Un tragico evento ha scosso la comunità di Marina di Varcaturo, una zona di confine tra il Napoletano e il Casertano.
Accoltellamento Mortale a Marina di Varcaturo
Teatro della lite un lido di Marina di Varcaturo, striscia di confine tra il Napoletano e il Casertano, a metà tra i comuni di Giugliano e Castel Volturno: è qui che intorno alle 13,15 Nicola, originario di Mugnano, un grosso centro a nord di Napoli, e il suo aggressore di un anno più grande, ingaggiano una colluttazione. Nicola aveva 18 anni e tanti sogni da realizzare davanti a sé. Dalle parole si passa ai fatti, spunta un coltello, e uno dei due contendenti si accascia in una pozza di sangue. Fatali i due fendenti al torace. Che Nicola abbia avuto la peggio è subito chiaro a tutti. Inevitabili le scene di disperazione da parte di amici e parenti, sia in spiaggia che dopo in ospedale, per un epilogo che nessuno avrebbe mai immaginato.
Il suo aggressore, 19 anni, viene fermato con l'accusa di omicidio. Ora gli inquirenti, che lo stanno interrogando, vogliono capire se quella lite sia stata davvero occasionale o sia invece il frutto di un piano studiato a tavolino. Si scava, in particolare, nel passato dei due giovani per capire se non ci fossero dei dissapori pregressi tra loro. Le indagini sono condotte dagli uomini del commissariato di polizia di Castel Volturno che stanno sentendo anche numerosi testimoni.
"Deponete le armi" è l'appello dell'europarlamentare del Pd Sandro Ruotolo. Sull'omicidio si fa sentire la politica.
Altre Aggressioni in Italia
Ottocento chilometri più a nord un'altra violenza ingiustificata, questa volta a Vicenza: a farne le spese un ragazzo di 16 anni accoltellato al torace nella tarda serata di ieri, in una zona limitrofa al centro storico. Il giovane è ricoverato in prognosi riservata ma non sarebbe in pericolo di vita. Attraverso i video delle telecamere sorveglianza presenti in zona, la Polizia sta cercando di ricostruire l'esatta dinamica di quanto accaduto. Nel frattempo sarebbero già stati ascoltati alcuni testimoni, anche se un quadro più preciso lo si avrà quando il ferito potrà parlare dal letto di ospedale. Tra le piste al vaglio, anche quella di un diverbio degenerato.
Il cadavere di un giovane di 17 anni, di possibili origini albanesi, è stato ritrovato domenica 23 giugno nel parco Robert Baden Powell di Pescara. Il ragazzo, secondo quanto emerso, sarebbe morto dopo essere stato accoltellato ripetutamente. Il corpo è stato trovato riverso tra le sterpaglie vicino al campetto di calcio a pochi passi dal sottopassaggio della ferrovia. Sarebbero stati fermati due minorenni, figli di un carabiniere e di un avvocato. Il corpo del 17enne è stato trovato nella serata di domenica 23 giugno nel parco Baden Powell di Pescara in via Raffaello. La morte potrebbe risalire alle ore precedenti.Il cadavere è stato segnalato da alcuni passanti, col giovane che si trovava riverso tra le sterpaglie vicino al campetto di calcio.
Un collega in terapia intensiva dopo essere stato accoltellato, un’altra (Chamila Wijesuriyauna) scomparsa nel nulla. A rimanere gravemente ferito è stato un barista di 50 anni, raggiunto da diverse coltellate. L’aggressione è avvenuta fuori dall’Hotel Berna a Milano, a due passi dalla Stazione Centrale. Il barista dell’albergo, cittadino egiziano, è stato raggiunto da diversi fendenti sferrati con un coltello poi sequestrato. Coltellate sferrate al collo e alla schiena con una forza tale che l’arma si è rotta (è stata trovata e sequestrata). Successivamente l’aggressore si è allontanato facendo perdere le proprie tracce. L’uomo, soccorso dal personale del 118, è stato accompagnato al pronto soccorso del Niguarda dove stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza durato sette ore. È sedato e intubato. La prognosi è riservata. Tutte da ricostruire, ancora, le ragioni dell'aggressione, avvenuta forse durante una lite per dei dissidi tra i due colleghi.
Il presunto aggressore, secondo quanto trapelato, sarebbe Emanuele De Maria. L’uomo era detenuto nel carcere di Bollate e da circa due anni aveva ottenuto un permesso per lavorare all’esterno della struttura. Non è rientrato nella struttura detentiva e le forze dell’ordine sono al lavoro per rintracciarlo. Qualche elemento utile potrebbe arrivare dalle telecamere a circuito chiuso della zona. Il timore, tuttavia, è che sia già riuscito ad allontanarsi da Milano, forse a bordo di un treno, e per questo è stata messa in allerta anche la Polfer.
Dramma Familiare a Roma
La tragedia a Roma. Un'azione preordinata: voleva sterminare l'intera famiglia, a cominciare dal marito, e poi togliersi la vita. Quanto compiuto da Khadija El Fatkhan, la 42enne marocchina che ha accoltellato mortalmente due figli, ferito un terzo e il marito, per poi suicidarsi, rientrerebbe in un piano di morte in cui tutti dovevano essere ammazzati. Ne sono convinti i magistrati della Procura di Roma che stanno cercando di chiarire quanto avvenuto all'alba di lunedì in un appartamento di uno stabile occupato di via Carlo Felice, a due passi da piazza San Giovanni.
La donna aveva individuato nel marito, Idris Jeddou, il primo, e forse più grande, ostacolo da eliminare, e lo avrebbe colpito mentre dormiva. Per gli investigatori con lui ha ingaggiato un confronto fisico al termine del quale l'uomo è stato ferito all'addome con una coltellata. Idris, che presenta anche escoriazioni sulle braccia, decide di recarsi all'ospedale non immaginando cosa la moglie avesse in mente di fare. Da lì la chiama più volte con il telefono ma non ottenendo notizie manda un suo amico a controllare cosa fosse accaduto.
Nel frattempo agli agenti del drappello di polizia dell'ospedale San Giovanni racconta una bugia, sostenendo di essere stato ferito da un uomo in strada. Per chi indaga il suo è stato un tentativo di coprire la moglie, senza sapere cosa stava accadendo in quell'abitazione. In quelle ore la 42enne marocchina ha trasformato l'abitazione dove vivevano da anni in una sorta di mattatoio in cui ha ucciso i figli di 3 e 9 anni e ha ferito gravemente il terzo, una bimba di 5 anni che ora lotta contro la morte nel reparto di rianimazione dell'ospedale Bambino Gesù.
L'uomo in ospedale ha ricevuto la visita del console del Marocco, Mohamed Basri, e prima ancora del suo datore di lavoro. E proprio a quest'ultimo ha raccontato che la moglie lo ha accoltellato mentre dormiva. Che non c'era stata una lite. Un elemento che potrebbe confermare l'ipotesi di un piano preordinato della donna.
La Procura di Roma ha disposto l'autopsia per El Fatkhan e per i due suoi figli. Domani il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e il sostituto Francesco Minisci affideranno il relativo incarico ad un anatomopatologo. Gli esami autoptici che si svolgeranno tra domani e dopodomani stabiliranno con certezza l'orario della morte dei bambini, uccisi a colpi di mannaia, e della madre trovata impiccata nel bagno. Un elemento fondamentale per verificare se gli orari coincidono con il racconto fornito dal marito.
Il dramma di via Carlo Felice ha sconvolto l'interna comunità che viveva nello stabile occupato. Tra gli abitanti della zona c'è chi giura che da un anno o due, forse dopo un viaggio in Marocco, la donna avesse preso ad indossare il velo. Un dettaglio che, però, al momento, non è centrale nell'attività di indagine degli inquirenti. Oggi sullo stabile è stato esposto uno striscione in cui viene espressa solidarietà . "Tutta la comunità è solidale e colpita dal dramma accaduto - è detto -.. Chiediamo riserbo e rispetto per le vittime e per la Comunità stessa". Sul marciapiede è stato posizionato un tavolo con un cero votivo e due mazzi di fiori. Accanto un biglietto dedicato ai due piccoli strappati alla vita: "la comunità di Carlo Felice vi saluta con una ferita nel cuore immensa...
Orrore in Iran: Regista Ucciso e Smembrato dai Genitori
Il corpo fatto a pezzi dell’uomo, 47 anni, stato ritrovato per caso in una valigia e alcuni sacchi della spazzatura gettati in un bidone a Ekbatan, un sobborgo di Teheran. L’anziana coppia ha confessato, ammettendo di aver ucciso anni fa anche la loro figlia e il genero. È un delitto “d’onore” che ha sconvolto l’Iran quello del regista 47enne Babak Khorramdin, ucciso, smembrato e gettato in un cassonetto dei rifiuti dai suoi genitori. Il padre in tribunale: "Non mi pento di quello che ho fatto con la collaborazione di mia moglie.
La coppia, interrogata dalla polizia, ha anche confessato di aver ucciso diversi anni fa la figlia e il genero nello stesso modo. Khorramdin si era laureato in cinema all'Università di Teheran nel 2009 e poi si era trasferito a Londra, dove aveva vissuto per alcuni anni. Tornato in Iran, si era dedicato all'insegnamento. Non si era mai sposato, e questo non piaceva ai genitori, anche perché frequentava alcune sue studentesse.
La polizia ha potuto identificarlo grazie alle impronte digitali delle sue mani, troncate e ritrovate insieme agli altri resti. Andata a casa dei genitori - Iran Khorramdin, 74 anni, e Akbar Khorramdin, di 81 - la polizia ha trovato alcune prove del delitto e la coppia ha confessato. "Era venerdì sera quando sua madre ha cucinato il pollo e lo ha infarcito di sonnifero per fargli perdere i sensi - ha raccontato il padre - Lui però non l'ha mangiato ed è andato a dormire, così abbiamo messo il cibo in frigo. Il giorno dopo si è svegliato e l'ha mangiato" e si è addormentato. A quel punto, i genitori lo hanno legato a una sedia, gli hanno messo un sacchetto di plastica in testa e lo hanno pugnalato più volte.
Sotto interrogatorio, Iran e Akbar Khorramdin hanno anche confessato di aver ucciso diversi anni fa la loro figlia, perché a loro dire si drogava, e poi il loro genero, perché si era rivelato violento. L'omicidio è solitamente un reato capitale in Iran, ma le persone che uccidono i propri figli rischiano un massimo di 10 anni di carcere.
Il Caso di Marco Vannini
Marco Vannini, di Cerveteri, venne ferito da un colpo di pistola mentre si trovava nel bagno della villetta della fidanzata, Martina Ciontoli. Un colpo partito dall’arma del padre della ragazza, Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina Militare, ma in base alle indagini svolte, anziché chiamare subito i soccorsi, i Ciontoli persero tempo e cercarono anche di nascondere quanto accaduto, causando così la morte del ragazzo.
Quella sera Marco si trova nella vasca da bagno a casa dei Ciontoli, la famiglia della fidanzata Martina. Il padre della ragazza, Antonio Ciontoli, entra nel bagno per riporre due pistole nell'armadietto di fronte alla vasca dove è immerso Marco. Il ragazzo gli chiede di fargli vedere le pistole: l'uomo, per gioco, gliene punta una davanti e preme il grilletto pensando che sia scarica. Il colpo però parte e ferisce Marco. Il proiettile gli si conficca sotto la parte destra del braccio e penetra il suo corpo fino alla schiena restando dentro e provocandogli una emorragia interna oltre che un rigonfiamento, chiamato ogiva, che indica la presenza del proiettile.
Le Telefonate al 118
Le telefonate al 118 quella sera sono due. La prima la fa Federico, il fratello di Martina, che dice all'operatrice che Marco ha avuto un momento di panico, ha difficoltà a respirare ed è diventato bianco. Poi interviene la madre al telefono dicendo che l'ambulanza non serve e riaggancia. La seconda telefonata la fa Antonio Ciontoli. Stavolta dice che il ragazzo è caduto nella vasca e si è bucato il braccio con un pettine a punta. In sottofondo si sentono le urla strazianti di Marco ma il Ciontoli continuerà a dire che era preso dall'ansia, omettendo del tutto la vicenda della pistola e del colpo di proiettile.
Il Proiettile
Arriva l'auto medica, poi arriva l'ambulanza. Finalmente viene fuori la verità. Marco è stato colpito da un proiettile. È Antonio Ciontoli a dirlo all'infermiera dell'ambulanza, chiedendole riservatezza per paura che si possa sapere in giro. L'infermiera si arrabbia, avrebbero dovuto dirlo subito. Da codice verde si passa al codice rosso. Il protocollo cambia. Il ragazzo viene portato al PIT di Ladispoli d'urgenza. Ma ormai, tra le telefonate, le bugie e le attese, è passato troppo tempo. L'emorragia interna si è diffusa. Per Marco non c'è più niente da fare.
L'Interrogatorio
La famiglia Ciontoli passa la nottata nel Commissariato di Civitavecchia. Vengono interrogati Antonio Ciontoli, sua moglie Maria Pezzillo, i due figli Martina e Federico e la fidanzata di Federico. Tutte le loro testimonianze verranno poi smentite, riviste, cambieranno le versioni molte volte da lì in poi. Ma quella sera la tensione è palpabile. I familiari in sala d'attesa si confrontano rispetto a come hanno risposto alle domande degli agenti. Sembra che su certe cose si mettano d'accordo. Qualcosa sicuramente non torna. Come ad esempio la posizione dei familiari nella casa al momento dello sparo. Inizialmente sembra che nel bagno ci fosse solo Marco e poi fosse entrato il padre, poi invece anche la fidanzata Martina dice di trovarsi lì, poi fa un passo indietro, dice che non c'era e non ha visto. Nessuno dice di aver visto. Anche se nelle registrazioni delle telecamere nella sala d'attesa, Martina fa una ricostruzione dettagliata di quello che è successo, proprio come se avesse assistito.
Il Processo e le Condanne
La vicenda giudiziaria è complessa. La prima sentenza condanna Antonio Ciontoli a 14 anni per omicidio volontario e gli altri a 3 anni per omicidio colposo. L'omicidio è volontario non tanto per quanto riguarda l'atto dello sparo, ma piuttosto per la volontà di ritardare i soccorsi pur sapendo che così facendo si sarebbe arrivati alla morte di Marco. In questo, secondo i giudici, sta il dolo dell'azione di Ciontoli.
La seconda sentenza riconosce invece l'ingenuità dell'uomo e in generale di tutta la famiglia. Non c'è più il dolo perché subentra la mancata consapevolezza che il colpo sia veramente partito. Per questo motivo l'accusa da omicidio volontario si trasforma in omicidio colposo e la pena viene ridotta a soli 5 anni per Ciontoli. Quest'ultimo dice di non sapere come si usa un'arma, di non saper vedere se ci sono i colpi dentro, di essere totalmente lontano dalla conoscenza delle armi da fuoco. Peccato che lui sia un militare, abbia lavorato per una cellula dei servizi segreti e che possieda legalmente delle armi di servizio. Anche il figlio sapeva usare le armi. Infatti dichiara che, dopo il colpo esploso dal padre in bagno, ha preso le pistole, le ha messe in sicurezza e le ha riposte sotto il materasso.
Questa sentenza scatena l'indignazione della famiglia Vannini e dell'opinione pubblica. La Cassazione ordina un nuovo processo. Nel processo di Appello bis Ciontoli viene condannato a 14 anni per omicidio volontario. Martina, la mamma e il fratello a 9 anni e 4 mesi.
Martina Ciontoli Ottiene il Permesso di Lavoro Esterno
Sarebbe una detenuta modello Martina Ciontoli. L'ex fidanzata di Marco Vannini, morto nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2015, condannata a 9 anni e 4 mesi per concorso in omicidio, dopo aver scontato un terzo della pena, è uscita dal carcere per andare a lavorare. Martina durante la detenzione si è laureata con il massimo dei voti in Scienze infermieristiche. Oggi, quasi 30enne, ha ottenuto il permesso di lasciare il carcere per di Rebibbia per lavorare all'esterno, al bar della Scuola superiore per l'Educazione penale “Piersanti Mattarella” gestita dal ministero della Giustizia. Marco, ucciso a 20 anni da un colpo di pistola esploso dal suocero, Antonio Ciontoli mentre era nella villetta di famiglia a Ladispoli.
Marina Vannini, mamma di Marco che da sempre si batte per sapere la verità sulla morte del figlio, ha commentato così la notizia: “Da quello che leggo e da come dice il suo avvocato, Martina è diventata una detenuta modello, stimata da tutti: mi auguro che le sia tornata anche una coscienza e che racconti la verità su quello che è successo quella sera in quella casa, perché quello che hanno detto non è la verità”.
Quella sera c'erano tutti in casa Ciontoli: il padre Antonio, la madre Maria Pezzillo, Martina e il fratello Federico. Un intervento tempestivo avrebbe potuto salvare Marco, ma le omissioni e le bugie ritardarono i soccorsi. Marina Vannini ha fatto una precisazione rispetto alla condanna dei familiari: “Non si tratta di concorso anomalo di omicidio, ma la Cassazione ha confermato il concorso pieno” perché insieme ai familiari Martina ha avuto una condotta reticente.
Jean Paul Marat: Un Rivoluzionario di Origine Sarda
Il 13 luglio 2013 ricorre il 220° anniversario della morte di Jean Paul Marat, uno dei protagonisti della Rivoluzione francese. Ecco come ne ricorda la figura il volume “Ieri 1993”, pubblicato dalla Nuova ERI: «Nato a Boudry, nella contea di Neuchâtel, il 14 maggio 1743, Marat proveniva da una modesta famiglia di origine sarda. Bisogna però aggiungere che per altri studiosi non è mai esistito un mistero-Marat.
Ecco cosa scrive Sulliotti: « Gian Paolo Marat riceveva, nascendo, una bizzarra eredità del sangue. Suo padre si chiamava Mara: era nato in un’isola aspra, chiusa, ferrigna, la Sardegna. Ed era stato, nei suoi anni giovani, monaco fervente ed ascetico in un’Abbazia. Poche notizie precise si hanno sulla sua vita e sui mestieri da lui esercitati; è certo soltanto che egli fu, in un dato momento, insegnante di lingua e decoratore di stoffe. Strappatosi alla tormentosa macerazione del chiostro, sposava in Svizzera una calvinista, Luisa Chabrol [Cabrol], e ne aveva sei figli: Gian Paolo fu il primo.
Non vi è dubbio che, nella formazione di Gian Paolo Marat, agirono i fermenti atavici. Gli isolani mediterranei che leggeranno questa nota non devono preoccuparsi del secco aut aut enunciato da Sulliotti (più che di un giudizio si tratta di un pregiudizio razzistico di evidente derivazione lombrosiana). La prima traduzione italiana dell’opera, che ha avuto diverse edizioni, è del 1955 presso le edizioni Dall’Oglio di Milano. Da essa citiamo: «Marat nacque nella piccola borghesia, primogenito di sei figli. Suo padre (che scriveva Mara il proprio cognome) era un sardo cattolico il quale più tardi si fece calvinista. Si racconta che fosse fuggito da un’abbazia della Sardegna, preferendo la libertà del mondo alle restrizioni della vita monastica e che infine fosse capitato nella Svizzera.
Là sposò Luisa Cabrol, calvinista di Ginevra, che rese madre di sei figli. Il primo fu Gian Paolo Mara che successivamente, per sembrare più francese, cambiò il proprio cognome in Marat. Egidio Pilia, nel volume “Gian Paolo Marat” (Cagliari, Edizioni Fondazione “Il Nuraghe”, 80 pagine, stampa 1925; ristampa anastatica col titolo “Jean Paul Marat: un rivoluzionario di origine cagliaritana”, presso G. Giuseppe Marongiu ha pubblicato un articolo intitolato “Era figlio di un ex-prete sardo Jean Paul Marat, tribuno della rivoluzione” sulla terza pagina del n. Emilio Mara, discendente di Jean Paul Marat, dimostra le origini sarde della famiglia del tribuno (sottolineando però che il cognome Mara risulta registrato solo a Guspini) ma, nell’intento di attribuire all’illustre antenato i tratti somatici e tutte le mitizzate caratteristiche fisiche (resistenza eccezionale) e anche psicologiche (potremmo dire, in una parola, la volgarizzata “balentìa” ) di una generalizzata “razza” sarda, finisce per citare a sostegno anche le affermazioni di Sulliotti.
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