Santa Maria al Bagno, un piccolo villaggio sulla costa salentina del Mar Ionio, offre spiagge che si alternano in punti rocciosi e distese di sabbia. È un luogo fantastico dove trascorrere le vacanze in Salento, non solo durante i periodi estivi, ma anche nelle stagioni primaverili e autunnali.
In passato, Santa Maria al Bagno era conosciuta con il nome di Sancta Maria De Balneo o Sancta Maria ad Balneum, e era abitata già nei tempi più remoti, ovvero in epoca preistorica. Successivamente, vi fu l'insediamento dei messapi e dei romani. Con la conquista romana, fu realizzato il porto di “Emporium Nauna” e vennero costruiti edifici termali con vasche per i bagni.
A causa delle incursioni dei pirati e dei Saraceni, il piccolo borgo fu abbandonato piano piano, così come gli impianti termali.
La Pesca del Corallo: Un'Antica Tradizione
Questo particolare tipo di pesca era praticato con le feluche o tartane coralline, a cui era applicato un “ingegno” a forma di “Croce di Sant’Andrea” armato con ami con cui a forza di braccia si strappavano i rametti dal fondale. La pesca era organizzata in modo del tutto particolare, poiché occorreva una grossa somma per armare una feluca o tartana, dai 300 ai 500 ducati.
Nel Seicento e Settecento, dopo l’esaurimento dei banchi corallini in Campania, i capi-squadra e i pescatori si erano trasferiti in Sardegna, in Corsica e poi anche nelle coste africane, dove da agosto ad ottobre organizzavano le campagne di pesca, coadiuvati anche dai pescatori di Resina, Capri e Procida. La pesca era molto faticosa e pericolosa perché spesso le imbarcazioni erano assalite dai corsari turchi e barbareschi.
Ma i torresi erano tutelati dal “Pio Monte di felluche et barche, marinai e pescatori della Torre del Greco”, creato nel 1615 nella chiesa di Santa Maria delle Grazie il cui statuto fu firmato da 27 contraenti, gli armatori più importanti, secondo la testimonianza del notaio. Il Monte sopperiva alle continue difficoltà, pagando una quota per i defunti, la dote delle figlie e il riscatto per i marinai catturati dai corsari (50 ducati).
Nel 1724 fu aggiunto un “Monte delli schiavi per sussidio delli riscatti delli cattivi” (prigionieri) e nel 1728 furono aggiunti degli specifici capitoli sulla pesca del corallo, una pesca pericolosa per le continue catture dei marinai da parte dei corsari barbareschi lungo le coste africane.
Nel 1727, durante l’epoca austriaca, si contavano 125 padroni con altrettante feluche e 1000 marinai “corallari”.
All’arrivo di Carlo di Borbone (1734) il regno, ritrovata la sua indipendenza, venne riorganizzato capillarmente in ambito commerciale. Nel 1742 fu promulgato un “Regolamento” per la navigazione dei bastimenti mercantili, implementati a partire dal 1751 con vari “Capitoli e leggi per Navigazione e mercatura”.
Dalla seconda metà del Settecento si sviluppò un vivace dibattito sulla riorganizzazione del sistema economico regnicolo promosso da Antonio Genovesi. L’economista, tra le varie questioni, trattò anche quella della pesca dei torresi, auspicandone un rilancio, visto che il guadagno di 200 mila ducati annui percepito in passato appariva diminuito.
Nel 1765 si contavano solo 42 feluche mentre i debiti erano saliti a 10.600 ducati. Il ministro osservava che il sistema di vendita dei coralli agli ebrei a Livorno dava luogo ad un forte indebitamento dei padroni delle feluche.
Tali idee vennero riprese da John Acton, nominato ministro della marina nel 1779, che aveva redatto un piano per lo sviluppo di tutto il comparto marittimo: in quel periodo la pesca era praticata in Barberia, ma la Francia aveva fatto rimostranze perché controllava il territorio con la Compagnie Royal d’Afrique creata nel 1741.
Da Torre del Greco ogni anno partivano 300-400 feluche, ciascuna con 7 marinai a bordo: poiché in Mediterraneo vi era un’endemica guerra di corsa, le feluche coralline erano scortate da “feluche da corsa” munite di regolare patente, che dovevano proteggere le imbarcazioni. I padroni delle feluche pagavano 8 ducati per le feluche dirette a Tunisi e 12 per quelle dirette ad Algeri.
Lo stesso anno Acton approvava la fondazione della “Real Compagnia del Corallo” che doveva vigilare sulla vendita del pescato, una importante voce del commercio da cui si ricavava circa mezzo milione di ducati, ribadendo la necessità di vendere il prodotto in regno e creare delle manifatture. La Compagnia aveva l’obbligo di creare a Torre del Greco una fabbrica per la lavorazione del corallo chiamando persone esperte.
Durante il Decennio Francese (1806-1815) vi fu una ulteriore ripresa dell’attività, anche perché i monili di corallo erano diventati di moda nella corte imperiale.
Comunque, il mestiere della lavorazione del corallo si era ormai diffuso, tanto che nella statistica murattiana del 1811 a Napoli si contavano 28 corallari. Le manifatture torresi erano diventate di pregio per cui quando furono presentate alle esposizioni nazionali promosse dal governo per incrementare le attività industriali ottennero per tre anni di seguito la medaglia d’argento.
Dopo la Restaurazione (1815) la situazione non migliorò: nel 1816 vi fu una terribile strage di pescatori a Bona, ma i corallari continuarono a pescare nelle acque africane. Dopo lo scoppio della peste a Bona e Tunisi, nel 1817, il Supremo Magistrato di Sanità proibì la pesca in Africa, consentita solo in Sardegna e nelle isole ionie.
Dopo la promulgazione delle leggi per l’incremento della marina mercantile (decreti del 1816, 1823 e 1835), il numero delle feluche coralline aumentò (da 105 nel 1824 a 229 nel 1837). Nel 1833 su 2158 imbarcazioni del distretto di Napoli erano registrate 450 imbarcazioni, utilizzate per il corallo, la pesca e il commercio.
La presenza dei torresi era preponderante sulle coste della Barberia: nel 1839 si contavano 78 imbarcazioni napoletane, con 824 marinai, 25 toscane con 254 marinai e 15 sarde con 130 marinai.
Malgrado le restrizioni i torresi avevano continuato a pescare con successo nei mari di Algeria: nel 1853 si contavano 125 imbarcazioni di cui 116 torresi con 1346 marinai e 1 di Portici con 16 marinai.
Anche le manifatture ebbero un notevole incremento, sia a Napoli che a Torre del Greco. L’industria dei coralli di Torre del Greco, dove nel 1838 si contavano otto laboratori, era controllata da un gruppo di mercanti all’ingrosso e di un nutrito numero di armatori proprietari di barche che cercavano di implementare questo lucroso settore.
La Lavorazione del Corallo
La lavorazione del corallo seguiva diverse fasi, ciascuna con una terminologia specifica:
- Scelta del corallo grezzo: Il materiale grezzo pescato veniva lavato e diviso secondo dimensione, forma e colore.
- Taglio: Incisione del pezzo con una lima di acciaio e successiva recisione con una grossa tenaglia.
- Crivellatura: Divisione del corallo tagliato in gruppi e selezione per colore attraverso crivelli con fori di diverse misure.
- Foratura: Creazione di fori per infilare il corallo in collane o per fissarlo su perni.
- Spianatura: Sgrossatura del corallo infilato su una mola di pietra arenaria.
- Arrotatura o arrotondatura: Modellatura del corallo con una mola e rifinitura con una lima di acciaio.
- Lucidatura (Lustrata): Utilizzo di sacchetti di tela o barili con acqua saponata e polvere di pomice per lucidare il corallo.
Venivano creati diversi tipi di elementi in corallo, tra cui frange, spezzati, rocchielli, cupolini, cannettine, chiattelle, olivette, corpetti, corpi e pallini tondi.
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L'Agriturismo Corallo, situato nella tranquilla campagna vicino a Santa Maria la Palma, è un luogo ideale per raggiungere le più belle spiagge nei dintorni di Alghero. La struttura è bella e ben tenuta, con gestori simpatici e attenti ai clienti.
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