Il dialetto veneto è ricco di espressioni idiomatiche che spesso racchiudono significati profondi e legati alla tradizione popolare. Queste frasi, tramandate di generazione in generazione, offrono uno spaccato della cultura e della saggezza popolare veneta.
Espressioni comuni e il loro significato
Vita quotidiana e lavoro
- "Pitost che starghe vizin a un che bate su legna, meio starghe vizin a un che caga": Meglio non stare vicino a chi spacca legna: qualche pezzo potrebbe schizzare. I rischi sul posto di lavoro ancora prima dell’entrata in vigore della 626.
- "Magnanugole": Chi vive tra le nuvole, perdigiorno.
- "Esser en mez come 'l Zobia": Essere d’intralcio. Come un appuntamento che cade proprio di giovedì, in mezzo alla settimana di ferie.
- "La pignata de l’artesan se no la boie ancoi la boie doman": Un buon artigiano non resterà mai senza lavoro.
- "Far de fer e manara": Usare il ferro e l’accetta. Impiegare ogni mezzo per riuscire a portare a termine un impegno, un lavoro.
- "Tegnir 'n stropa": La stròpa è la ritortola di vimini con cui si legavano i tralci delle viti. Quindi la frase significa tenere a freno, in soggezione.
Carattere e comportamento
- "Ciapar per el scanaluz": E’ quello che di solito fanno gli strozzini.
- "No dar da dir": Fare in modo che non ci sia proprio nulla da dire sul proprio operato. Non assurgere agli onori della cronaca.
- "Scaldarse ‘l pisin": Innervosirsi. Creare una situazione fisiologica in base alla quale l’urina si riscalda, provocando reazioni inconsulte.
- "Esser cul e camisa": Relazioni intime. Perfetta sintonia e … aderenza a determinati modi di essere.
- "Esser buseta e boton": Asola e bottone. Come cul e camìsa.
- "Chi e’ stret de man e’ stret de cor": L’avarizia incide anche nei rapporti interpersonali.
- "No farsi vardar drio": Non dar motivo per essere additato. Anche dal punto di vista morale.
- "Ti tasi che te gh’ai ancora la pezota bagnada": Invito a un ragazzo o a una ragazza, presuntuosi, saputelli, a ricordare la loro inesperienza.
Situazioni e circostanze
- "Nar smonant": Menare il can per l’aia. Non venire alla conclusione.
- "Far spaco": Far spicco. Far bella mostra di sè.
- "Voltar el Putin en cuna": Cambiare discorso. Il leader russo non c’entra.
- "Taiar el mal per mez": Dirimere un contrasto con l’applicazione del giusto mezzo in fatto di colpe e torti.
- "Tirar na strisa": Tirare una striscia. Meglio: barrare qualcosa, cancellare con un segno un debito, un ricordo, una persona.
- "Nar for per le frosche": Frosche sta per frasche. Di palo in frsca, andare fuori dal seminato, andare su tutte le furie.
- "Elboton de la gudaza": Il bottone della madrina.
- "El matrimoni ‘l fa tremar ziel e tera e pei dela litera": Tra sacro e profano.
- "Tuti i salmi i finis 'n gloria": Pretesto per il brindisi. In ogni occasione.
- "Bele che fini’ ‘l filo’": Chiusura dei discorsi, della festa, della pacchia.
- "L’E’ na val che se brusa": Quando è impossibile far qualcosa per evitare il peggio. Non un focolaio, insomma.
- "No ghe’ ma che tegna": Non si ammettono repliche. Senza se e senza ma.
- "Va zerca chi l’ha rota": Impossibile conoscere chi abbia fatto qualcosa di negativo, provocato un danno.
- "April l’e’ fat per ‘ncoionar la zent": Non solo il primo del mese.
- "El seren che ven de not l’e’ come n’asen che va de trot": Bufale. Che non vanno al galoppo.
- "Quando sbalza la bala ‘n man ognun sa darghe": Da evitare (se non si è il portiere) nell’area di rigore durante una partita di calcio. Vuol dire che quando si è toccati dalla fortuna non è difficile realizzare qualcosa di buono.
- "Meterghe ‘n di’ per nar e trei per tornar": Non dipende sempre ed esclusivamente dagli imprevisti.
- "Serar su baraca e buratini": Cala il sipario. Chi s’è visto s’è visto.
- "En vent che porta via": Non è di solito quello dell’est. Ma freddo, tipo bòra triestina, tramontana. Se non porta proprio via la persona ha buon gioco con l’ombrello.
- "Ai tempi de Matio Cop": Cioè anni e anni e anni addietro.
- "Fata la gabia, mort l’osel": E pensare che aveva lavorato e fatto risparmi per una vita, mai andato in ferie, al lavoro in quel cantiere della sua casa anche di notte.
Modi di dire legati al cibo e al bere
- "Dir mesa basa": La Messa bassa è quella di tutti i giorni, officiata senza sfarzi, in tono dimesso o comunque diverso dalla Messa domenicale, festiva, per matrimoni o funerali. Significa borbottare, brontolare le proprie ragioni quando non si ha il coraggio di esporsi a viso aperto.
- "Engosà come ‘n pait": Ingozzato come un tacchino.
- "L’E’ meio beverne na boza che spanderne na goza": Lo smacchiatore non sempre risolve lo specifico guaio. E rischia di costare più della bottiglia.
- "Quando no ghe n’e’, gnanca la piala no ‘n tol": Il limite insuperabile non riguarda solo lavori di bricolage.
- "Raspar su tut": Raspàr sta per limare, usare la raspa. In questo caso significa proprio mangiare tutto quanto c’è nel piatto, senza lasciarvi nemmeno una briciola.
- "Preparar el cafe’ bon": Il caffè buono è semplicemente quello che non è caffè di orzo (o de zicòria) o quello che adesso si chiama decaffeinato.
- "Ont come la sil de ‘l careter": Unto come l’assale del carrettiere. Si dice anche “ont come na sitèla”. Ci si riferisce solitamente ad un ubriaco (ònt).
- "Eser senza dova": Si dice di un vino che … non sa di niente.
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