L'Ottocento è il secolo che ha visto compiersi il passaggio definitivo dell’ingegneria da arte a professione: gli ingegneri, dopo Napoleone e l'istituzione della sua Ècole Polytechnique, devono fare i conti con la nuova condizione di dipendenti pubblici, con la gerarchia dei gradi, il sistema dei concorsi, le carriere amministrative.
La loro formazione da qui in avanti sarà vagliata dallo stato che ne vuole verificare le capacità oltre che definirne il corso di studi: un riconoscimento ufficiale che varrà tanto per le carriere amministrative quanto per la libera professione.
Nel secolo della borghesia, la figura dell'ingegnere, legata a competenze comprovate e non a privilegi di nascita, talenti "naturali" o apprendistato con maestri tutti differenti trova il suo pieno riconoscimento sociale in ambito professionale privato ma anche pubblico.
Domenico Turazza: Un Eclettico Ingegnere Ottocentesco
Domenico Turazza (Malcesine, 30 luglio 1813 - Padova, 12 gennaio 1892), di cui l’Accademia galileiana di scienze, lettere e arti di Padova ha di recente celebrato il bicentenario della nascita, incarna come pochi la nuova figura di ingegnere ottocentesco, ma si pone al contempo come erede dell’eclettismo tipico dello scienziato rinascimentale.
I più famosi ingegneri a lui contemporanei come Pietro Paleocapa o Alberto Cavalletto, solo per citare i più noti, pur essendo come lui di vasta cultura si limitarono infatti principalmente alla loro professione privata e all’impegno politico; Turazza, invece, spaziò fra l'ambito accademico, le materie teorico-applicative e l'amore per la letteratura.
Laureatosi in Scienze matematiche a Padova nel 1835, due anni dopo, quando già insegnava come assistente ad Agraria, prese anche la laurea in filosofia e nel 1841 vinse quindi la cattedra di geometria descrittiva all’università di Pavia.
L’anno seguente, in quel 1842 che vedeva le discipline matematiche separarsi dallo studio filosofico per costituirsi in facoltà autonoma, divenne professore ordinario di geodesia e idrometria all’università di Padova.
Convinto patriota, sostenne sempre la necessità dell'indipendenza dal regno degli Asburgo e quando fu il momento seppe assumere, nonostante fosse di temperamento mite, responsabilità anche importanti.
Nel ’48 fu, infatti, tra le persone incaricate dal Municipio di organizzare la Guardia civica cittadina, di cui fu capo di stato maggiore, poi capobattaglione, quindi vicecomandante.
Il suo impegno politico ebbe chiaramente ripercussioni con la restaurazione, sia da parte dell'Austria che, paradossalmente, dei patrioti, un campo tutt'altro che unanime.
Radetzky lo rimosse infatti dalla carica di Decano della facoltà, ma ciò nonostante all’annessione del Veneto al Regno d’Italia nel ’66 venne tacciato di “non aver serbata intatta la fede in migliori destini per la Patria” (A. Favaro: Della vita e delle opere del senatore Domenico Turazza).
L’accusa gli costò la rinuncia - spontanea - alla cattedra che riottenne l’anno successivo, quando però questa venne sdoppiata, separando l’Idrometria dalla Geodesia.
La sua fama, nel campo, era grande: aveva visto la luce già nel 1845 la prima edizione del suo Trattato d’idrometria ad uso degli ingegneri noto anche come Trattato d’idraulica pratica, un'opera che, rivista nel 1867 e nel 1880, sarebbe stata un punto di riferimento della disciplina per tutta la seconda metà del secolo.
Nella prefazione l’autore - matematico, filosofo, ma prima ancora ingegnere - dichiarava programmaticamente di aver voluto “stendere un’opera pegli ingegneri, non un’opera di matematica, una idrometria sperimentale applicabile, non un’idrometria razionale, forse inapplicabile”.
Non fu solo uno scienziato teorico, o un umanista nel senso ampio del termine che si applicò, tra il resto, anche allo studio delle lingue, fra cui anche il sanscrito, ma, insieme, un vero e proprio ingegnere fattivo.
Morì un solo anno dopo, a 79 anni, nel gennaio del 1892.
Gaetano Giorgini e Luigi Pacinotti: Figure Chiave a Pisa
La città di Pisa ha sempre avuto un particolare interesse alle problematiche di carattere idraulico, la cui importanza è stata esaltata dalle caratteristiche del suo territorio, che sorge in prossimità del mare, a quote molto basse ed è attraversato da un importante corso d'acqua, qual è l'Arno.
Gli studi più importanti, affrontati in modo sistematico sin dall'epoca della Repubblica Pisana, sono quelli legati alla soluzione di importanti problemi territoriali, quali le esondazioni e la navigabilità dell'Arno, lo smaltimento delle acque pluviali e reflue, il deflusso delle acque di bonifica, l'approvvigionamento idrico e la necessità di avere un accesso diretto al mare.
Ma le ricerche di carattere idraulico iniziano a trovare una certa sistematicità a partire dalla prima metà dell'Ottocento, quando presso la Facoltà di Scienze, accanto agli insegnamenti propedeutici di matematica e di fisica, venivano impartiti corsi pratici per ingegneri, fra i quali figurava quello di architettura civile e idraulica; a conclusione degli studi venivano rilasciate lauree di ingegnere civile e di architetto.
Fra gli studiosi delle discipline idrauliche dell'Ottocento meritano di essere ricordati Gaetano Giorgini (1795-1874), esperto ingegnere idraulico e matematico, ex allievo del Politecnico di Parigi e direttore del famoso Gabinetto di fisica sperimentale di Pisa, fondato nel 1748 dal noto medico fiorentino Carlo Guadagni, e Luigi Pacinotti (1807-1891), che a soli 24 anni otteneva, presso il suddetto Gabinetto, la cattedra di "Physica technologica et mechanica experimentis comprobanda", istituita dallo stesso Giorgini.
Luigi Pacinotti fu autore dell'interessante volume Esperienze e principi d'idraulica pratica, edito a Pisa nel 1851, nel quale venivano trattati molti argomenti tipici dell'idraulica applicata, fra i quali l'idrostatica, l'equilibrio dei corpi galleggianti, il moto nelle condotte in pressione e nei canali a pelo libero e le macchine idrauliche.
Di tali libri, circa 360 sono di discipline idrauliche e rivestono molta importanza per la comprensione dello sviluppo storico delle suddette discipline, sia dal punto di vista teorico che da quello tecnico-applicativo.
Gli argomenti trattati sono molti e vanno dall'idrodinamica classica, all'idraulica sperimentale e applicata al moto nelle condotte in pressione e nelle correnti a pelo libero, alle costruzioni idrauliche e marittime, con applicazioni a importanti problemi pratici e con indicazioni progettuali sulle opere di bonifica, di fognatura urbana, di drenaggio, di sistemazioni fluviali e torrentizie, sui canali navigabili, sui porti, sui materiali impiegati.
Agostino Masetti: Un Protagonista a Mantova tra Cambiamenti Politici
Agostino Masetti (1757-1833) si inserisce nella lunga tradizione di studi idraulici che a Mantova ha visto gli interventi di famosi architetti come Gabriele Bertazzolo all'eopoca dei Gonzaga, ma viussuto in tempi più recenti ci consente di ripercorrere per suo tramite tutti i cambiamenti che ebbero luogo a Mantova nell’amministrazione delle acque, come pure l’evoluzione nella formazione degli ingegneri architetti, durante il vecchio regime, il periodo napoleonico e poi la Restaurazione.
Allievo di Giuseppe Mari, Masetti fu Prefetto alle acque del Mantovano durante la dominazione austriaca, poi consultore idraulico, ingegnere in capo del Dipartimento del Mincio durante la Repubblica Cisalpina e la Repubblica Italiana, ispettore generale di acque e strade durante il Regno d'Italia.
Continuò la sua carriera anche durante la Restaurazione, ricoprendo il ruolo di Direttore generale delle pubbliche costruzioni in Lombardia.
L'Amministrazione delle Acque in Epoca Napoleonica
La conquista dell’Italia da parte di Napoleone e la costituzione di un nuovo Stato comporta l’unificazione e la riorganizzazione dei corpi tecnici preposti alle acque, che in precedenza operavano presso i vari stati dell’antico regime.
Nel 1798 viene creata a Milano una commissione di cinque Idrostatici (tra i quali la figura più eminente è quella del bergamasco Antonio Tadini), con il compito di riordinare il sistema amministrativo delle acque pubbliche.
Il 20 aprile 1804 viene promulgata la legge che riforma l’amministrazione delle acque. Presso ogni dipartimento viene creato un Magistrato d’acque, composto da cinque a nove membri, assistiti da un consultore idraulico.
Ogni Magistrato si raccorda con il governo centrale, rappresentato da due Idraulici nazionali che hanno il compito di ispettori e sovrintendenti ai lavori idraulici.
Dopo la costituzione del Regno d’Italia, nel 1805 viene creato il Dipartimento Ponti, Argini e Strade, alla cui direzione è posto Giovanni Paradisi.
Da due secoli il “grande Geometra” - ossia il teorico fisico-matematico - è chiamato ad esercitare il ruolo di Sovrintendente alle Acque di piccoli stati, avendo ai suoi ordini l’ingegnere-architetto d’acque.
Le ultime figure dell’antico regime che esercitano queste funzioni sono Giambattista Venturi, presso il Ducato di Modena e Reggio, e Teodoro Bonati, nella Legazione di Ferrara dello Stato pontificio.
Con la nascita del Corpo napoleonico di Acque e Strade cambiano i legami tra il mondo della scienza e l’amministrazione delle acque.
Il modello ora è quello francese, nato nella seconda metà del Settecento con la costituzione del Corp des Ponts et Chaussées.
L’Amministrazione di Acque e Strade fa capo a una Direzione generale istituita a Milano, capitale del Regno.
Essa comprende degli ispettori generali e un Corpo d’ingegneri operanti nei vari Dipartimenti.
Sono inoltre istituiti i Magistrati dipartimentali di Acque e Strade, alle dipendenze dei Prefetti.
Il Corpo ha inizialmente 114 membri, poi aumentati a 214 con l’annessione del Veneto.
Al Corpo degli ingegneri compete la progettazione e la direzione di tutti i lavori per i quali è previsto un concorso finanziario pubblico, l’ispezione dei comuni per i lavori stradali di loro competenza e la vigilanza sui consorzi idraulici.
Il Corpo ha un’organizzazione gerarchica di stampo quasi militare.
Vengono emanate disposizioni per unificare il sistema delle misure, per livellare fiumi e canali, per operare secondo criteri tecnici unificati.
Le Sfide Idrauliche e le Risposte degli Ingegneri
Nella seconda metà del XIX secolo l’Italia fu colpita da una tremenda sequenza di alluvioni e frane che ferì, innanzitutto, il simbolo della nazione, appena unificata.
L’alluvione romana del 1870 fu il castigo di Dio. E per cinque lunghi anni ci si interrogò se, per mettere in sicurezza la capitale, si dovessero costruire dei muraglioni o deviare il Tevere, come sosteneva con veemenza il generale Garibaldi.
Due anni dopo, le rovinose alluvioni del 1872, primaverile e autunnale, misero in ginocchio la Media e Bassa pianura padana.
La gravità degli eventi, le emozioni e le polemiche forzarono l’agenda governativa sulla sicurezza idraulica, generando la Commissione presieduta dell’ingegnere Francesco Brioschi del Politecnico di Milano.
Sette anni di lavoro produssero un monumentale studio sul regime idraulico del Po, un prodotto scientifico e tecnico eccezionale e avanzato per i tempi, poi imitato nel resto del mondo.
Dopo le catastrofi alluvionali del 1966 e del 1968, la Commissione De Marchi mise a punto in tre anni un enorme studio di indirizzo per dare vita a un programma trentennale di mitigazione del rischio alluvionale e di frana.
De Marchi del Politecnico di Milano e il suo vice, Giulio Supino dell’Università di Bologna, erano ingegneri idraulici, ma la Relazione indicava la necessità di integrare gli studi idrologici e idraulici con quelli geologici e geomorfologici.
Soltanto 19 anni dopo, una legge del 1989 inquadrava in un disegno organico l’intervento pubblico per la difesa del suolo.
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