Il centro urbano situato nella collina forlivese vede ancora oggi la propria identità condizionata dallo stereotipo di paese natale di Benito Mussolini con una sovrapposizione fra luogo e personaggio che può apparire scontata. Eppure di spontaneo c’è ben poco in questa storia perché il cliché rappresenta il frutto di un’opera complessa, connotata da contraddizioni e animata dal susseguirsi di apparati simbolici.

Ormai, grazie al corposo impegno scaturito nell’ultimo quarto di secolo, il panorama bibliografico risulta ricco e autorevole, soprattutto sul versante della storia dell’architettura, dell’urbanistica e della politica finalizzata all’analisi del culto mussoliniano. Recentemente alcune analisi stanno intercettando ulteriori filoni di ricerca quali, ad esempio, l’approccio di tipo antropologico e sociologico.

Le Origini di Dovìa e Predappio Alta

Dove oggi sorge l’abitato di Predappio, capoluogo di un Comune assestato a inizio 2020 attorno a quota 6.200 abitanti, esisteva fino al 1925 solo una minuscola frazione denominata Dovìa, uno snodo fra strade che correvano nella campagna e attorno al quale gravitavano case sparse occupate in prevalenza da contadini, mezzadri, braccianti. Si trattava di una comunità rurale, in prossimità di un ponte sul fiume Rabbi, con un piccolo mulino, un’osteria e alcune botteghe artigiane funzionali al magro traffico di passaggio. All’epoca l’ente amministrativo di riferimento era ugualmente il Comune di Predappio ma la superficie territoriale e la conformazione interna risultavano di gran lunga differenti da quelle odierne.

Quale centro principale figurava l’insediamento di impostazione medievale arroccato su uno sperone di roccia nel versante di una collina. Il paese si chiamava Predappio (oggi Predappio Alta), contava a fine XIX secolo circa 500 abitanti e vedeva una popolazione sparsa nelle terre circostanti di altre 2.000 persone. L’agglomerato di Dovìa, invece, appariva talmente esiguo da non possedere neppure una cappella per il culto religioso nonostante la secolare appartenenza allo Stato Pontificio. Dati demografici del 1894 parlavano di 186 abitanti concentrati nella borgata e di una popolazione sparsa di 527 persone.

In uno di questi casolari, in località Varano di Costa, abitarono Alessandro Mussolini (fabbro ferraio e militante internazionalista) e sua moglie Rosa Maltoni, maestra della zona. Tirando le somme del ragionamento rispetto alla configurazione territoriale precedente alla grande trasformazione avvenuta nel territorio, si osserva che l’assetto vedeva gravitare attorno al capoluogo dell’epoca (oggi Predappio Alta) circa 2.500 residenti mentre Dovìa e dintorni si fermavano a quota 700 abitanti.

Percorrendo la strada verso valle, prima di entrare nel territorio forlivese, esisteva un altro Comune che sarebbe stato accorpato nell’ente amministrativo di Predappio Nuova. Si trattava di Fiumana che, sempre dal resoconto statistico elaborato da Emilio Rosetti nel 1894, contava complessivamente 1.032 persone, con appena 172 residenti fra la chiesa parrocchiale e il municipio. Sommando la popolazione dei due Comuni, il censimento del 1901 parlava di 6.507 abitanti che nel 1921 divennero 7.293.

La Trasformazione Dopo la Marcia su Roma

Le cose cominciarono a cambiare dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, con l’affidamento a Mussolini, da parte del re, dell’incarico di guidare l’esecutivo. Se già dalle settimane seguenti la fondazione dei Fasci italiani di combattimento avvenuta a Milano nella primavera del 1919 qualche persona era comparsa nella vallata del Rabbi, il momento in cui prese forma l’idea di sfruttare i luoghi di origine del capo del fascismo fu in occasione della sua prima visita ufficiale in qualità di presidente del Consiglio dei ministri. Era il 15 aprile 1923.

Il duce giunse a Forlì in treno. La stazione ferroviaria, all’epoca, era ancora nei pressi di Porta San Pietro (quello scalo oggi è chiamato Vecchia Stazione) e da qui, a bordo di un’auto scoperta, raggiunse il cimitero monumentale della via Ravegnana ove era sepolto il padre Alessandro. Quindi si trasferì alla sede della Prefettura all’epoca presso il palazzo municipale. Il tragitto continuò risalendo la vallata del Rabbi per circa 18 chilometri fino al cimitero di San Cassiano in Pennino nel quale riposava la madre. Nell’occasione i predappiesi gli donarono l’edificio che, da quel momento, cominciò ad essere conosciuto come la casa natale di Mussolini.

Contemporaneamente nella vicina cittadina di Meldola maturò la decisione di far regalo al duce del rudere del castello di Rocca delle Caminate, una antica fortificazione che sorgeva sulla collina fra la vallata del Bidente e Dovìa. Del percorso così avviato si ebbe notizia ufficiale a distanza di due anni. Il punto della situazione venne fatto a Roma, a Palazzo Chigi, il 13 giugno 1925. All’incontro con Mussolini erano presenti esponenti della Giunta comunale di Predappio e il prefetto di Forlì.

I risultati del colloquio furono riportati ai paesani dal sindaco Pietro Baccanelli (ancora non era istituita la figura del podestà). Egli riferì che il territorio predappiese era stato inserito nell’elenco degli abitati italiani da trasferire perché gravati da problemi di sicurezza geologica. La ragione del provvedimento trovava fondamento nel movimento franoso che nell’inverno fra il 1923 e il 1924 aveva interessato la zona dell’antico capoluogo. Predappio venne inserita con regio decreto legge n. 1029 del 9 giugno 1925, ottenendo un corposo stanziamento di denaro pubblico al quale ne sarebbero seguiti altri. Il provvedimento finanziava il trasferimento dell’abitato e della stessa sede del Comune che sarebbe stata realizzata a Palazzo Varano.

Per evitare equivoci è opportuna una puntualizzazione sui toponimi. Nello spazio territoriale che corre per circa due chilometri fra la borgata di Dovìa e la pieve di San Cassiano in Pennino, un asse parallelo al sinuoso corso fluviale, si rincorrono poderi che declinano in vario modo il nome Varano. Ma torniamo alle decisioni di impianto della nuova Predappio. La casa natale avrebbe ospitato un piccolo museo sull’origine popolare del duce, Palazzo Varano sarebbe diventata sede comunale previa una radicale ristrutturazione e lungo lo spazio compreso fra le due abitazioni avrebbe preso forma il paese secondo un impianto urbanistico incardinato su un lungo viale e due piazze collocate esattamente a ridosso dei due edifici-fulcro.

A distanza di neanche un mese, il 1° luglio 1925, si svolse un altro incontro nella capitale. In quell’occasione vennero meglio definiti i connotati dell’ente amministrativo che sarebbe stato denominato Predappio Nuova (dal marzo 1936 semplicemente Predappio). Fu inoltre decretata la soppressione di un Comune limitrofo, quello di Fiumana, con l’accorpamento di gran parte del suo territorio.

La Fondazione di Predappio Nuova

Il progetto venne reso pubblico con una vera e propria cerimonia di fondazione della nuova Predappio che ebbe luogo il 30 agosto 1925 e consumò un rito di totale devozione del partito e delle istituzioni al capo del fascismo. Mentre i manifesti attribuivano la paternità alla volontà di Mussolini e il giornale della Federazione fascista forlivese “Il Popolo di Romagna” lo presentava quale «novello Romolo» artefice del «solco disegnante il piano regolatore della cittadella di Predappio Nuova», l’evento avvenne in sua assenza. Ciò non ne sminuì il clamore. Tutt’altro.

L’assenza del duce, opportunamente “cucinata” dalla propaganda, contribuì a sedare pensieri di favoritismo che in sede locale erano balenati ed efficacemente smorzati. Le sequenze in muto e bianconero testimoniavano in poco meno di nove minuti le celebrazioni di un culto laico. La manifestazione animò l’intero pomeriggio e fu guidata dal segretario nazionale del Pnf Roberto Farinacci mentre la famiglia Mussolini era rappresentata dal fratello Arnaldo, dalla sorella Edvige e dalla moglie Rachele. Nella stessa occasione vennero poste le prime pietre di una chiesa e di abitazioni popolari. Iniziava così un percorso edificatorio che sarebbe proseguito fino all’inizio degli anni Quaranta.

Architetti e Urbanisti

Alla realizzazione di Predappio Nuova presero parte architetti e urbanisti di chiara fama come Cesare Bazzani, Cesare Valle e Gustavo Giovannoni, per citare i più affermati. Di particolare rilievo fu il contributo di un giovane ingegnere civile di origine laziale. Mussolini seguì da vicino il corso degli eventi e, in varie occasioni, verificò di persona lo stato dell’arte. Significativa la sua presenza al sopralluogo del 26 maggio 1926 durante la quale impartì direttive perentorie.

La più evidente, riportata sulla stampa fascista, riguardò la lapide scoperta appena un anno prima nella facciata della casa natale in occasione della cerimonia di fondazione. Agli occhi di Mussolini l’impatto fu pessimo e ne ordinò la rimozione: «Toglietela. Tutt’al più potrete metterne un’altra con questa legenda: Qui esisteva una lapide che fu tolta per volontà del lapidato». La targa fu smontata secondo la logica che l’efficacia del messaggio sarebbe stata maggiore senza forme di auto-celebrazione. A conferma di questo approccio giunse un altro episodio, qualche anno dopo. In questo caso Mussolini ordinò la rimozione della monumentale scalinata e dell’apparato d’ingresso che collegava la casa natale con la sottostante piazza del Mercato Viveri. Quella salita trionfale era ciò che il duce non voleva.

Il sopralluogo del maggio 1926 prese in esame pure Rocca delle Caminate, sua futura abitazione familiare, dove era in corso la ricostruzione del castello. Durante l’ispezione, Mussolini chiese la predisposizione di un faro in cima alla torre. La notizia del «Faro della Vittoria» (così venne chiamato dal committente) rimbalzò sui giornali che ne indicavano le caratteristiche: «elettrico a tre colori, girevole, come quello del Gianicolo, che si veda a trenta miglia, a più di cinquanta chilometri». Il fascio di luce tricolore doveva essere la luce del duce ed evocarne la presenza. Il suo raggio avrebbe abbracciato l’intera Romagna che nella propaganda fascista era stata ribattezzata terra del duce.

A questi primi contenitori di elementi simbolici (casa natale, municipio e il faro tricolore) se ne aggiunse un altro: il nuovo cimitero di San Cassiano in Pennino. Il piccolo camposanto che custodiva la tomba di Rosa Maltoni venne infatti trasformato in un’opera monumentale incardinata sulla centralità della tomba dei Mussolini ove vennero riunite, post mortem, le salme dei genitori precedentemente sepolte in località diverse. I lavori furono eseguiti fra il 1929 e il 1932 e interessarono anche la chiesa adiacente, letteralmente reinventata in stile neo-romanico.

Nel frattempo l’intero paese stava prendendo forma con un ritmo edificatorio elevato che portò in breve tempo alla nascita dell’ufficio postale, della caserma dei carabinieri (poi ampliata negli anni Trenta), di una prima chiesa (dedicata a Santa Rosa in onore della madre del duce) e di case popolari. Da un punto di vista della ricettività, cioè di quanto fu pensato per accogliere i visitatori, vanno evidenziate due strutture. Ultimo arrivato in ordine di tempo - dettaglio molto significativo della marginalità assegnata al fattore turistico vero e proprio - fu il palazzo dell’Istituto nazionale delle assicurazioni edificato fra il 1938 e il 1939 con, all’interno, l’unica struttura ordinaria in termini di in coming: l’albergo Appennino.

Il Collegamento con Forlì

Non si può prendere in esame il “caso Predappio” in modo a sé stante, cioè senza valutarlo in collegamento permanente con quanto avvenne nella vicina Forlì, soprattutto per un fattore logistico. Con il traffico automobilistico ai primordi, le strade in gran parte ancora non attrezzate con moderni tappeti d’asfalto e in assenza di autostrada (il casello della A14 a Forlì alzò la sbarra nel 1966), la rete ferroviaria rappresentava l’unica struttura capace di garantire comunicazioni terrestri efficaci su medie e lunghe distanze. Per questo, fin dall’inizio, venne ritenuto indispensabile predisporre un sistema adeguato alle impellenti necessità che il progetto mussoliniano avrebbe richiesto per poter funzionare in modo adeguato.

Il caso della nuova stazione di Forlì è chiarificatore. Lo scalo moderno, su piano rialzato come quello di Milano, dotato di un enorme parco binari appariva agli occhi degli osservatori evidentemente sovradimensionato rispetto alle reali esigenze del territorio. Era tuttavia funzionale a dimostrare ordine e potenza ai viaggiatori e, comunque, pronto a supportare eventuali sviluppi. Tra gli obiettivi iniziali figurava infatti anche il sogno (rimasto nel cassetto) di fare della città il capolinea di una linea transappenninica verso Perugia e Roma.

La stazione costituiva un terminale del nuovo quartiere extraurbano di fondazione fascista, che prese forma fuori dal perimetro delle antiche mura (in gran parte atterrate a inizio secolo), e il piazzale esterno a Porta Cotogni, dal quale si accedeva al giardino pubblico e alla via per Cesena, ne divenne l’altro terminale. Fra i due poli correva un viale alberato lungo il quale, a partire dall’area prossima alla ferrovia, trovarono posto alcune industrie (gli stabilimenti di proprietà Orsi Mangelli, il Cantiere Benini e la fabbrica di rimorchi Bartoletti). Oltre il comparto produttivo vennero costruiti edifici residenziali per particolari tipologie di lavoratori (dipendenti pubblici, ferrovieri, postelegrafonici), quindi due scuole (l’elementare “Rosa Maltoni” e l’istituto industriale “Alessandro Mussolini”) e la Casa stadio della Gil. Il viale sfociava in un’amplissima area con al centro un complesso artistico con obelisco di 22 metri dedicato ai caduti della Grande guerra e della rivoluzione fascista.

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