia industriale dove Ferdinando IV fece sorgere l’antica Fabbrica della seta. Al secondo piano dell’edificio, il Bagno di Maria Carolina è una vera e propria Piscina al coperto, lunga quasi dieci metri e profonda circa due
La Vasca ovale, realizzata in pietra di Mondragone, dal colore caldo brunito, ricorda l’ambiente delle antiche Terme romane. La decorazione delle pareti, realizzate nel 1792 con pittura impermeabile ad encausto, venne eseguita dal primo pittore di corte, il tedesco Philiph Hachert (1737-1807) che si ispirò al repertorio di Pompei. La Vasca di San Leucio veniva riscaldata con un camino posto sotto di essa, un sistema che permetteva al marmo di intiepidire lentamente l’acqua.
Maria Carolina aveva una chiara idea di relax e quest’oasi di pace tutta sua, ne è esempio
Situata all’interno del Parco della Favorita, nella Palazzina Cinese di Palermo (1799), la Sala da Bagno, posta nel piano seminterrato, presenta una un’invidiabile vasca ovale in marmo, incassata nel pavimento, che Daverio paragona a una Jacuzzi anti litteram. Una decorazione stravagante disseminata in tutta la villa rimanda alla vita campestre quotidiana della corte cinese: dalla volta del Salone delle udienze, alla Stanza da letto del re, fino alla Sala da pranzo.
In linea con il funzionalismo illuminista, la cucina veniva progettata separata dall’edificio residenziale, per evitare odori, ma soprattutto, il girovagare di cuochi e sguatteri. Infatti, l’architetto stesso della Palazzina, Giuseppe Venanzio Marvuglia (1729-1814) costruiva un meccanismo ligneo dotato di fune, pulegge e carrucole che alzava al primo piano una tavola di legno rotonda, già apparecchiata, detta “tavola matematica”. Essa garantiva al re il massimo della privacy in un periodo in cui i tradizionali banchetti di corte erano affollati e rumorosi.
Dai primi anni dell’Ottocento, i nobili iniziavano a considerare il convivio un momento intimo, inviolabile e da proteggere. Più della stessa alcova, commenta Natalia Aspesi.
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