I Consorzi di Bonifica vengono istituiti con la Legge della Regione Sicilia n. In particolare, il Consorzio n. 8 Ragusa, nasce dalla riunificazione di tre Consorzi già presenti ed operanti da decenni sul territorio della provincia iblea ed in parte di quella limitrofa aretusea (Consorzio di Bonifica delle Paludi di Ispica, Consorzio di Bonifica e Miglioramento Fondiario di Scicli ed il Consorzio di Bonifica della Valle dell'Acate).
Questo ha fatto sì che nel nuovo Consorzio 8 Ragusa siano confluite tutte le capacità, esperienze e professionalità maturate negli anni dagli operatori dei tre Consorzi di cui prima (Ispica, Scicli ed Acate).
La Storia del Bitume di Ragusa
Da secoli i Ragusani conoscono la petrapici, l’hanno estratta dalle miniere presenti nelle plaghe ragusane dei monti Iblei, sul tavoliere ragusano a corona della città che fu Contea normanna. La estraevano particolari operai pirriaturi, chiamati nello specifico picialuori (da pece, pici).
Furono gli Svizzeri che a partire dal 1833 cominciarono ad interessarsi della roccia asfaltico-calcarea (così si definisce questa particolare pietra), non più come materiale da costruzione, ma per il suo contenuto di asfalto che andava dal 7 al 10% e che poteva essere, con l’uso di speciali forni, estratto e adoperato per usi i più vari: nei manti stradali soprattutto.
Dalla data fatidica del 1839 iniziò la storia del bitume di Ragusa e in particolare di quello di contrada Tabuna alla periferia di Ragusa, sul vasto altopiano che all’epoca era un esteso pianoro interrotto dalla geometria dei muri a secco, che definivano le immense aree di pascolo montano, concesse in enfiteusi ad esperti allevatori.
Fu così che una città prettamente agricola conobbe una fiorente attività industriale già prima della scoperta del petrolio e del suo sfruttamento a partire dagli anni cinquanta [1]. Gli ultimi imprenditori che si occuparono della pietra pece di Ragusa, a partire dagli anni ’50 del Novecento, furono gli eredi della famiglia Ancione di Palermo.
Fu Antonino Ancione, il capostipite, a impiantare una fabbrica che ha dato occupazione a migliaia di operai ragusani, producendo asfalto stardal, mattonelle e calcare di risulta da cui si ricavava la calce.
Scrive S.: «Asfalto, petrolio, bitume: il combustibile fossile che impregna un corpo solido viene chiamato, in base al supporto fisico, bitume, sabbia bituminosa, scisto. Sono tutte rocce asfaltiche. L’altopiano ragusano è un tavolato di pietra posato al centro del Mediterraneo, ed è composto di “pietra viva”, il calcare tenero, e “pietra morta”, la roccia dura.
Quei trecento ettari di pietra calcarea impregnata d’asfalto, solo a Ragusa, prende il nome di petra pici […]. Nel Novecento l’asfalto ragusano viene venduto in tutto il mondo. Nel 1918 in Contrada Tabuna prende una concessione la A.B.Co.D. (Asfalti, bitumi, Combustibili fossili e derivati), che nel 1951 diventerà Asfalti, Bitumi, Cementi e derivati. In quegli anni si registrano i veri picchi produttivi.
«A questo punto gli ingegneri ragusani giocano uno scherzo a Benito Mussolini, che intanto aveva preso il potere. Seguendo il mito dell’autarchia che caratterizzava l’ideologia del Ventennio, dissero al duce, quando venne a visitare la fabbrica, che sotto tutto l’altopiano scorreva asfalto. Una bugia, e lo sapevano, ma il duce si fidò: sperava di poter raffinare la roccia bituminosa per ottenere benzina.
Una follia in termini economici, ma di elevato valore simbolico. Iniziò a sovvenzionare, e molto. La Seconda Guerra mondiale interrompe le attività estrattive, le cave restano vuote e quando si riaprono dopo la fine della guerra la ripresa economica è lenta e accompagnata da ripetute crisi. Nel 1949 gli operai scioperano e occupano la fabbrica per tre mesi.
Fino a quando non si giunge ad un accordo tra la Regione Siciliana e un’azienda con sede a Roma, la Calce e Cementi Segni. Inizia l’epoca del cemento, con il primo sacco di pozzolanico prodotto nel ’51: è la terza vita di Contrada Tabuna. Con i suoi cinque altoforni, ricorda Distefano, «il sito torna ad avere duemila impiegati, con l’indotto tremila, finché - ed è qui che comincia la quarta vita - un’azienda americana, la Gulf, non trova il petrolio».
«Cosa produceva l’A. Ancione SpA? Da dove arrivavano le materie prime? Quali sono stati i loro investimenti? Come hanno fatto a realizzare quella fortuna in una Sicilia che viaggiava con il carretto? La fabbrica Ancione aveva in sé quattro grandi aree produttive:
- le mattonelle di asfalto;
- l’asfalto stradale evolutosi dalla cosiddetta “massicciata” alla produzione di conglomerati bituminosi;
- il mastice, ovvero l’antenato nobile delle guaine impermeabilizzanti;
- la calce idrata, idraulica e il pregiatissimo grassello di calce a varie stagionature.
Il Progetto "Bitume-Industrial Platform of Arts" e la Street Art
A questo punto sul luogo abbandonato, dove la memoria rischiava di deperire con la ruggine e il telo della dimenticanza, ecco irrompere la forza creatrice e sovvertitrice dell’arte, e precisamente di quella che comunemente si chiama Street Art. Nel 2019 si concludeva un particolarissimo progetto avviato nel 2015 da Vincenzo Casone e Antonio Sortino che prendeva il nome di FestiWall, in cui furono impegnati decine di artisti che hanno ricoperto delle loro opere a vernice i muri di alcuni quartieri periferici di Ragusa [3].
Ne è nato un mosaico di opere d’arte di artisti provenienti da ogni parte del mondo, specializzati in questa particolarissima arte che affida al tempo (nel senso anche fisico) le loro opere a cielo aperto. Ne è nato un raffinato catalogo curato dalla Fondazione Federico II e da Vincenzo Cascone, animatore appassionato del progetto.
Il libro presenta contributi di alto profilo. Che qui elenchiamo nell’ordine in cui sono riportati nel volume: G. Galvagno, Bitume, per una certa qualità d’animo; P. Pellegrino, Prefazione; V. Cascone, Bitume o della sedimentazione; M. Steiner, Cuore di pece; S. Distefano, Breve storia delle imprese di Tabuna; R. Cirrincione, R. Punturo, R. Ruggieri, La “pietra pece” analisi e progetti di tutela; C. Galasso, Forme creative di rigenerazione mnestica del territorio.
L’opera a questo punto è un catalogo dei lavori messi sul campo da parte degli artisti partecipanti al progetto, che meritano rispetto innanzitutto per il “coraggio” dimostrato e insieme un elogio per la qualità morale delle loro opere (un tempo si sarebbe detto “impegno civile”). Le foto sono di S. Scagliarini, M. Bocchieri, P. Sabatino, V.
Il volume dunque si può considerare un inno al lavoro umano che si fa forma d’arte, un’arte che si fonda sul fare, sul produrre, sul trasformare e insieme definitivamente conservare. Giustamente C. «Bitume è memoria di un luogo, la fabbrica Antonino Ancione di Ragusa, e la sua permanenza nella contemporaneità.
Una considerazione che si sviluppa a partire da due preliminari chiavi di lettura: il riconoscimento del sito come luogo di memoria cristallizzato e l’importanza del dimenticare come attività foriera di energia creativa. Questi due livelli interpretativi si incontrano nell’esperienza di Bitume, progetto site-specific di arte urbana nato proprio sulle tracce del complesso industriale.
Particolare interesse è rivolto alla volontà rigeneratrice dell’operazione artistica che ha lavorato sul giacimento di memorie per fornirne una rinnovata interpretazione alla comunità.
Un ragionamento finale è dedicato all’avvenire dell’esperienza e alle sue future declinazioni che possono aggregarsi sotto forma di un archivio diffuso, manifestazione concreta di sostenibilità mnestica. Ecco la parola chiave di tutto, che sembra ovvia, ma tale non è, allorché si fa condivisione e fruizione, la memoria, che presentifica il passato e avvia il futuro.
Solo così l’archeologia industriale si può fare “opera d’arte”, solo quando le sue “forme” si fanno logos e smobilitano il caos del degrado cui sono destinate certe strutture nate per sfruttare e a volte deturpare il territorio.
Ci chiediamo come si farà con certe (tante) aree industriali quando esse saranno dismesse perché inutili? La risposta la fornisce, a suo modo, il progetto “Bitume-Industrial Platform of Arts”, come i tanti progetti messi in campo da energie “rivoluzionarie” che sanno che solo l’impegno e la passione civile, la forza del connettere e sconnettere e riconnettere, possono salvarci dalle fauci e dall’alito mortifero del “drago”.
La passione civile che porta a riconoscere che nelle forme, nelle cose, nelle idee, negli spazi della memoria, e nella memoria degli spazi, c’è sempre il sacrificio di tanti esseri umani che di quelle “cose”, di quelle forme sono i reali padroni, i magistri.
«Quando nel 2013 l’ultima sirena è risuonata nella Fabbrica Antonino Ascione alle porte di Ragusa, i lavoratori hanno lasciato l’enorme complesso e da allora tutto è rimasto immobile. Il presente mostra un luogo fermo nel tempo, negli spogliatoi ci sono ancora gli armadietti aperti con tute ed elmetti, , gli uffici sono pieni di documenti e i calendari appesi sono fermi ad un interminabile giugno.
I grandi spazi industriali appaiono sonoramente svuotati, il rumore assordante della produzione ha ceduto il passo al silenzio unito all’odore persistente di asfalto. Lingue immobili di bitume fuoriescono dai macchinari, testimoni silenti di un ricco passato operoso. La polvere copre con pazienza le costruzioni e la ruggine continua senza sosta la sua attività di corrosione.
Cromaticamente, il nero asfaltico viene avvolto dal chiarore del suolo e dall’arancione ossidativo del metallo. Nell’area produttiva di contrada Tabona, ponteggi, impalcature e nastri trasportatori sono bloccati, i silos vuoti grandeggiano, come vedette in attesa.
Quel fermo immagine che viene fuori dalla chiusura della fabbrica Ancione nel 2013, con l’ultima sirena che annunciava il silenzio, è circondato, anzi produce un’infinità di movimenti mnestici, un addensarsi di sensazioni in chi osserva, che basta poco a far scaturire nell’osservatore interesse e conoscenza.
E allora, mi chiedo e chiedo agli autori, ma non sarebbe il caso di produrre un volume più accessibile al pubblico, in modo da trasmettere a tutti un messaggio che mi sembra fondamentale in questa epoca di smemoratezza e di appiattimento dei valori?
Dialoghi Mediterranei, n. [1] Cfr. V. Cassì, A. [3] Cfr. M. C. Modica Cultura visuale urbana tra spazio e narrazioni.
Luigi Lombardo, già direttore della Biblioteca comunale di Buccheri (SR), ha insegnato nella Facoltà di Scienze della Formazione presso l’Università di Catania. Nel 1971 ha collaborato alla nascita della Casa Museo, dove, dopo la morte di A. Uccello, ha organizzato diverse mostre etnografiche. Alterna la ricerca storico-archivistica a quella etno-antropologica con particolare riferimento alle tradizioni popolari dell’area iblea. È autore di diverse pubblicazioni. Le sue ultime ricerche sono orientate verso lo studio delle culture alimentari mediterranee. Per i tipi Le Fate di recente ha pubblicato L’impresa della neve in Sicilia. Tra lusso e consumo di massa (2019); Taula matri. La cucina nelle terre di Verga (2020); Processo a Cassandra (2021); Taula matri.
Controversie Recenti
Un fiume di soldi pubblici utilizzati con criteri che ci sembrano - ad esser generosi - molto discutibili e vanno approfonditi. Ci auguriamo vorrà verificare quanto da noi raccontato anche il Presidente Renato Schifani, come ha già fatto ad Agrigento capitale della cultura 2025 dopo motivate polemiche.
Il consigliere comunale ragusano di opposizione Gaetano Mauro ha presentato un esposto sulla vicenda dell’ingegner Poidomani e la sua nomina a Iblea Acque. Vi ricordiamo che Poidomani, un ex-dirigente in quiescenza, potrebbe per legge ricoprire quel ruolo solo per un anno e a titolo gratuito.
Lo ricopre invece da quasi tre anni, percependo 95mila euro l’anno, e non avendo superato un concorso pubblico aperto, ma essendo nominato discrezionalmente, in barba alle raccomandazioni dell’ANAC sulla trasparenza dei pubblici uffici.
Incredibilmente gli stessi soci dapprima (settembre 2024) inviano una diffida a Poidomani con la richiesta di restituzione della cifra fino a quel momento percepita, e poco dopo (novembre 2024), rimandano ogni decisione al termine dei tre anni di nomina.
Poidomani non solo non ha restituito un centesimo ed ha rivendicato in un’intervista la necessità di essere pagato per il suo ruolo (ma la legge è un optional? Ci chiediamo come si possa sostenere ciò, quando è esplicitamente previsto per i dirigenti in quiescenza ricoprire quel ruolo solo a titolo GRATUITO), ma ha a sua volta indetto concorsi per assunzioni nell’ente che dirige nonostante i tanti dubbi e un parere legale molto severo.
E questi concorsi sono banditi con metodi a dir poco inusuali, a dir tanto surreali. Solo che non siamo in un’opera di Ionesco o in un film di Bunuel: siamo a Ragusa (Sicilia, Italia) e stiamo parlando di soldi nostri e vostri, cioè di chi scrive e di chi legge, soldi pubblici.
Poidomani nell’estate del 2023 vuole assumere quattro funzionari, due dei quali diverranno dirigenti ad interim. Il concorso presenta anomalie, e molti sindaci dei 12 comuni che formano l’Ente si dicono all’oscuro della procedura.
Poidomani però procede, e in una nuova intervista dichiara candidamente “Ho rispettato la legge, mi serve uno staff competente, è quasi una scelta fiduciaria”. Rimane il problema principale: in Italia per dare uno stipendio pubblico a qualcuno si devon seguire norme di legge, non la “fiducia” di un dirigente, per di più a sua volta nominato con procedura assai discutibile.
Fra i criteri di selezione compare addirittura quale titolo utile la laurea in ingegneria idraulica, che non esiste più da tanti anni, ed è lecito chiedersi - fra le altre mille cose - con quale criterio si preveda un titolo di fatto estinto.
I quattro assunti iniziano a lavorare, ma il “Comitato sul controllo analogo”, annulla il concorso. Tutti a casa e tutto da rifare? Macché: i quattro assunti lavorano e prendono uno stipendio pubblico, di concorso se ne fa un altro, ma sempre in modo anomalo dunque viene stoppato.
Ad oggi in Italia, ci sono quattro professionisti che lavorano da anni per un ente che non ha legittimato la loro assunzione, frutto di un concorso indetto da un dirigente cui lo stesso ente ha richiesto indietro (invano!) due anni di stipendio percepiti. Siamo oltre il surreale, a veder bene.
Una ordinanza della cassazione (n° 89 del 3/1/2023) precisa peraltro che anche le società “in house” come la Iblea Acque possono assumere solo tramite concorso.
Gaetano Mauro ci dice: “A fronte di tante interrogazioni e denunce, nonché persino di un parere legale richiesto dallo stesso sindaco di Ragusa Cassì, né i sindaci né i deputati locali hanno detto nulla. Anzi, c’è silenzio e omertà: mi chiedo perché? Ci sono interessi che coinvolgono tutti? Questa brutta storia è frutto di un accordo di sistema? Niente interrogazioni parlamentari né niente: si salva solo il sindaco di Acate, cui riconosco grande coraggio ed onestà intellettuale. Sono soldi pubblici e non possiamo gestirli con queste modalità, è uno scandalo”.
Seguiremo ancora le vicende della Iblea Acque, che non sono le sole ad esser agitate, in provincia di Ragusa.
Le mosse del Direttore Generale del “Libero Consorzio Comunale di Ragusa” Nitto Rosso - la cui assunzione ricordiamo è stata portata a termine anch’essa in deroga alle regole dello stesso Ente, con un concorso bandito nel periodo natalizio (quelli in piena estate, questi a Natale… ma perché? Vorranno cogliere tutti di sorpresa?) e NON pubblicato in Gazzetta Ufficiale come prevedono le regole e raccomanda l’ANAC- erano probabilmente rimaste nellìombra.
Dopo la nostra inchiesta però l’on. Nello Di Pasquale ha richiesto l’accesso agli atti e il PD ha espresso sconcerto in un comunicato. “Ho scoperto della cosa leggendovi -ci dice Di Pasquale- e voglio vederci chiaro perché con i soldi dei ragusani e coi diritti di chi legittimamente aspira a partecipare ai concorsi mettendosi a disposizione, non si scherza”.
Fra le cose che più stupiscono Di Pasquale c’è “La fretta incredibile con la quale vengono indetti concorsi e prove d’esame, quasi si facesse una corsa contro il tempo. Vi siete chiesti perché?”.
Mettiamo insieme i fatti, su cui torneremo ancora: la commissaria Valenti (il cui mandato scade il 28 febbraio prossimo) decide che serve un Direttore Generale, benché esistano dirigenti preposti alla gestione delle Risorse Umane, e rimanda decisioni importanti a dopo l’assunzione del DG.
Indice quindi un bando derogando sia le regole di pubblicizzazione dello stesso, sia i criteri di ammissione, per i quali viene stranamente richiesta un’esperienza che pare tagliata su misura per il CV di Rosso: partecipano solo in due, vince Rosso, assunto a 140mila euro l’anno.
Gli vengono assegnate numerose deleghe: cultura, turismo, gestione giuridica Risorse Umane, Gare e contratti, Gestione acquisti. Di fatto Rosso diventa un plenipotenziario, potentissimo.
Dunque assegna fondi e indice bandi di ogni genere, che vi mostreremo nel dettaglio in un video sui nostri canali online. Poi Rosso evidenzia alla Valenti la necessità di assumere una figura apicale di dirigente a tempo indeterminato.
Lì succede una cosa incredibile: quel bando è l’unico - da quando Rosso siede sulla poltrona di DG - che non viene indetto direttamente dal DG Rosso, ma dal segretario generale Bella. Rosso in compenso partecipa insieme ad altri 7, tutti e 7 “non ammessi” al contrario di lui.
La legge prevede venti giorni per programmare le prove d’esame -che Rosso svolgerà in beata solitudine- ma le stesse vengono indette prima: il 17, 18 e 19 febbraio prossimi. Infine la ciliegina: secondo organi di stampa, Nitto Rosso era stato nominato segretario provinciale di Azione, e la legge impone di NON nominare nella dirigenza pubblica chiunque nei due anni precedenti abbia avuto un ruolo in qualunque partito politico.
TAG: #Idraulica
