Settimana scorsa ho chiamato l’idraulico: la lavastoviglie perdeva acqua. Ha smontato alcuni pezzi, ne ha cambiato uno. Poi ha aspettato di verificare che tutto funzionasse.
Vi state chiedendo se sono diventata poverissima? Ma no! Associazioni, scuole, gruppi di amici. Talvolta fondazioni, fiere e assessorati.
Mi chiama una nota associazione a cui fanno riferimento facoltose/i personaggi: “No, sa noi non retribuiamo mai i nostri ospiti” mi dice una signora che immagino inanellata, quasi schifata di dovere menzionare il vile denaro. “Ma noi signora con il denaro ci paghiamo i ns corsi nelle scuole”. La signora non ha risposte valide, è indispettita.
Le istituzioni comunali provinciali regionali ribadiscono spesso di non avere denaro: capisco. Peccato che una città che non poteva permettersi di retribuire una bravissima scrittrice mia conoscente, avesse appena investito 150 milioni di euro in una opera architettonica sicuramente glamour ma di cui non si sentiva il bisogno. Trattasi spesso di atteggiamento mentale.
Vado al cinema e il biglietto costa 7 euro: e perchè non posso dare lo stesso valore a chi mi intrattiene con capacità e preparazione per 3 ore? Perchè non chiedere a chi viene ad una serata, di contribuire con 3/5 euro? “Sa dottoressa, se facciamo pagare il biglietto, non viene nessuno”. Oppure si richiede a chi magari già si prodiga in mille attività di volontariato, di “fare un piccolo sacrificio” e di andare dalla tale associazione gratis.
E destiniamo gli interventi gratuiti solo a chi ne ha realmente bisogno. Ora vado, scusate. C’è il tecnico tv di là che ha finito il suo lavoro. E’ qui dalle h 14, ora la tv funziona.
Ma arriviamo alla sostanza del problema: che fare? Anzitutto, avverte l’autore, cosa non fare o pensare. Nel capitolo quarto ci si sbarazza in modo definitivo della convinzione, ancora assai diffusa tra politici, giornalisti e cittadini, che il grimaldello per abbattere l’evasione sia nel contrasto di interessi, che si potrebbe creare dando la possibilità, negli scambi di beni e servizi soggetti a Iva, di detrarre quanto speso, in tutto o in parte, dal reddito imponibile delle imposte dirette.
Il lettore è invitato a prendere carta e penna e seguire con calma gli esempi numerici proposti, impegnativi ma chiari, che dimostrano l’infondatezza di questa tesi. Blitz della finanza, limiti all’uso del contante, studi di settore - altri strumenti proposti o messi in atto per limitare l’evasione - sono passati in rassegna e valutati nei loro pro e contro (ma con più forte sottolineatura di questi ultimi).
A proposito della disincentivazione all’uso del contante, pur ritenuta non inopportuna, si osserva che conta maggiormente la possibilità di conservare traccia delle operazioni effettuate negli scambi. Si discutono poi anche altri luoghi comuni sull’evasione. Molti ritengono che le imprese, soprattutto se piccole, siano «costrette» a evadere per restare sul mercato; altri sostengono che il fisco sia troppo oppressivo per adempimenti e livello delle aliquote.
Nel capitolo quinto si passa alle proposte di riforma. L’attenzione è concentrata sull’Iva, l’imposta sugli scambi di beni e servizi, che insieme all’Irpef produce la maggior parte del gettito (più del 60% delle entrate tributarie): un’imposta a carico di chi compra, ma la cui evasione è causa anche di quella delle imposte sui redditi di chi vende.
Mettere sotto controllo l’Iva, utilizzando in modo più coordinato e stringente i concetti di tracciabilità e di ritenute alla fonte effettuate da terzi, è l’idea-forza di Visco. L’Iva è un’imposta sul consumo di beni e servizi, concepita per essere a carico del consumatore: chi vende non dovrebbe avere alcun interesse a non emettere fatture regolari e a evadere.
Se si accetta di pagare in nero l’idraulico, ai fini dell’Iva, il principale «colpevole» è il cliente, anche se è vero che l’idraulico fa la proposta per occultare ricavi che influirebbero sulle sue imposte sui redditi. L’Iva è un’imposta plurifase: è cioè riscossa a rate, nelle diverse fasi del ciclo produttivo che va dalla produzione al consumo finale, in proporzione al valore aggiunto prodotto in ciascuna di esse.
In ogni fase l’impresa che vende paga allo Stato la differenza tra l’Iva riscossa dai suoi clienti e l’Iva pagata per gli acquisti. L’idea originaria, introdotta all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, era che in tal modo vi fosse un interesse a richiedere fatture regolari per potere vantare il diritto a detrarre l’Iva pagata a monte.
Come ben documenta il libro, questo incentivo si è rivelato debole ed eludibile. Sono stati messi in atto molti stratagemmi di evasione (mancata fatturazione lungo l’intera filiera, creazione di fatture false per aumentare le detrazioni, caroselli fiscali sull’estero, fino alla spudorata riscossione dell’Iva dal consumatore e il suo mancato versamento del gettito allo Stato).
In anni recenti, soluzioni a questi comportamenti sono state avviate, molte di esse proposte dallo stesso Visco, anche se non sempre attuate in modo completo ed efficace. L’idea di fondo del libro è che la soluzione dell’evasione dell’Iva e, a cascata, poi, delle imposte sui redditi richieda un nuovo assetto legislativo, amministrativo e tecnologico.
Cruciale è la messa in atto di provvedimenti, quali ad esempio lo scontrino telematico, l’obbligo di pagamento con carta elettronica e, più in generale, una più completa trasmissione telematica delle informazioni relative alle fatture e altre informazioni rilevanti per l’accertamento.
La tecnologia esiste - sostiene Visco - e non vi sono ragioni per non applicarla, anche in tempi relativamente brevi. Ma c’è di più. Una volta realizzato un corretto assetto della trasmissione telematica, il meccanismo a stadi della riscossione dell’Iva potrebbe essere utilizzato per incorporarvi un sistema di ritenute alla fonte relative alle imposte sui redditi degli operatori implicati nelle varie fasi del processo produttivo.
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