Molti si chiederanno chi fosse mai Felice Ippolito. Nome quasi certamente sconosciuto a molti italiani forse più usi a ricordare quello di qualche calciatore. Felice Ippolito era una figura di spicco nella scienza e nella vita politica italiana. Fu un considerevole organizzatore dell’attività scientifica nazionale.

Nasce a Napoli il 16 novembre 1915 da Girolamo, ingegnere e professore di costruzioni idrauliche all'Università di Napoli, e da Angelica Giuliani. Allievo del liceo Umberto I, dove ebbe come professore di storia e filosofia N. Abbagnano, l'Ippolito avrebbe voluto intraprendere gli studi storici, ma fu indotto dall'ambiente familiare a seguire le orme del padre e del nonno iscrivendosi alla facoltà di ingegneria.

Dopo la laurea, conseguita nel 1938 con la specializzazione in geologia, prestò il servizio militare nel genio aeronautico prima a Bari e poi a Napoli e quindi, dopo l'ingresso in guerra dell'Italia, in Libia, dove fu impegnato nella costruzione di acquedotti per l'approvvigionamento delle truppe. Rientrato a casa nel 1941, lavora al Centro di ricerche geominerarie (IRI) per la prospezione di carbone fossile nelle Alpi Apuane (1942-43), con la guida del vulcanologo svizzero Alfred Rittmann. Ritmann lo ebbe “affidato” dal padre di Felice, uomo di grande sapere, amico di B. Croce, per farne “na persona seria!”. Ma non dovette fare nessuno sforzo, il giovane Ippolito si tuffò nello studio della vulcanologia…

Felice Ippolito è stato il protagonista e uno dei principali fautori delle ricerche nucleari in Italia. Cominciò a indirizzare i suoi studi verso l'energia nucleare quando questo settore muoveva i primi passi per iniziativa del Centro informazioni studi ed esperienze (CISE), promosso nel 1946 a Milano da alcuni grandi gruppi privati quali Edison, Cogne e FIAT. Nel 1946 alcuni gruppi industriali privati avevano costituito a Milano il Centro informazioni studi ed esperienze (CISE), diretto dal fisico Giuseppe Bolla, con il compito di valutare le potenzialità dell'uso pacifico dell'energia nucleare. Fu E. Amaldi a presentare l'Ippolito a G. Bolla.

Presentato da Edoardo Amaldi, Ippolito ottiene dal CISE l'incarico per sviluppare tale progetto e, nello stesso tempo, svolge il corso di geologia dell'uranio al Politecnico di Milano. Convinto che, come in Francia, anche in Italia fosse indispensabile l'intervento dello Stato, Ippolito si rivolge a Francesco Giordani, autorevole elettrochimico nella Scuola di ingegneria di Napoli, pregandolo di illustrare il progetto a Pietro Campilli, ministro dell'industria e del commercio. Il contatto fu positivo e portò alla costituzione nel 1952 del Comitato nazionale ricerche nucleari (CNRN): ne facevano parte Giordani (presidente), ruolo poi assunto dall'ing. Basilio Focaccia, i fisici Edoardo Amaldi e Bruno Ferretti, allievi di Enrico Fermi, l'ing.

Il CNRN "rappresentò un esempio, insolito e nuovo per l'Italia, di gestione estremamente dinamica dell'attività di ricerca" (Paoloni, 1992): nonostante i rapporti poco chiari con il CNR, i modesti finanziamenti e la rivalità di altri enti del settore, il CNRN di Ippolito realizzò in breve tempo l'elettrosincrotone di Frascati e i centri di ricerca di Ispra (Varese) e della Casaccia (Roma). Alla radice degli attriti e delle rivalità dei vari organismi che a diverso titolo operavano nel settore vi era "un'evidente incompatibilità tra le due anime del nucleare italiano […] quella pubblica, fortemente statalista, impersonata da Giordani e dal giovane segretario del Comitato F. Ippolito; e quella privatistica, che faceva capo alla Edison di G. Valerio e di V. De Biasi, sospettosa e insofferente di un intervento pubblico che potesse restringere i margini di manovra delle società elettriche nel campo della nuova energia atomica e ridurne così l'influenza, economica e politica, complessiva".

Con l'aggiornamento delle norme sull'impiego pacifico dell'energia nucleare (1960) il CNRN fu sostituito dal Comitato nazionale per l'energia nucleare (CNEN): la presidenza fu assunta da Emilio Colombo, ministro dell'industria, e Ippolito fu confermato alla segreteria generale, con funzioni esecutive. Sotto la spinta dell'Ippolito il CNEN perseguì l'ambizioso progetto di raggiungere la diversificazione energetica attraverso la realizzazione di centrali nucleari a brevetto italiano. Si deve in particolare alla sua iniziativa la realizzazione della prima centrale elettronucleare italiana, quella del Garigliano, finanziata con un prestito della Banca mondiale.

A metà degli anni Sessanta, con l'entrata in funzione della centrale di Trino Vercellese e di quella di Latina, voluta dall'Ente nazionale idrocarburi (ENI) di E. Mattei, l'Italia si collocava tra i Paesi più avanzati nel settore nucleare. L'iniziativa dello Stato nel settore nucleare apriva concrete prospettive di porre fine al predominio delle "baronie" elettriche private e si saldava con il tentativo, portato avanti da Mattei, di liberare l'Italia dalla dipendenza delle compagnie che detenevano il monopolio a livello internazionale, le cosiddette "sette sorelle", anche nel campo del petrolio.

Nel 1963 la stella di Felice Ippolito inizia a spegnersi; durante l'estate Giuseppe Saragat, ministro degli esteri del governo Moro, mette in dubbio la validità economica delle tre centrali nucleari e l'on. Luigi Preti giudica azzardato il piano quinquennale del CNEN. Possibili mandanti della campagna di delegittimazione di Ippolito furono l'industria privata nazionale, estromessa dal settore idroelettrico con la creazione dell'ENEL (1962), quella del petrolio e forse anche il nucleare americano. Gli attacchi ad Ippolito erano iniziati nell’agosto del 1963 con una campagna di stampa orchestrata dall’allora segretario dei PSDI, G. Saragat. "..era evidente che, con la sua liquidazione, si colpiva in modo gravissimo il tentativo di dar vita un vero progetto nucleare italiano".

Il 31 agosto 1963 Ippolito viene sospeso dalla carica di segretario generale del CNEN e, nel 1964, è travolto da una inchiesta giudiziaria per presunte irregolarità amministrative e condannato a undici anni di carcere, poi ridotti a cinque in appello. All'inizio di settembre la procura generale della Repubblica di Roma avviò il procedimento penale e il 3 marzo 1964 dispose l'arresto dell'Ippolito e il suo rinvio a giudizio con ben otto capi d'imputazione che contemplavano, tra gli altri, i reati di falso in atti pubblici, peculato, interesse privato e abuso in atti di ufficio. Il processo ebbe inizio l'11 giugno e si concluse il 29 ottobre con la condanna dell'Ippolito a undici anni e quattro mesi di reclusione, pena che sarà ridotta in appello, con sentenza del 4 febbr. 1966, a cinque anni e tre mesi.

La vicenda giudiziaria dell'Ippolito e il conseguente drastico ridimensionamento del programma nucleare lasciarono uno strascico di polemiche e di sospetti su "una cospirazione ispirata da interessi petroliferi o una rivalsa delle baronie elettriche che avevano subito la nazionalizzazione. Di fatto con la morte di Mattei e la sconfessione dell'operato di Ippolito venivano meno due personalità che avevano operato in senso innovativo per l'indipendenza energetica del paese".

Spinto dalla stima e dal sostegno di molti accademici ed esponenti politici, Ippolito torna in attività, dapprima come direttore di Le Scienze (1968-1995), edizione italiana di Scientific American, benemerita in ambito geologico per la divulgazione della nuova tettonica globale. Confortato dalla stima e dall'appoggio di molti esponenti politici e scienziati (sessantacinque su settanta fisici cattedratici italiani erano intervenuti in suo favore durante il processo), l'Ippolito riprese l'attività professionale, assumendo, nell'ottobre 1968, la direzione della rivista Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, che mantenne fino al dicembre 1995.

Il 1° novembre 1970 riprende l'insegnamento come ordinario di geologia all'Università Federico II di Napoli e, poco dopo, torna a interessarsi di energia e ambiente, anche attraverso l'edizione di nuove riviste. Ippolito insegnò all’università di Napoli come ordinario di Geologia Applicata (1948) e poi di Geologia (dal 1950). Fu professore ordinario alla seconda cattedra di Geologia della Facoltà di Scienze dell'Università di Roma (1978).

Nel 1978 si trasferisce da Napoli all'Università di Roma La Sapienza, sulla cattedra di geologia per Scienze naturali resa vacante dal passaggio del titolare all'Università di Ancona. Sollecitato da dirigenti del Partito comunista italiano, Ippolito è eletto per due legislature al Parlamento europeo (1979-1989); partecipa attivamente alle attività parlamentari e assiste "con amarezza e irritazione al progressivo affermarsi in Europa di orientamenti contrari all'impiego dell'energia nucleare" (Sircana, 2004). Fu membro del Parlamento europeo dal 1979 al 1989, prima come indipendente nelle liste del partito comunista, poi per il partito repubblicano”.

L’ingegner Felice Ippolito venne a visitare la miniera di val Vedello poco prima dell’estate 1982. Era parlamentare europeo(1979-1989). L' Eni, era in quel periodo, un “mare procelloso”. Non dimentichiamoci che solo qualche lustro prima, gruppi di “esperti” avevano dichiarato che sul territorio italiano era impossibile trovare giacimenti uraniferi economicamente coltivabili.

E’ stato segretario generale del CNEN dal 1952 al 1963 e Presidente della Società Geologica Italiana nel 1955-56 e nel 1975-76. Dal 1968 è stato direttore della rivista “Le Scienze”, edizione italiana di “”Scientific American”. Fu vicepresidente della Commissione scientifica nazionale per l'Antartide e a lui è stato dedicato il Museo Nazionale dell'Antartide, diviso in tre sedi, del quale fu il primo presidente.

Felice Ippolito muore a Roma il 24 aprile 1997.

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