Il 27 gennaio scorso Corrado Benzio ha pubblicato il suo ultimo articolo per il Tirreno, in occasione del 50° anniversario del caso Lavorini, su cui aveva scritto insieme a Roberto Bernabò il libro “L’infanzia delle stragi - Il caso Lavorini” ed. Reverdito, 1989.

Sono passati 50 anni, mezzo secolo, va fatto quindi un riepilogo. In piazza c’è Adriano Sofri a guidare studenti venuti da mezza Toscana. Il 31 dicembre 1968 viene contestato il veglione di Capodanno alla Bussola di Focette. Uno rimane ferito: si chiama Soriano Ceccanti e resterà paralizzato da un proiettile che lo colpirà alla schiena.

Giusto un mese dopo, il 31 gennaio, venerdì antivigilia del primo corso di Carnevale, una telefonata arriva a casa Lavorini. «Ermanno non torna a cena, preparate 15 milioni». La telefonata la riceve la sorella Marinella che urla: hanno rapito Ermanno. A sera tutta Viareggio sa del bambino rapito. Il giorno dopo lo saprà tutta l’Italia e per la città inizierà il calvario.

Le indagini e il ritrovamento del corpo

Indagini, rastrellamenti, stupidaggini dette dai migliori investigatori mandati da Roma («O’ guaglione a’ da mangiare - fa un appello il questore Iovine - se qualcuno compra un etto di mortadella più del solito, segnalatelo»), sensitivi. Tanti, tantissimi mitomani. Ma anche investigatori non proprio specchiati, soprattutto nell’Arma.

Ermanno viene ritrovato cadavere il 9 marzo sulla spiaggia di Marina di Vecchiano, seppellito sotto pochi centimetri di sabbia. Sepolto in spiaggia. L’autopsia non rileverà granché, giusto che è morto il giorno del rapimento e non ha subito violenza sessuale (Wikipedia dice il contrario a conferma della frequente inattendibilità della rete).

Fu il primo rapimento di un bambino in Italia. E forse in Europa se i giornali dovettero andare a ritroso fino al caso di baby Lindbergh, figlio del celebre aviatore. Dopo il funerale seguito da una folla inferocita, inizia il massacro di una città.

La pista omosessuale e le accuse

Scoperti i tre protagonisti del goffo rapimento (Ermanno si ribella e viene picchiato a morte), iniziano a raccontare versioni di ogni genere. Sono ragazzi di vita, si prostituiscono in pineta e nasce così la pista sessuale, anzi omosessuale. Filone amato dai carabinieri che strappano l’indagine alla polizia.

Due le vittime del filone omosessuale. Il primo è Giuseppe Zacconi accusato ingiustamente di pedofila. Deve rivelare ai giudici di essere impotente e verrà scagionato. Ai giornali lascerà una frase che è una sentenza: «Mi hanno tolto la merda di dosso, ma il puzzo è rimasto». Era figlio del grande attore Ermete Zacconi, morirà di crepacuore pochi mesi dopo.

Ma il vero personaggio tragico è Adolfo Meciani. Proprietario di un bagno, pokerista, playboy della ruggente riviera. Donne tante? Figuriamoci è una maschera. Lui ama appartarsi con i ragazzini, che una volta fatta la frittata (la morte di Ermanno) lo ricattano per avere soldi e aiuti. E poi lo accusano. Cose pesanti: Ermanno rapito per diventare il frutto proibito da portare al Meciani. Che finisce in clinica, sottoposto a elettrochoc. In queste condizioni viene arrestato, rischia il linciaggio fuori dalla caserma dei Carabinieri, finisce al Don Bosco a Pisa. Dove si impicca.

Le accuse politiche e il Fronte Monarchico

Nel tritacarne finiranno anche il sindaco e il presidente dell’azienda di soggiorno. Entrambi socialisti mentre a Viareggio dal Comune erano stati cacciati dopo 40 anni i democristiani per far salire una giunta di sinistra. Troppo per una città aizzata dalla presenza di Junio Valerio Borghese, il principe nero. Ma anche da Sergio Boschiero, presidente del Fronte giovanile monarchico.

Sarà un giornalista a indicare la svolta nelle indagini. Si chiama Marco Nozza e scrive per Il Giorno. Quando intervista Marco Baldisseri, autore materiale del rapimento, solo 16 anni, nota un distintivo all’occhiello. «È del fronte giovanile monarchico, ma se scrive qualcosa lo denuncio».

Alla fine nasce tutto da lì, dal fronte giovanile monarchico dove si organizza il rapimento di Ermanno. Il fine è fare soldi per progettare attentati e salire nella considerazione dei capi romani. Anche a sinistra, ma nell’estrema, si intuiscono cose e un volantino indica ai carabinieri di puntare su via della Gronda, alla periferia di Viareggio.

Ma la sede del movimento è stata chiusa, soprattutto sono spariti i registri, dove forse c’è anche il nome di Ermanno.

Il processo e le condanne

L’indagine ha una svolta, ma al processo - 6 anni dopo - prevale la tesi dei festini. Pm è il dottor Sellaroli, che poi lascerà la magistratura per fare l’avvocato, protagonista di un altro brutto caso, la morte dell’anarchico Franco Serantini a Pisa. Solo nel 1976 in appello si parlerà di disegno pseudo-politico. Condannati Marco Baldisseri, Rodolfo Della Latta e Pietro Vangioni.

Pene lievi, confermate in Cassazione. Sono tre squattrinati o quasi, non ci saranno risarcimenti per le vittime. Neppure Viareggio verrà risarcita.

Come scriverà Marco Nozza giornali e tv calarono a frotte quando si parlava di orge e festini. Pochi e quasi tutti locali, i giornalisti ai processi. Ma era normale così. Nel frattempo ci sarà la strage di piazza Fontana, il terrorismo e lo stragismo.

La memoria e le conseguenze per Viareggio

Così nella memoria il caso Lavorini resterà «una storia di finocchi». Dimenticata anche dalla sinistra, come sottolineava con grande lucidità Pier Paolo Pasolini che non vedeva nel Pci un grande difensore dei diritti civili.

Viareggio ci metterà tanto a riprendersi. Eppure era la città di Tobino, Garboli, Monicelli. Era la città del premio Viareggio, in giuria Pasolini e Moravia, Eco e Ungaretti. La città non si piegò ma non le fu neppure restituito l’onore.

Oggi, a 50 anni da quei giorni sconvolgenti, i protagonisti di quella vicenda sono ancora vivi, ma ormai passati alla storia.

L'intervista ad Alessandro Meciani

«L'intervista - dice Alessandro Meciani - si può fare, ma solo se si ribadisce «l'assoluta estraneità ai fatti di mio padre», «se si sottolinea che anche lui è stato una vittima degli eventi» e «l'assoluta smentita che mio padre abbia avuto inclinazioni omosessuali».

Sarà fatto, tanto più che è questa la verità: Adolfo Meciani, il padre di Alessandro, nei primi mesi del 1969, è stato il principale sospettato di un delitto che aveva scosso l'Italia intera, quello di Ermanno Lavorini, un bambino di 12 anni che il 31 gennaio 1969 scompare da Viareggio e viene poi trovato morto, sotterrato nella sabbia di Marina di Vecchiano.

Si cominciò a parlare di un giro di omosessuali e pedofili che facevano cose losche nella pineta di Viareggio e Marco Baldisseri, un ragazzo che allora aveva sedici anni, e che pure frequentava quella pineta, indicò Adolfo Meciani come il rapitore e l'omicida del piccolo Ermanno.

Non era vero: era invece proprio Marco Baldisseri, insieme ad altri due ragazzi, spinti da chissà quali motivazioni pseudo-politiche legate al Fronte Monarchico Giovanile, ad aver ucciso il bambino.

Adolfo Meciani, però, nel frattempo era andando in carcere, nel frattempo aveva subìto la gogna, nel frattempo si era ucciso, per il dolore e per l'ingiustizia subìta. Perché ha deciso di restare in una città che aveva additato suo padre, in una città che porta le tracce di un fatto per lei così doloroso?

«Credo che in questa domanda ci sia l'essenza di tutta la vicenda. Nella vita metà delle cose sono quelle che ti accadono, e metà sono quelle che derivano da come reagisci. Perché sono rimasto? Io ho sempre avuto un punto fermo, quello di riabilitare il cognome che porto, facendo emergere sempre con chiarezza che mio padre, oltre al piccolo Ermanno Lavorini, è stato un'altra vittima di quell'orrenda vicenda. Volevo tener acceso il faro, continuare a far luce su quella storia. Non potevo certo scappare. Dovevo anzi mostrarmi, con il mio impegno e il mio comportamento, una persona per bene, seria, corretta, professionale, mantenendo un buon ricordo di mio padre e del cognome che porto addosso».

Ma come si è comportata Viareggio con lei?«È stata una sorpresa. Ci sono stati due momenti diversi. In un primo tempo, quando c'è stata l'esplosione della vicenda con le accuse infondate nei confronti di mio padre, la città ha sicuramente reagito con con violenza e durezza. Ci sono stati addirittura dei tentativi di linciaggio alla macchina dei Carabinieri che portava mio padre in caserma. Viareggio era molto sotto pressione, per usare un eufemismo. Poi, più tardi, quando sono cresciuto e ho cominciato veramente a frequentare la città, negli anni 80, Viareggio mi ha restituito la possibilità di avere tantissimi amici, che ben sapevano la mia storia e che mi hanno protetto e difeso di fronte a chi si è permesso di fare apprezzamenti sul mio cognome. Sono cresciuto con persone che, insieme a me, hanno gestito il ricordo di quello che è accaduto in quel 1969. Non ho mai provato inadeguatezza o imbarazzo».

Alessandro Meciani è Assessore al Turismo. Lei è assessore al Turismo, la Versilia ha vissuto, con la Bussola, tempi d'oro. Lei che cosa sta facendo per ridare lustro a questa zona?«Sicuramente Viareggio è una destinazione balneare importante per il nostro Paese: ha un flusso turistico superiore al milione e 300.000 presenze all'anno. Noi dobbiamo riuscire a soddisfare le richieste di questi turisti, con un'offerta di alberghi, parcheggi, ristoranti e negozi, che siano all'altezza del target di persone che arrivano. Oltre al numero stiamo lavorando anche sulla qualità, cercando di destagionalizzare il turismo, facendo sì che non sia concentrato solo nei tre mesi estivi, lavorando, per esempio, di più sul Carnevale e sui ponti di primavera».

Suo padre gestiva lo stabilimento balneare La Pace: c'è ancora a Viareggio?«Sì, c'è ancora e lo gestisce sempre la mia famiglia. Per lo più ci lavorano mia moglie e mia figlia, che ora ha 18 anni e sta cercando di capire che cosa vuol fare della sua vita. Io, il sabato e la domenica tolgo i panni dell'assessore e metto il vestito da balneare. È un posto a cui sono molto legato: è dalla fine degli anni Venti che lo gestiscono i Meciani: tutto è iniziato quando un mio lontano parente, durante la guerra di Abissinia, perse una gamba e lo Stato, come risarcimento, gli ha dato la concessione di questo di questo pezzo di spiaggia. E così è partita questa avventura».

Oltre al Bagno la Pace, quando ci fu la vicenda di suo papà si fece un gran parlare della pineta di Viareggio, come luogo in cui accadevano traffici e incontri poco sicuri. Che ne è di quel posto oggi?«Come ovunque, anche a Viareggio il tema della sicurezza è un tema centrale per la gestione della città. Detto ciò, secondo me bisogna fare una distinzione: un conto è la sicurezza reale, un conto è la sicurezza percepita. I numeri che arrivano dalla Prefettura ci dicono che la la situazione a livello di reati effettivamente compiuti è, come dire, sotto controllo, addirittura ci sono dei numeri in calo. Cosa ben differente, invece, è la sicurezza percepita, su cui bisogna lavorare molto: è indubbio che ci siano tante persone che vivono ai margini, che finiscono per scegliere la strada della delinquenza, dello spaccio, della droga, che è sempre difficile da gestire. E ben sappiamo che i giardini cittadini sono spesso i punti di scambio. Ma la Pineta di Viareggio è un bellissimo parco a ridosso della spiaggia, un ritrovo per le famiglie, in cui ci sono bar, ristoranti, mercati, noleggi bici e aree gioco: cerchiamo di farla vivere il più possibile, supportando le attività interne, proprio per evitare che ci siano angoli bui e incontrollati, per rendere sempre più difficile l'attività agli spacciatori che si volessero intrufolare».

Non c'è nessuna targa, nessuna via intitolata, nessun segno in città che ricordi suo padre?«No, non c'è nulla. Preferisco mantenere alto il ricordo con quello che faccio, con le azioni, con le mie attività, con qualcosa di vivo».

E quei tre che accusarono suo padre, Marco Baldisseri, Pietro Vangioni e Rodolfo della Latta, oggi li incrocia a Viareggio?«Loro hanno scontato la loro pena e, una volta usciti, hanno fatto la loro vita, le loro strade. So per certo che due non sono più in città, l'altro non so. Mon li ho mai più visti, mai più sentiti. Diciamo che in generale preferisco guardare avanti e pensare a quante cose belle posso fare nel ricordo e nel nome di mio padre, piuttosto che rimestare in quello che è stato.

Evento Data
Contestazione veglione di Capodanno alla Bussola 31 dicembre 1968
Rapimento di Ermanno Lavorini 31 gennaio 1969
Ritrovamento del cadavere di Ermanno Lavorini 9 marzo
Sentenza in appello sul caso Lavorini 1976

TAG: #Bagno

Potrebbe interessarti anche: