In Sicilia, precisamente a Siracusa, si cela un luogo affascinante, dove il vento trasporta costantemente il profumo del mare e il sole irradia le case in tufo calcareo fino a sera. Siracusa presenta due aspetti contrastanti. Da un lato, l'opulenta isola di Ortigia, con le sue chiese, monasteri e sontuosi palazzi, esibisce con orgoglio lo splendore del barocco siciliano.

Nel cuore di Ortigia, tra le strette vie chiamate "rua" o "ruga", si può visitare uno dei più antichi bagni ebraici d'Europa: il miqweh. Il miqweh si trova esattamente nell'antico quartiere ebraico, la Giudecca, dove sono evidenti le tracce dell'antica comunità ebraica di Siracusa.

La Scoperta del Bagno Ebraico

Non tutti conoscono l'esistenza del bagno ebraico di Siracusa e sono ancora meno coloro che sanno come è stato scoperto. Scoperto appena 25 anni fa è un gioiello di cui in pochi conoscono la vera storia, soprattutto quella del suo ritrovamento. Lo abbiamo appreso grazie ad un incontro speciale, con Amalia Daniele e al suo volumetto dal titolo “Dal paradiso senza mele al bagno ebraico di Siracusa”, pubblicato dall’associazione culturale “Siracusa III Millennio”.

Al tempo del ritrovamento, il quartiere ebraico era in stato di completo abbandono, non vi erano luci nelle strade, né negozi. Nonostante il palazzo fosse sommerso di spazzatura e vandalizzato, la Daniele si accorse della sua bellezza e dignità. Lo aveva amato a prima vista e lo acquistò un pezzo alla volta. Sopra questo blocco, vi era una stanzetta e Amalia intuì che doveva esserci qualcosa anche sotto. Così, guidata dalla sua intuizione e curiosità, decise di indagare. Piena di felicità, continuò i lavori e ripulita la stanza, scoprì l’esistenza di una lunga scala.

I lavori di sgombero dei detriti richiesero molto tempo e un grande impegno economico. Alla fine dei lavori di scavo, sgombero e restauro, vennero alla luce 58 gradini che formavano tre rampe di scale alla fine delle quali si aprì alla vista una grande sala, sommersa dalla fanghiglia, ma di grande magnificenza.

Tutto intorno alla sala correva un sedile, scolpito nella pietra viva, a diciotto metri di profondità. Nel pavimento c'erano tre vasche poste a trifoglio con all’interno dei gradini. Durante la ripulitura dal fango, nel fondo delle vasche, ritrovarono anche dei cocci di ceramica delicatissima e delle piccolissime lucerne. Con l'aiuto di esperti del restauro, riuscirono a datare la chiusura di quel luogo: la fine del 1400. I nobili Daniele, cominciarono così un'affannosa ricerca fra testi e libri antichi, contattarono esperti e professori e fecero ordine fra le informazioni a loro disposizione: avevano scoperto un antico bagno ebraico, che serviva per la purificazione prima dei rituali. Le vasche erano alimentate da pura acqua sorgiva, che sgorgava dal sottosuolo. Il bagno ebraico fu così preservato e ancora oggi è possibile visitarlo e ammirarlo nella sua infinita bellezza.

Il Miqweh: Un Luogo di Purificazione

Proprio nel cuore di Ortigia, fra le viuzze chiamate “rua” o “ruga”, è possibile ancora oggi visitare uno dei più antichi bagni ebraici d’Europa. Il miqweh si trova esattamente nell’antico quartiere ebraico, la Giudecca, dove sono evidenti le tracce dell’antica comunità ebraica di Siracusa.

Le vasche erano alimentate da pura acqua sorgiva, che sgorgava dal sottosuolo. Con l'aiuto di esperti riuscì a datare la chiusura di quel luogo: la fine del 1400. Emozionata e determinata, la Daniele, cominciò un'affannosa ricerca fra testi e libri antichi, contattò esperti e professori e mise ordine fra le informazioni a sua disposizione: aveva scoperto un antico bagno ebraico, che serviva per la purificazione prima dei rituali.

Durante le visite, è possibile vedere il concio di pietra con l'antica iscrizione. Nonostante questa scoperta straordinaria, le ricerche della famiglia Daniele non si fermarono. L’amore e l’attenzione per questi luoghi li attenzionarono circa un’iscrizione su una pietra murata nell’abside della chiesa di San Giovanni, attigua al bagno ebraico. Con l’aiuto e la traduzione di esperti, capirono che l’iscrizione si riferiva alla Sinagoga di Siracusa, che molto probabilmente era presente in quel luogo prima della costruzione della chiesetta cristiana.

Architettura e Struttura del Bagno Ebraico

Il così detto Bagno Ebraico si trova in via Alagona nel sottosuolo del palazzetto medievale meglio conosciuto come Casa Bianca. Si accede dal civico 52, attuale albergo. Il miqweh, situato a 18 metri sotto il livello stradale, circa metri 12 metri, scendendo da una ripida scala scavata nella roccia. È alimentato alimentato da acqua pura sorgiva con diverse lvasche, grandi e piccole e pilastri in conci sovrapposti e ben squadrati di calcare per sostenere le antiche volte di epoca greca cavate nella roccia ed è fra gli unici bagni rituali meglio conservati integralmente in Europa.

La sala aveva forma quadrata, con quattro colonne che sostenevano una volta a crociera perfetta e, attorno a queste, vi era un ambulacro che le includeva tutte, con volte a botte. Tutto intorno alla sala correva un sedile, scolpito nella pietra viva, a diciotto metri di profondità. Nel pavimento c'erano tre vasche poste a trifoglio con all’interno dei gradini.

La Giudècca e l’acqua. L’elemento dell’acqua nella Giudècca assume il ruolo della purificazione. In tutti i quartieri abitati dagli ebrei sono presenti delle vasche di acqua pura in cui le persone si immergono per eseguire i riti di purificazione. Una scala di 58 gradini, scavata nella roccia, conduce in una stanza sotterranea: un ambiente simile ad una caverna, con il soffitto sorretto da colonne di pietra, in cui si aprono cinque vasche profonde 140 centimetri. Tre di queste si trovano nella parte centrale della grotta e sono disposte a forma di trifoglio, mentre le altre due sono collocate in due stanze laterali. L’acqua che alimenta le vasche doveva essere assolutamente pura. La stanza è fresca e addolcita da luci tenui e soffuse che creano un’atmosfera suggestiva.

Si tratta di un vano ipogeico ricavato nel vivo della roccia a oltre 10 metri di profondità rispetto al suolo di calpestio servita da una scala rettilinea di 52 gradini a 3 rampe con copertura a botte; lungo le pareti del vano scala sono visibili gli incavi ove si collocavano le torce per l’illuminazione. Al termine della scala venne ricavata una vaschetta lavapiedi della misura dell’ultimo gradino di recente messa a nudo: l’acqua che vi affiora proviene dalla stessa falda che alimenta le vasche rituali. La vaschetta rappresenta il primo atto del complesso rituale di purificazione seguito dai frequentatori del bagno.

La sala ipogeica è di forma quadrata (m 5 per lato) con volta a crociera supportata da quattro pilastri risparmiati nella roccia che supportano anche le volte a botte che rappresentano la copertura dei corridoi che corrono lungo il perimetro della stanza. Lungo le pareti sono visibili i sedili. La volta a crociera sovrasta per un’altezza di m 2,23 tre vasche disposte a trifoglio, ma il progetto originario prevedeva l’escavazione di una quarta vasca, lavoro che non fu mai portato a compimento per motivi al momento sconosciuti. Sul piano di calpestio, rivestito di cocciopesto, le vasche sono state scavate ad una profondità di c.ca m 1,40 - con una capacità di 250 litri - e sono munite di 6 gradini che facilitavano l’immersione. Altre due vasche precedute da corridoi, furono ricavate forse successivamente in due recessi laterali - ad oriente ed occidente - per garantire un bagno in totale privacy; il lavoro per realizzare un terzo ambiente, venne interrotto perchè fu intercettato un pozzo greco probabilmente ancora in uso. Prossima alla scala una vasca circolare nella quale dall’alto, attraverso un pozzo scavato per la profondità necessaria, gli ebrei potevano calare le stoviglie che, qualora acquistate dai gentili, dovevano essere purificate per immersione.

Data la perfezione tecnica del manufatto è indubbio che esso nasca da un progetto ben definito e la datazione al periodo bizantino, VII secolo, lo pone tra uno dei più antichi d’Europa. Un’indagine attenta sui segni lasciati lungo le pareti dal lavoro dei lapicidi, potrebbe dirci di più non solo sugli strumenti impiegati ma anche sulle maestranze che vi lavorarono.

Il Contesto Storico e la Comunità Ebraica di Siracusa

Siracusa, città straordinariamente importante, che racconta la storia millenaria della Sicilia senza soluzione di continuità dalla preistoria sino ad oggi, ha sempre avuto un ruolo di prima donna per il periodo classico, ma grazie a recenti acquisizioni di carattere documentario, archeologico ed epigrafico, si impone anche per periodi storici diversi, come quello genericamente inteso “medievale”.

Se in passato studiosi appassionati avevano già evidenziato il suo ruolo primario anche per il periodo cristiano-bizantino, oggi Siracusa può essere definita, nello stesso ambito cronologico, la città della Sicilia seconda solo a Palermo per l’esistenza di una comunità ebraica che, nel medioevo, comprendeva almeno 3000 persone. Storici ed annalisti locali (Capodieci, Privitera…) hanno sempre citato l’esistenza a Siracusa degli ebrei, della sinagoga e di bagni rituali.

Con ogni probabilità gli ebrei si stanziarono in un primo momento nel quartiere di Akradina presso le grotte Pelopie (da antro- opi e nero - pelos) come si evince dall’ Encomio di San Marciano (VII secolo) identificabili con la balza Akradina. Nell’ Encomio si racconta anche che San Marciano abitò nelle spelonche “di fronte all’empia sinagoga dei giudei la quale si trova a mezzogiorno delle stesse spelonche verso il mare”; se a questa informazione si aggiunge il rinvenimento del “cimitero degli ebrei” nel sito del porto Piccolo si può ben pensare che esistesse una comunità ebraica in essere in Akradina che nel VII secolo chiese l’autorizzazione a trasferirsi nella città munita, cioè in Ortigia.

Nessun dubbio, invece, sull’ubicazione del quartiere della Giudecca (chiamato Rabato, cioè sobborgo, rispetto al quartiere del Duomo) in Ortigia: esso si venne ad organizzare lungo la parte orientale dell’isoletta e, fatto assolutamente importante da punto di vista topografico ed urbanistico antico, ricalcò esattamente l’andamento per strigas dell’impianto greco mantenutosi sino ad oggi pressochè inalterato. Non esiste giudecca senza sinagoga e bagno rituale (miqweh): a Siracusa questo complesso ebraico veniva identificato con la chiesa di San Filippo l’Apostolo.

Probabilmente abbandonato dagli ebrei dopo il 1492, venne scoperto alla fine del XVIII secolo e descritto ad esempio dal Logoteta nel 1786, dal Capodieci nel 1806 e dal Privitera nel 1879. Cadde poi nell’oblio sino alla riscoperta da parte della signora Danieli.

Il Rituale di Purificazione

“Il bagno di purificazione nella religione ebraica rivestiva una funzione determinante ai fini della procreazione che, intesa come atto “divino”, richiedeva la donna libera dalle impurità derivanti dal ciclo mestruale” ( G. Bongiorno). Esso poteva essere effettuato ogni qualvolta lo si desiderasse e non solo dalle donne.

Condizione imprescindibile per un miqweh è che esso “deve essere costruito nel terreno o costituire parte integrante di esso, non può essere un recipiente mobile, nè può contenere acqua trasportata ma solo acqua che fluisce da una sorgente e si raccoglie o acqua di fiume che è a sua volta alimentata da una sorgente, o acqua piovana che deve raccogliersi naturalmente senza attraversare tubi di metallo o altro materiale come creta o legno che potrebbero rendere l’acqua impura, tranne che la conduttura non sia da considerare parte integrante del terreno” (Scandagliato- Mulè). Il nostro bagno risponde perfettamente a tutti questi requisiti essendo stato realizzato ove c’erano preesistenze di carattere idraulico del periodo greco che già attingevano ad una delle tante falde freatiche di Ortigia.

“La donna deve bagnarsi completamente nuda con una immersione verticale, tenendo le braccia lontano dal corpo immergendo per qualche secondo completamente nell’acqua anche i capelli [..] Chi si converte all’ebraismo, se maschio, deve prima essere circonciso e poi immerso nel bagno, se donna deve solo praticare il rituale dell’immersione.

Un Itinerario alla Scoperta della Giudecca

Che idealmente rivisiti i due percorsi alla sinagoga, si può partire dal n° civico 52 (Casa Bianca) di via Alagona (platea vechia) osservare l’esistenza del ronco Palma (ex vanella porte parve meschite) chiamato così per l’esistenza nel medioevo di una palma, simbolo notoriamente caro agli ebrei, che era stata piantata in quello che doveva essere un cortile antistante l’ingresso dalla porta parva utilizzata, con ogni probabilità, dalle donne per andare in sinagoga; si percorra poi la ex ruga della meschita, oggi via Minniti e, attraversando la via dell’Arco (chiamata così a ricordo di un arco che fu demolito nel XVII secolo, previa autorizzazione del Senato, dal pittore siracusano Mario Minniti il quale aveva ivi acquistato una casa; l’arco era sicuramente uno degli elementi architettonici del quartiere ebraico) si perviene nell’attuale piazzetta del Precursore (platea parva) di fronte al prospetto della chiesa di San Giovanni, già moschea di Siracusa. In origine l’attuale piazzetta era molto più ridotta perché chiusa nella parte mediana da un alto muro, configurandosi come il cortile antistante l’ingresso principale. Imboccando la via della Giudecca (Platea judaica) si avranno sul lato ad Est l’ex ruga de li bagni, la vanella della porta parva e della porta magna che fiancheggiano i lati lunghi della chiesa di San Filippo l’Apostolo; imboccando la successiva stradetta, l’ex vanella dell’oliva adiacente ai siti del baglio e dell’ospedale ebraico si ritorni sulla via Alagona e, quindi, al punto di partenza per visitare quella stanza ipogeica straordinariamente carica di suggestioni che è il miqwèh.

Nella comunità ebraica i rituali di purificazione assumevano un ruolo fondamentale. “: un bagno rituale purificatorio.Il miqveh di Siracusa, uno dei più importanti d’Europa, è quello di Casa Bianca, scoperto casualmente nel 1989 durante i lavori di ristrutturazione di un palazzo. Tutto intorno corre un sedile scolpito nella pietra. La falda era già conosciuta nell’antichità per l’esistenza nella zona di due pozzi greci. La stanza è fresca e addolcita da luci tenui e soffuse che creano un’atmosfera suggestiva, capace di suscitare il ricordo di questo luogo quando era ancora al colmo della sua attività. Secondo le Scritture, l’immersione in acqua era necessaria per riacquistare la purità rituale e dunque poter accedere al luogo di culto.

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