Il passo del San Gottardo, pulsante di vita durante la breve estate, rappresentò fin dall'inizio del Duecento una fonte importante di guadagni per gli uomini della Svizzera primitiva, in particolare gli Urani. Inizialmente, essi operavano come someggiatori, occupandosi del trasporto di merci e riscuotendo dazi e pedaggi, come la tassa di trasporto chiamata "forletto" in Leventina e la tassa di magazzinaggio e custodia denominata "Susten". L'intenso passaggio di persone e merci favorì anche un commercio spirituale, consentendo ai montanari di ampliare i propri orizzonti attraverso la conoscenza di altre culture e paesi.

Il passo agevolava anche il trasporto del bestiame alpino verso i mercati di Bellinzona, Lugano, Varese e altre città lombarde, dove la razza bruna dei bovini era molto apprezzata. Questo portò i Paesi forestali a intensificare l'allevamento del bestiame, trascurando l'agricoltura e importando grano dal Mezzogiorno. Poiché la pastorizia richiedeva meno manodopera rispetto all'agricoltura, la prole contadina disoccupata veniva esportata come mercenari verso le Signorie italiane e i loro eserciti di ventura, costituendo il terzo guadagno del passo.

Queste circostanze economiche, unite alla mancanza di industrie nella Svizzera rurale e all'eccesso di popolazione, favorirono lo sviluppo del servizio mercenario. Gli Svizzeri, recandosi nel Mezzogiorno come someggiatori, mercanti di bovini, mercenari o pellegrini, ebbero modo di fare confronti, rendendosi conto della maggiore fertilità delle terre della Brianza e della Pianura padana rispetto alla loro terra rocciosa.

L'Età Comunale e le Rivolte nel Ticino

Durante l'età comunale, dopo la vittoria dei Milanesi contro il Barbarossa a Legnano, le terre a sud del San Gottardo furono influenzate da un desiderio di libertà. A Torre di Blenio, nel 1182, gli abitanti di Blenio e Leventina firmarono un patto solenne contro la tirannide dei balivi imperiali e per la reciproca assistenza. Nel secolo successivo, manifestazioni di libertà e democrazia terriera si ripeterono nelle valli del Ticino, culminando nella rivolta di Airolo e nel giuramento di Biasca (1290-1292). Tuttavia, la rivolta leventinese fu soffocata e le Valli caddero sotto la Signoria dei Visconti, entrando a far parte del Ducato di Milano.

Già nel Trecento, gli Urani compirono incursioni in Leventina, saccheggiando e incendiando villaggi. I Leventinesi, che intrattenevano rapporti economici con gli Urani, conobbero in quelle occasioni la violenza guerriera dei vicini. Non sorprende quindi che, all'inizio del Quattrocento, si rivolgessero agli Urani per protezione.

Nel 1403, contingenti di tutti i Cantoni, ad eccezione di Berna, fecero un colpo di mano sulla Val d'Ossola, ma la conquista fu di breve durata. Nel 1422, il Duca Filippo Maria Visconti inviò un esercito comandato dal conte di Carmagnola contro gli "usurpatori" della fortezza ducale. La sanguinosa battaglia di Arbedo (1422) fu disastrosa per gli Svizzeri, che dovettero ritirarsi nelle loro terre d'origine.

La disfatta d'Arbedo segnò una battuta d'arresto nella politica verso sud. Tuttavia, gli Urani non rimasero a lungo nei loro villaggi. Di più, gli Svizzeri scoprono che il Duca di Milano ha parteggiato con Carlo il Temerario e lo ha aiutato durante la guerra di Borgogna.

L'Assedio di Bellinzona e la Battaglia di Giornico

Sul finire del 1478, l'esercito svizzero, reduce dalle vittorie contro il Duca di Borgogna, passò le Alpi e assediò Bellinzona. Dopo aver fatto scorrerie da una parte e dall'altra del Ceneri, gli Svizzeri si ritirarono oltre il San Gottardo, preoccupati dall'inverno imminente e dal rischio di isolamento. In Leventina, i capi confederati lasciarono un presidio di poche centinaia di uomini, agli ordini del lucernese Frischhans Theiling.

Poco prima di Natale, l'esercito ducale avanzò da Milano e si fermò a Bellinzona per le festività. Il 28 dicembre, tra Bodio e Giornico, avvenne lo scontro tra i ducali e il presidio svizzero, rinforzato dai volontari leventinesi comandati da Francesco Stanga. I Milanesi furono respinti e subirono pesanti perdite. Il fatto d'arme di Giornico definì per sempre le sorti della Leventina, con il Ducato che riconobbe agli Urani la proprietà della valle e si impegnò a pagare un'indennità di guerra.

Ora, la sicurezza militare della Lega era garantita anche nel centro delle Alpi, Uri dominava sui due versanti. Non molti anni più tardi, la valle di Blenio veniva ugualmente occupata da truppe dei cantoni primitivi. Gli Svizzeri erano oramai giunti stabilmente alle porte di Bellinzona.

La Discesa di Carlo VIII e il Servizio Mercenario

Gli Svizzeri non erano i soli a guardare cupidamente al “giardini dell’impero”. Dopo aver pacificato il paese e consolidato l'unità nazionale, il re di Francia si preparava a discendere nella Penisola. La Penisola aveva vissuto in modo agitato e drammatico i primi cinquant’anni del Quattrocento, dilaniata sopra tutto dalle guerre fra le tre potenze del nord: Firenze, Milano, Venezia. A Milano c’era Lodovico il Moro. Quando, nel 1476, il Duca suo fratello era stato assassinato nella Chiesa di Santo Stefano, il figlio del morto aveva raccolto l’eredità ducale; ma si trattava di un fanciullo di sette anni, Gian Galeazzo, incapace di regnare e quindi sotto la tutela della madre e del ministro Cicco Simonetta. Lodovico, zio del giovane Duca, cominciò allora la scaltra opera intesa a soppiantare l’erede legittimo del Ducato: ne allontanò la madre, fece cadere in disgrazia e decapitare il Simonetta, divenne tutore di Gian Galeazzo e, quindi, signore e despota del Milanese.

S’è accennato alle migliaia di mercenari svizzeri. La corsa al servizio mercenario veniva poi incoraggiata dagli agenti e arruolatori dei Re stranieri, che distribuivano denaro e “pensioni”, cioè regali in monete d’oro e d’argento, e che aizzavano di continuo la cupidigia. Incitato da Massimiliano, anche il Moro si diede a cercare mercenari.

Fuori e dentro Novara stavano dunque soldati svizzeri: assedianti e assediati. La Dieta, informata della situazione, mandò esortazioni, ordini di ritornare in patria, di evitare la lotta fratricida.

Bellinzona e l'Atto di Dedizione Volontaria

Al momento di Novara, tuttavia, sentendosi senza più protezione ed esposta anzi a rappresaglie nel caso che i Francesi fossero tornati, essa richiese l’aiuto degli Svizzeri e stipulò con i Tre Cantoni primitivi il cosiddetto atto di “dedizione volontaria”; con esso, si affidava a Uri, Svitto e Unterwalden - che allora diedero il loro nome ai castelli - come a protettori e alleati; per ricordo durevole del nuovo destino della Turrita, i Tre Cantoni fecero coniare un grosso d’argento nella zecca di Bellinzona, con data del 1505 e il motto orgoglioso attribuito a Bellinzonesi e Confederati: “In libertate sumus”.

La Carta Geologica del San Gottardo e il Traforo Ferroviario

Fu solo nel 1865, con la necessità impellente di dover intensificare lo scambio delle merci attraverso la continuità delle linee ferroviarie oltralpe, che nacque la Commissione voluta da Jacini (Ministro del Lavori Pubblici) per discutere della possibilità di un valico attraverso le Alpi Elvetiche che collegasse l'Italia ai Paesi centrali d'Europa. Per motivi economici, politici e commerciali fu decisa, dopo lunghe discussioni, la realizzazione del Traforo del San Gottardo.

Nel 1869 la Svizzera, l'Italia e la Germania sottoscrissero un accordo per finanziare l'impresa. La Memoria scritta da Felice Giordano racchiude "un succinto studio geologico della catena centrale alpina del San Gottardo che deve essere attraversata dalla nuova ferrovia progettata per quel valico fra l’Italia e la Svizzera". Lo scopo dello studio era determinare con una certa approssimazione sia la natura ed estensione delle varie rocce che dovevano essere forate nel punto tra Airolo e Goeschenen sia "quale ne fosse il miglior tracciato, e se vi fosse o no convenienza a variare la direzione che negli studii preliminari sinora eseguiti".

Sulla durezza delle rocce, nell’ultimo paragrafo, asserisce che "Della durezza che le rocce attraversate dalla galleria presenteranno alla perforazione, già si potè concepire una prima idea dalla stessa descrizione che ne venne fatta. Le meno temibili fra queste rocce sono.il granito e gran parte degli gneiss scistosi del versante settentrionale, mentre invece sono assai dure e resistenti alcune zone del versante meridionale. Giudicando per ora dall’aspetto e composizione delle rocce stesse, si può dire che le medesime saranno in media più dure che nel traforo del Cenisio.

Nel 1872 l'opera fu appaltata all'impresa dell'ingegnere svizzero Louis Favre, con un'offerta di 48 milioni e la promessa di terminare i lavori entro otto anni. Tuttavia già nel 1875 la Compagnia del Gottardo, che aveva già superato del 50 per cento le spese, si trovò in una grave crisi finanziaria. Favre morì prima che l'opera fosse finita. I lavori terminarono con oltre un anno di ritardo, decine di operai morti e un superamento dei costi di parecchi milioni.

In un’era dominata dalla velocità e caratterizzata da un fortissimo aumento del traffico merci e passeggeri, questa tratta costituita da salite, curve, vertiginosi viadotti e ingegnose gallerie elicoidali ha però fatto il suo tempo.

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