Sono passati quarant’anni da quando Hans Magnus Enzensberger scriveva che in un secolo e mezzo di esistenza il turismo non aveva ancora saputo attrarre su di sé l’attenzione degli storici e, sebbene quel giudizio non appaia in generale più riproponibile nei medesimi termini, in parte esso è ancora valido per Venezia, il cui ruolo nella nascita del primo movimento turistico rimane ancora poco conosciuto.

Paradossalmente ciò è anche dovuto all’usura turistica a cui la città è stata sottoposta in maniera crescente negli ultimi due secoli.

Un simile percorso di ricerca corre tuttavia il rischio evidente di incagliarsi nelle secche della soggettività letteraria.

Si prenda ad esempio la città svuotata e stremata che accoglie Stendhal e Byron, dopo la definitiva caduta di Napoleone.

Per il primo «La vie à la vénitienne» sono «les femmes dans les cafés et les sociétés ne finissant qu’à deux heures du matin»; sebbene prostrata la città gli appare comunque «peut-être la plus gaie de l’Europe».

Come è stato osservato, l’idea di Venezia del «milanese» Stendhal segue il cliché dell’«amabilité, gaieté, volupté, plaisir de vivre».

Non meno propenso del francese ad apprezzare la vivacità dei costumi locali è anche Byron, ma in lui, almeno nella prima parte del suo soggiorno, sono le note melanconiche e tragiche a prevalere e a nutrire un secondo e speculare mito, quello della città moralmente e fisicamente sul punto di crollare o affondare.

Ricostruire la storia del turismo in una delle sue capitali contemporanee, e in una delle sue fasi di massima accelerazione come l’Ottocento, è operazione sostanzialmente diversa che inseguire lo sguardo colto ed intellettuale che ne ha via via ritratto particolari inediti o argomenti frusti.

Non che questo non sia importante, tanto più per una città come Venezia per la quale la produzione letteraria, figurativa o musicale funzionava già da secoli come uno straordinario battage pubblicitario di perdurante efficacia.

Non sarà tuttavia questa la prospettiva adottata nelle pagine che seguono, nelle quali più che inseguire le atmosfere della tragedia I due Foscari, o quelle di un secolo più tarde de La morte a Venezia, ci si chiederà in quali alberghi soggiornavano i lettori della prima, o come mai il protagonista della seconda si abbandoni ai suoi sogni efebici sulle sabbie, fino a pochi decenni prima desolate, del Lido.

La stessa Venezia di Byron e Stendhal costituisce un primo, assai suggestivo punto di partenza.

Perso il ruolo di capitale, espropriata di funzioni produttive e commerciali vitali, dissoltosi il sistema di ammortizzatori sociali costituito dalle Arti, la città vive tra l’età napoleonica e la Restaurazione una delle crisi più terribili della sua storia, vede scendere la sua popolazione da 136.000 abitanti nel 1799 a soli 100.000 vent’anni dopo.

Il quadro delle condizioni della città tracciato a tinte assai fosche dall’arciduca Ranieri, il fratello dell’imperatore, in visita nel 1817, collima con tante descrizioni coeve di palazzi cadenti e chiese vuote, corroborando quell’aura romantica che dovrà risultare un richiamo irresistibile per buona parte del secolo almeno.

E che va considerata contestualmente - non in antitesi - ad un altro ordine, già segnalato, di suggestioni, esemplificato dal passo di una lettera di Metternich alla moglie, dello stesso anno.

Al di là di questo clima da ‘crollo dell’impero’, nella relazione di Ranieri, così come in un’articolata presa di posizione del cardinale Pyrker di qualche anno dopo e più in generale in tutti i commenti ‘ufficiali’ di quest’epoca, è il commercio il settore economico sul quale si punta per risollevare le sorti della città.

In questo primo difficile trentennio dopo la caduta della Serenissima si moltiplicarono in realtà i segnali, anche se sparsi, di un’attenzione maggiore e con caratteri diversi rispetto al passato per una destinazione ricettiva e ricreativa dello spazio urbano.

Così la prima idea di costruire un «fabbricato comprendente Bagni Salsi» e annessi «luoghi di ricreazioni» viene formulata già nel 1808, «in tempi insospettabili di adesioni e fascini nei confronti degli orizzonti borghesi», da parte dell’architetto Giannantonio Selva nell’ambito del piano di ristrutturazione del sestiere di Castello verso l’isoletta di S.

L’idea di creare un’ampia «area di passeggio» all’estremità orientale della città (e un’altra, mai realizzata, alla Giudecca) è dovuta come è noto allo stesso Napoleone, che si fece interprete di una esigenza estranea alle modalità relazionali e di movimento proprie della città.

I visitatori stranieri dovettero essere i primi ad apprezzare la dimensione del giardino dagli ampi viali alberati, almeno a giudicare dalla guida inglese della Starke, che negli anni Venti segnalava come «The Rialto, the Piazza di S. Marco, and the Street and Garden made by Napoleon (a magnificent work) are the only promen;ades at Venice».

Non tutti, infatti, osavano come Goethe avventurarsi senza accompagnatore e «badando ai soli punti cardinali» per il dedalo delle calli.

Le strade strette e buie, avverte sempre la Starke, «font de Venise un labyrinthe qu’il faut étudier» e che presenta inconvenienti inaspettati come la mancanza di parapetti sui ponti, tanto che «les étrangers qui ont quelque chose à faire pendant la nuit sont exposés à se laisser tomber dans l’eau».

L’idea di Selva era quella di inserire in un tale contesto un fabbricato per la balneazione, «tanto desiderato da’ nostri Medici», con annesso ristorante e caffetteria.

Un progetto che, ripresentato da un albergatore nel 1822, avrebbe trovato realizzazione pratica solo nel 1833 per iniziativa del dottor Tommaso Rima, un medico chirurgo dell’Ospedale civile che fece posizionare i suoi bagni galleggianti davanti a S. Marco, dove la profondità del bacino consentiva un migliore ricambio d’acqua.

Il ruolo giocato dalla classe medica nel successo di questa pratica non deve essere esagerato: la moda del bagno di mare nacque dalla balneoterapia nell’Europa atlantica poco dopo la metà del XVIII secolo e si diffuse a macchia d’olio in tutto il continente, perdendo tuttavia quasi subito l’intento rigorosamente terapeutico per acquisire, com’era da millenni nella tradizione termale, il carattere di un’esperienza ricreativa e relazionale.

Guardando alla fortuna settecentesca di Bath in Inghilterra, o a quella poco più tarda della città termale belga di Spa, e considerando l’antica tradizione veneziana del «termalismo erotico» (di cui però ai primi dell’Ottocento si erano perse le tracce), l’avvio negli anni Trenta della pratica balneoterapica a Venezia potrebbe in realtà apparire fin troppo timido.

Sulla tradizione alberghiera veneziana la quantità pletorica dei riferimenti è inversamente proporzionale alla qualità delle informazioni.

È possibile stimare con una buona approssimazione quali fossero, verso la fine del Settecento, le locande e gli alberghi (la distinzione non è chiara) principali, come il Leon Bianco ai SS. Apostoli in riva al Canal Grande dove solevano scendere gli inglesi, ma è impossibile giungere a una qualsiasi valutazione complessiva della capacità ricettiva cittadina.

Il livello di ospitalità doveva senza dubbio essere elevato: secondo un giudizio recente nel primo Ottocento i migliori alberghi italiani sarebbero stati quelli veneziani.

È nei primi anni Venti che Giuseppe Dal Niel, detto «Danieli», albergatore del già citato Leon Bianco, sposta la sua attività dall’antico palazzo da Mosto in vista del ponte di Rialto, sulla riva degli Schiavoni, in uno dei siti più luminosi ed aperti della città.

L’estrema dinamicità del mercato immobiliare veneziano in questi decenni, le fortune precipitanti di tante famiglie patrizie proprietarie di palazzi, la condizione rovinosa di edifici civili e religiosi, furono tutti elementi che favorirono operazioni di questo tipo, che coinvolsero alcuni tra gli hôtels - il termine comincia ad essere usato in questi anni - che a metà secolo saranno i più frequentati della città.

Nel 1808 il palazzo Farsetti sulla riva del Carbon a due passi dal ponte di Rialto, già sede di una prestigiosa collezione d’arte, viene dato in locazione dalla vedova dell’ultimo erede di casa Farsetti ad un albergatore che lo apre al pubblico all’insegna della Gran Bretagna.

A metà degli anni Venti un altro palazzo sul Canal Grande, a ridosso della piazza S. Marco, viene riattato per ospitare l’Hotel Europa; nello stesso torno d’anni, per allargare una delle locande storiche a due passi da piazza S.

Quanto era avvenuto a Bath tra XVIII e XIX secolo, la creazione di una ‘città turistica’ dalla quale erano stati progressivamente allontanati i ceti sociali inferiori, risultava difficilmente realizzabile in un’isola quale Venezia, dove la residenzialità aveva da sempre un carattere sociale promiscuo.

Tuttavia, la tendenza a riorganizzare lo spazio urbano in termini di fruibilità turistica appare evidente dal processo di spostamento della localizzazione alberghiera dall’area realtina a quella marciana, che è osservabile soltanto nell’arco di tempo che va dal 1785 al 1847, ma il cui esito è di chiarissima lettura (v. fig. 1).

Quanto riportava una delle guide di viaggio più diffuse d’inizio secolo, «c’est aux environs de l’église de S.

Le precondizioni che potevano determinare l’imbocco deciso dell’opzione terziaria e turistica erano dunque già operanti a partire dagli anni Venti, complice la recessione economica.

Della ventina di alberghi principali esistenti undici non avevano più di venti, trent’anni ed alcuni come l’Italia a S. Moisè (il futuro Bauer) erano stati costruiti appositamente, comprendendo anche stabilimenti di «bagni salsi e dolci».

Il ‘giro’ favorevole della marea, che consentiva «un’acqua sempre limpida e fresca», aveva spinto tal Francesco De Antoni ad aprire nel 1841 in uno dei tratti più aperti del Canal Grande uno stabilimento balneare di venti stanze, ognuna dotata di ampie vasche di marmo; sedici ne conteneva quello poco distante di S. Benetto, dalle cui finestre la vista spaziava da Ca’ Foscari al ponte di Rialto, quindici quello di S. Cassiano.

Proprio a fianco dell’elegante stabilimento De Antoni, orientaleggiante fuori e imitazione di casa pompeiana all’interno, il nuovo proprietario del palazzo adiacente, un cantante lirico, si decise ad aprire un albergo: così palazzo Grassi divenne l’Albergo Imperatore d’Austria.

Nel frattempo si era ingrandito anche lo stabilimento Rima, che in estate veniva ormeggiato nei pressi dell’imbocco del Canal Grande; nel 1847 raggiunse l’ampiezza di 140 piedi per 50, con due grandi ‘sirene’ (vasche).

Di fronte alla riva degli Schiavoni stazionava invece lo stabilimento galleggiante della Marina Militare.

«Chi […] vide [Venezia] vent’anni or sono e la vede adesso non la riconoscerebbe più», scriveva in quegli anni Agostino Sagredo, riferendosi soprattutto al moltiplicarsi degli interventi pubblici e privati, assieme a una certa ripresa del traffico commerciale.

L’atteggiamento di sostanziale disinteresse da parte delle autorità austriache verso la prospettiva economica tracciata da questi dati non può, considerando l’epoca di cui si tratta, colpire più di tanto.

Più interessante è il fatto che esso fu in realtà ampiamente condiviso dalla classe dirigente economica locale, come risulta ad esempio dall’insieme delle materie economiche prese in esame dalla Camera di commercio, o dal contributo dedicato all’economia compreso in Venezia e le sue lagune, la ‘guida’ della città offerta ai partecipanti del IX congresso scientifico tenutosi nel 1847, dove è del tutto assente una qualsiasi consapevolezza delle potenzialità insite nel fenomeno turistico.

Qual fonte di ricchezza ha aperto la natura a Venezia? Qual ce lo dicono le storie, e i meravigliosi monumenti che d’ogni intorno ci parlano.

E pure che facciamo noi?

Lo stacco esistente tra la crescita del turismo come prospettiva occupazionale ed economica concreta e la sua sostanziale incomprensibilità agli occhi delle élites economiche e politiche europee - anche da parte di quella borghesia colta o ricca che avrebbe fatto il ’48, per la quale Venezia e le sue lagune fu un laboratorio politico - non è un dato esclusivo dell’esperienza veneziana.

Se non si riconosce alla Venezia dei primi anni Quaranta una già ben abbozzata identità turistica risulta tuttavia incomprensibile la pretenziosità di un progetto quale quello, avanzato nel 1843, di un «Grande Albergo Cosmopolitano con stabilimento bagni, bazar, caffè, bigliardi, sale di riduzione e da ballo, e gabinetto di lettura», da erigersi sulla riva degli Schiavoni, che non ebbe fortunatamente alcun esito.

Se suona volutamente esagerato quanto affermava Marco Antonio Canini, uno degli intellettuali radicali della rivoluzione del ’48, cioè che gran parte della popolazione veneziana si reggesse «non tanto per commerci ed arti ristabilite, quanto per lo concorso de’ forestieri e per le poche arti alimentate dai possidenti delle terre Venete che abitano Venezia», è comunque innegabile che le basi dello sviluppo turistico cittadino non siano state gettate a partire da (o in funzione di) quell’11 gennaio 1846 quando venne inaugurato il ponte ferroviario translagunare che pose fine all’insularità della ex capitale.

Esse avevano avuto modo di assestarsi prima, negli anni difficili e contraddittori della seconda dominazione austriaca, grazie al sommarsi di una congerie di iniziative attribuibili a singoli personaggi, ad isolati imprenditori, magari foresti, magari provenienti dalla piccola borghesia commerciale, piuttosto che con l’appoggio della classe economica finanziaria e industriale di vertice.

La periodizzazione che si vuole qui sostenere, contro un’impostazione che invece assegna al turismo una funzione di rilievo solo a partire dal periodo postunitario, risulta comunque poco efficace se non se ne individuano le premesse di lungo periodo nello straordinario richiamo che Venezia aveva esercitato sulle élites europee per i tre secoli precedenti almeno.

La ‘riscoperta’ di Venezia nel primo Ottocento avvenne in primo luogo perché il vento della tempesta napoleonica che aveva impedito ai viaggiatori di condursi alle solite destinazioni cessò, si ristabilì l’ordine internazionale e riprese in tutta Europa il ‘naturale’ flusso dei viaggiatori che aveva nella città lagunare una delle sue mete tradizionali.

Per comprendere il ruolo di tale antecedente non serve risalire tanto a ritroso nel tempo, come pure si è tentati di fare osservando le strutture dell’ospitalità, che già nei secoli XIII e XIV presentavano spiccati caratteri ‘di mercato’, o richiamando la curio;sa figura quattrocentesca del tolomazo, vera e propria guida turistica, sotto stretta sorveglianza pubblica, che conduceva il pellegrino in giro per la città, aiutandolo a cambiare denaro, a fare acquisti e ad imbarcarsi per la Terrasanta.

Il Fontego dei Turchi

Il Fontego dei Turchi, tipico esempio di casa-fondaco (in veneziano “fontego”) d’epoca altomedievale, fu eretto da Giacomo Palmieri, capostipite della nobile famiglia dei Pesaro, nella prima metà del XIII secolo.

La prima descrizione certa del palazzo risale al 1381 ed è riportata nel contratto di vendita con cui i Pesaro cedettero il palazzo alla Serenissima.

A quel tempo il palazzo doveva apparire come una grande dimora patrizia, dotata delle fondamenta, della riva, di una gradinata in facciata, di una corte con pozzi e panchine, di scale di pietra poste nella parte posteriore cioè nella corte, oltre ai mezzanini e agli alloggi per la servitù.

L’interno doveva essere riccamente decorato, come risulta da una relazione del 1562 in cui si parla di fontane, colonne e scale in marmo, vasi d’argento e d’oro.

Un capitolo importante della sua storia iniziò nel 1621, quando la Repubblica lo destinò ai mercanti turchi, i quali lo tennero fino al 1838.

Con la destinazione ad abitazione e sede commerciale per i Turchi, l’ex palazzo Pesaro fu completamente manomesso per separarlo dalle abitazioni dei cittadini veneziani.

Davanti alla facciata fu eretto un muro con una porta per lo scarico e il carico delle merci, ma soprattutto vennero abbattute le due torrette laterali, con il pretesto che avrebbero potuto essere interpretate come segno di nobiltà o utilizzate dai Turchi per spiare la città.

L’interno ospitava gli alloggi dei Turchi posti su tre piani, mentre al piano terra vi erano i magazzini, una grande stanza destinata a moschea ed il luogo riservato al bagno rituale.

Norme particolareggiate e severe ne regolavano il funzionamento, dagli orari della vita quotidiana alle modalità di commercio.

Fu tra l’altro operata una netta separazione al suo interno tra Turchi europei (bosniaci ed albanesi) da una parte, e turchi costantinopolitani ed asiatici (persiani ed armeni) dall’altra.

Quando nel 1859 divenne proprietà del Comune, il palazzo si trovava in uno stato di grave degrado.

A partire dal 1860 venne perciò ricostruito totalmente sotto la direzione dell’ingegner Federico Berchet e con il contributo del governo austriaco.

Il Gritti Palace

Il Gritti Palace di Venezia è un albergo cinque stelle lusso della Luxury Collection, brand del gruppo Starwood Hotels & Resorts Worldwide.

Ma Palazzo Pisani Gritti, costruito nel 1525 e per anni residenza del doge di Venezia Andrea Gritti, è anche uno dei palazzi storici della città lagunare e ogni intervento di restauro o modifica richiede un’attenzione e delle competenze del tutto particolari.

Quindici mesi di lavori, oltre mille persone coinvolte, trentacinque milioni di euro la spesa complessiva: un cantiere che per le sue specificità ha dovuto studiare una inedita forma di collaborazione fra le imprese coinvolte e le attività dei gondolieri, per limitare al massimo l’occupazione del suolo pubblico (così prezioso a Venezia).

Inoltre, l’impiego di moderne tecnologie - abbinate alle conoscenze costruttive dell’edilizia storica veneziana - ha permesso di difendere lo storico palazzo dal fenomeno dell’acqua alta.

Il tutto sotto il costante monitoraggio della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna.

Ad esempio, per le boiserie e i pavimenti delle sale del piano terra, per le pareti e i pavimenti dei bagni di tutte le camere e per le Powder Room delle Special Suite, sono state utilizzate quindici tipologie diverse di marmo di Carrara, che hanno riproposto disegni tipici della tradizione con pose a “macchia aperta”.

Artigiani specializzati nella lavorazione del marmo hanno inoltre eseguito particolari lavorazioni per realizzare i rivestimenti dei vanity, alcuni lavabi, i rivestimenti delle vasche da bagno e le cornici degli specchi di nuova realizzazione.

Per i bagni di questo palazzo icona del lusso e dell’ospitalità di alto livello, sono stati scelti i prodotti KALDEWEI: le vasche PURO (nelle dimensioni 180x80, 170x70 e 160x70, in alcuni casi con troppopieno laterale) nelle stanze in cui si cercava la soluzione vasca-doccia, mentre nelle camere con doccia separata è stata usata la vasca Classic Duo ovale, design Sottsass Associati; tutte dotate di antiscivolo e superficie autopulente.

Vasche da bagno e piatti doccia smaltati realizzati da KALDEWEI sono soluzioni apprezzate e sempre più utilizzate dai progettisti e dagli investitori internazionali degli hotel di lusso.

Questo perché l’acciaio smaltato KALDEWEI è talmente robusto e resistente che la sua superficie non mostra alcun segno di usura, nemmeno dopo anni di intenso utilizzo.

Oltre alle eccezionali caratteristiche di igienicità, queste superfici hanno poi il vantaggio della facilità e rapidità della pulizia, rendendo così superfluo il ricorso ai detergenti più aggressivi.

Trent'anni di garanzia sui materiali confermano l'impegno di KALDEWEI per la qualità.

Fonte: Franz KALDEWEI GmbH & Co. KG.

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