Immersa in un paesaggio incantevole, la Baia delle Sirene è una delle meraviglie naturali più suggestive del Mediterraneo. Questo luogo magico deve il suo nome alle antiche leggende che narrano della presenza di sirene, creature mitologiche che, con il loro canto, incantavano i marinai. La Baia delle Sirene è un luogo dove la natura e la leggenda si fondono, offrendo un’esperienza unica per chiunque la visiti.
Che tu sia un amante dell’avventura, un appassionato di storia o semplicemente alla ricerca di un angolo di pace, questa baia rappresenta una destinazione imperdibile. La Baia delle Sirene si trova lungo una delle coste più affascinanti del Mediterraneo, incastonata tra scogliere rocciose e vegetazione lussureggiante.
La sua posizione la rende un luogo ideale per chi ama la natura e desidera un’esperienza lontana dalle mete turistiche più affollate. La baia presenta una conformazione unica, con un litorale che alterna spiagge di sabbia dorata a suggestive formazioni rocciose. L’acqua, caratterizzata da tonalità di azzurro e turchese, è limpida e ideale per attività subacquee.
Secondo la mitologia, la Baia delle Sirene era il rifugio di sirene incantatrici, pronte a sedurre i marinai con il loro canto melodioso. La baia offre spiagge sia attrezzate che libere, perfette per chi desidera rilassarsi al sole o fare un bagno rigenerante. La biodiversità della baia è straordinaria.
Nei suoi fondali si trovano numerose specie di pesci, stelle marine e molluschi, oltre a spettacolari formazioni di coralli e alghe marine. Taranto oltre alla sua bellezza è nota anche per la leggenda della sirena. E tra le case affacciate sul mare, nascoste tra il passato e la fantasia, troviamo storie e leggende annidate negli angoli del tempo, che riemergono nei racconti della gente.
Le Leggende di Sirene e Marinai
Gli uomini della costa calabrese sono cresciuti in mare: che ne abbiano fatto o no una professione, hanno finito per conoscerne i misteri, i riti, le storie. Proprio di storie parleremo oggi: di quatto storie che hanno veleggiato con i marinai per moltissimo tempo; alcune di loro addirittura per secoli.
- La storia di Scilla e del suo amore infelice
- La storia dell’ingannevole Morgana
- La storia di Manto, che vagò a lungo per il mondo
- La storia della dolce Ligea e della sua tragica morte
Scilla e Glauco
Anche Scilla crebbe sul mare, distesa sulla sabbia dorata delle coste in prossimità Reggio Calabria. Fu lì che un giorno, immersa in un lungo bagno, Glauco la vide e se ne innamorò perdutamente, benché le loro nature fossero così diverse.
Il mito racconta che Scilla era una creatura bellissima, Glauco invece una divinità marina: aveva la coda di pesce e squame sul resto del corpo, era immortale, la sua vita era identica a quella di un pesce. Fu per questo motivo che, quando si presentò a Scilla, lei lo rifiutò sdegnosamente.
Il dio disperato corse allora dalla maga Circe, le raccontò del suo amore sfortunato e le domandò l’aiuto di uno dei suoi filtri d’amore. Circe rimase ammaliata dal bellissimo dio, se ne incapricciò e tentò di sedurlo, ma Glauco, indignato, lasciò l’antro della maga senza prendere con sé il filtro per far innamorare Scilla.
Circe si infuriò: rinnegò il suo desiderio per Glauco, ma volle vendicarsi di Scilla e contagiò con un veleno potentissimo le acque in cui la ragazza si bagnava. Da quel giorno - si dice - lo Stretto di Messina è infestato dai vortici e dalle correnti contrastanti che il mostro provoca ogni volta che all’orizzonte vede profilarsi una nave: in questo modo Scilla si vendica della sua bellezza distrutta e della sua candida giovinezza spezzata.
La Fata Morgana
Di tutt’altra natura è la leggenda della Fata Morgana, personaggio della mitologia celtica arrivato fino a noi ai tempi della dominazione normanna. Il mito racconta che, durante le invasioni barbariche altomedievali, un re arrivò in Calabria dopo aver saccheggiato le città della costa.
Fermatosi a scrutare l’orizzonte, vide apparire dal nulla una terra paradisiaca, nera di montagne, verde di alberi e profumata di agrumi. Mentre era ancora perso nel miraggio, sentì distintamente una voce di donna che gli sussurrava: “quella terra appartiene a me; posso donartela, se vuoi”.
Il re vide che l’isola era vicina ed ebbe fede nella promessa che gli era appena stata fatta, così si buttò in mare per raggiungere a nuoto quel meraviglioso giardino. Da quel giorno la storia della Fata Morgana che cospargeva lo Stretto di miraggi fece il giro del mondo; e nelle giornate torride d’estate si ha ancora l’impressione, guardando dalle coste calabresi verso la Sicilia, di vedere l’isola molto più vicina di quello che non sia in realtà.
Ligea e la sua tragica fine
Una delle storie più commoventi legate al mare rimane quella di Ligea, la Sirena che si diede la morte per la disperazione di aver perso i suoi affetti più cari. Secondo la leggenda, Ligea era una ninfa che faceva parte, insieme alle sue sorelle Leucosia e Partenope, del corteggio della dea Persefone.
Ma il giorno in cui Persefone venne rapita da Ade e portata negli inferi, lei e le sue sorelle, pur standole a un passo, non riuscirono a proteggerla. Demetra, la madre della fanciulla rapita, si arrabbiò con le tre ninfe e le tramutò in mostri con le gambe d’uccello e il busto di donne.
In cambio del loro aspetto orribile, donò loro voci magnifiche, con cui erano in grado di ammaliare qualunque essere vivente. Così le tre sorelle, Partenope Leucosia e la piccola Ligea, si appollaiarono su di un costone di roccia nei pressi dello Stretto di Messina e vi rimasero per anni in attesa delle navi che passavano; quando ne vedevano una profilarsi all’orizzonte, ecco che irretivano col loro canto l’equipaggio e lo precipitavano negli abissi.
Finché un giorno non passò davanti a loro un re che chiamavano Odisseo. Odisseo ordinò ai suoi marinai di turarsi le orecchie con la cera per non farsi catturare dal dolce canto delle Sirene. Lui invece, che desiderava ascoltare il suono leggendario delle loro voci, si fece legare all’albero maestro della nave per non rischiare di precipitarsi in mare ai primi versi.
Fu così che la nave doppiò la rocca senza affondare e le Sirene, sconfitte per la prima volta, in preda alla vergogna si diedero la morte: Leucosia si gettò dal promontorio, Partenope affogò nell’abisso. Ligea, non sopportando il dolore per la perdita delle sorelle, si lasciò trascinare dai flutti e morì in mezzo al mare. Le correnti trasportarono il suo corpo senza vita sulla spiaggia di Terina, accanto alla località in cui oggi sorge Lamezia Terme.
Manto, la figlia dell'indovino Tiresia
Alla base di Capo Vaticano e del faraglione Mantineo c’è un’altra semidea greca, il suo nome è Manto. Figlia dell’indovino Tiresia, ella ebbe in dote il dono di predire il futuro. Quando il padre morì, Manto fu costretta a vagare per molte regioni prima di trovare una dimora: decine di leggende si intrecciano sulla sua persona e una di queste la vuole sul promontorio del Capo Vaticano, a dispensare vaticini ai marinai che passavano di lì.
Il Bagno Sirena a Napoli: Un pezzo di storia
Era il 1961 quando Raffaele La Capria vinceva il Premio Strega per Ferito a morte, racconto di un’iniziazione all’amore, alla coscienza, alla malinconia di un’infinita estate. Quello spicchio di litorale napoletano sotto la Via Posillipo, che riposa all’ombra di Palazzo Donn’Anna e guarda da lontano la placida grazia di Capri, è un luogo dove s’intrecciano storia e leggenda di una città ferita come il protagonista del libro, ma mai perduta.
Scenario caro a Oscar Wilde e Eduardo De Filippo, rifugio marino di nobili, intellettuali e pescatori. “Il legno è come l’uomo, si trasforma” dice Franco Liguori dell’omonima casa editrice, quarta generazione della famiglia che dalla fine dell’Ottocento cura quel passaggio sul mare, uno dei più antichi stabilimenti della zona, il Bagno Sirena.
“Le tavole sono di abete bianco della Siberia, vanno cambiate ogni anno. Una delle cose che più amo è l’odore di resina dei carichi appena arrivati dalla Russia. I pali sono di castagno, le traverse di larice. È una materia viva che va accarezzata, per questo preferisco il movimento gentile delle viti alla violenza dei vecchi chiodi di ghisa ritorti dal martello. Ricordo ancora la fornacella da fabbro che usavamo per raddrizzarli.
“Qui c’è la nostra vita” dice Oscar Mercante, ingegnere 73enne presidente del Consiglio d’amministrazione dello stabilimento. Franco e Oscar sono due dei sette cugini che gestiscono l’impresa avviata nel 1878 dal bisnonno Luca Ciaramella, giunto sulla costa al seguito di Padre Ludovico da Casoria, il beato filosofo e matematico che qui fondò l’Ospizio marino per i pescatori oggi affidato alle suore francescane.
| Caratteristica | Dettagli |
|---|---|
| Fondazione del Bagno Sirena | 1878 |
| Fondatore | Luca Ciaramella |
| Materiale delle tavole | Abete bianco della Siberia (cambiate ogni anno) |
| Materiale dei pali | Castagno |
| Materiale delle traverse | Larice |
“Si cominciava allora ad andare ‘in villeggiatura’ a Posillipo grazie alla strada voluta da Gioacchino Murat, prima si arrivava solo dal mare” racconta Oscar, seduto ai tavolini sulla spiaggia con i cugini Vincenzo e Luca Ciaramella. S’illumina sfogliando le foto in bianco e nero nel tepore di metà settembre.
“Bianche e verdi, i nostri colori - spiega Oscar - le cabine erano giornaliere, ognuna aveva una scaletta privata per consentire alle signore di scendere in acqua e fare il bagno al riparo da sguardi indiscreti, dietro tende bianche calate dalle palafitte. Il servizio offriva sedie, teli di lino e all’occorrenza costumi a noleggio. Le donne di casa si occupavano della lavanderia. Nelle immagini le gonne cedono il passo alle divise anni Trenta, ragazze con busto coperto e nastri tra i capelli, ragazzi in canottiera e bretelle. I tessuti a fiori degli anni Cinquanta, i primi colori dei Sessanta, i tavolini dove la sera si giocava a tressette.
“Ci siamo sposati tutti qui… tutti tranne me, che ho voluto cambiare - sorride Maria, 38 anni, figlia di Oscar e mamma di Daniela, 5 anni, sesta generazione -. Il Bagno deve mettersi al passo con i tempi modernizzando le strutture con materiali innovativi, usando le risorse di Rete e social network. I problemi non mancano, dalla sicurezza alla burocrazia, a Napoli è tutto complicato. E in famiglia non è mai facile trovare l’accordo, soprattutto quando si è in tanti, ma vale la pena darsi da fare per valorizzare un luogo così ricco di fascino e potenzialità.
Sorrento e le Sirene: Un Legame Mitologico
Il fascino e la suggestione dell’intera Penisola Sorrentina richiamano qui ogni anno migliaia di visitatori. La città di Sorrento è legata al mito delle Sirene, tramandato da Omero nell’Odissea, attraverso il famoso racconto di Ulisse, che riuscì a superare indenne il canto ammaliante delle sirene.
Ma come sarebbero giunte al largo nostra costa? Secondo la mitologia, le sirene Ligeria, Partenope e Leucosia, figlie di Acheloo, si spostarono dalle rocce del promontorio Peloro, tra la Sicilia e Cariddi, da cui incantavano i naviganti, per scoprire il resto della costa. Raggiunsero così Punta Campanella.
Questa leggenda troverebbe conferma nel fatto che proprio qui sono stati ritrovati i resti del tempio di Atena, eretto da Ulisse per ringraziare la dea dopo aver superato la terribile prova delle Sirene. Città antichissima quella di Sorrento, la fondazione viene attribuita agli antichi Greci. La prima popolazione a stabilirsi qui sono stati gli Etruschi intorno al 420 a.C.
In età romana è stata una delle città protagoniste dell’insurrezione degli Italici nel 90 a.C. Sorrento acquistò l’autonomia come ducato, durante la crisi del dominio bizantino in Italia, sotto la supremazia dei duchi di Napoli, in lotta con la vicina Amalfi, con Salerno e con i Saraceni. In seguito, come altre città della Campania, combattè contro i Longobardi di Benevento. Nel 1137 la città venne assorbita dai Normanni. Nel giugno del 1558 fu saccheggiata dai turchi. Nel 1648 Sorrento sostenne l’assedio di Giovanni Grillo, generale del duca di Guisa.
Santa Maria di Leuca e la Sirena Leucàsia
Nel tratto di mare che bagna Leuca viveva una bellissima sirena che, accecata dalla gelosia, uccise per vendetta i due innamorati Melisso e Arìstula. Santa Maria di Leuca, dove secondo la tradizione si “abbracciano” l’adriatico e lo ionio (ma non è così), è una terra di confine. In pochi sanno che il suo nome nasconde una leggenda, uno dei racconti più belli che hanno reso il Salento una terra unica.
Il termine greco Leukós (bianco), secondo la tradizione, racchiude la storia della Sirena Leucàsia. Protagonista di questa fiaba popolare è una sirena bellissima. Si narra che nessuno sia riuscito a resistere alla sua voce ammaliante. Tranne l’affascinante Melisso, un pastore del luogo.
Un giorno, mentre si trovava sugli scogli per lavare le sue pecore, il giovane udì il canto armonioso della bella sirena. Ma Melisso era perdutamente innamorato della bella Arìstula e ignorò il richiamo melodioso di Leucàsia. Non accettando il rifiuto né il fatto che fosse riuscito a resistere alla sua malia, Leucasìa pianificò la sua vendetta, aspettando con cattiveria il momento giusto.
Mentre i due innamorati erano in riva al mare, la sirena che bruciava di gelosia, scatenò la più tremenda delle tempeste con la sua coda. Le onde catturarono i due giovani, lasciandoli annegare nella furia del mare. La Dea Minerva, spettatrice silenziosa dal suo tempio, mossa dalla pietà, regalò l’eternità ai due giovani innamorati, trasformandoli nei due scogli di Punta Melisso e Punta Rìstola.
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