Dopo la fine della guerra di Successione spagnola e l'elezione del Ducato di Savoia a Regno di Sardegna, Vittorio Amedeo II incaricò l'architetto Antonio Bertola di progettare un nuovo stabilimento dell'Arsenale militare destinato alla produzione di armi da fuoco leggere e da taglio.

La Fondazione e la Localizzazione Strategica

La cosiddetta Fucina delle canne da fucile fu insediata in Valdocco, a circa un quarto di miglio a settentrione della città, in un sito che consentisse di utilizzare la forza dinamica dall'acqua derivata dalla Dora. Lo scavo stesso del canale del Martinetto fu motivato anche dalla costruzione di questo impianto.

Un Laboratorio della Zecca Adiacente

In un edificio adiacente alla Fucina delle canne trovò sede un laboratorio della Zecca di Torino dotato di una propria ruota idraulica.

L'opificio si trovava in aperta campagna e l'ala adibita a orto testimonia della continuità tra attività agricola e manifatturiera.

Sviluppo e Produzione

L'attività dello stabilimento iniziò nel 1715 e crebbe velocemente, accompagnata da continue innovazioni sui prodotti e sui processi produttivi. All’iniziale fabbricazione delle canne dei fucili, assemblate poi nell'Arsenale torinese, si aggiunse in seguito la produzione di armi bianche.

Verso la metà del secolo essa produceva in media oltre 30.000 pezzi l'anno e dava lavoro a parecchie centinaia di operai civili e militari, oltre che a un cospicuo numero di lavoranti a domicilio. Assorbendo anche la produzione di fabbricanti esterni di semilavorati, rappresentava un importante polo territoriale di sviluppo.

Situata lontano dall’abitato tra campi e prati, la fabbrica costituiva un'unità autosufficiente.

La Fucina delle canne da fucile allo stato di origine

Fucina delle canne da fucile allo stato di origine

L'Utilizzo dell'Energia Idraulica

Nella seconda metà del XVIII secolo all’interno della Fucina di Valdocco operò anche un laboratorio per il taglio e la produzione di polveri di marmo. Di competenza delle regie finanze, esso utilizzava la forza idraulica e lavorava sia per i cantieri regi, sia per gli altri. Dal 1791 fu concesso in enfiteusi perpetua all’arch. Giovanni Battista Ferroggio che lo gestiva già dal 1772.

La Commissione Pernigotti, nel 1844, censiva sette ruote idrauliche attive nello stabilimento. Se nel 1869 esso disponeva di 75 CV complessivi di potenza, in seguito fu dotato di motori idraulici più efficienti e a fine secolo poteva contare su ben 160 CV di forza motrice ottenuti dal canale del Martinetto. A questi si aggiungevano altri 105 CV generati da una turbina idraulica situata sul ramo destro del canale Ceronda e portati in loco attraverso un sistema telodimamico di trasmissione del moto.

Le macchine a vapore erano tenute di riserva e utilizzate principalmente in caso di mancanza d'acqua nei canali.

Potenza Idraulica della Fucina delle Canne da Fucile

Fonte Energetica Potenza (CV)
Canale del Martinetto 160
Turbina sul canale Ceronda 105
Macchine a vapore (riserva) N/A

L'Importanza nell'Industria Torinese

Nell’Ottocento la Fabbrica d'armi di Valdocco (così viene anche chiamata a partire da questo secolo) occupava una superficie di 5800 mq. Essa divenne una delle maggiori iniziative manifatturiere della città, che contribuì a forgiare quel mix di know-how e manodopera qualificata alla base del futuro successo dell'industria meccanica torinese.

I resoconti dell'Indagine Industriale 1858-1861 assegnano allo stabilimento il primo posto tra le manifatture metallurgiche cittadine.

Secondo il documento «Nella regione Valdocco esiste la fabbrica d'armi portatili, cioè: canne d'armi da fuoco, acciarini, baionette, sciabole corte. Vi sono 156 macchine d’ogni genere relativo, messe in moto da quattro ruote idrauliche e da un turbine della complessiva forza di 60 cavalli. Il ferro è lavorato in un forno a riverbero, e in 39 fucine ; vi si consumano 2,200 miriagrammi di legno e 64,000 miriagrammi di carbone di castagno. Vi sono addetti 586 operai, cioè 380 uomini e 206 allievi, tutti borghesi. In Torino lavorano oltre 100 borghesi. In altre provincie vi lavorano, per conto di questa manifattura, circa 250 operai. Il prodotto annuo supera le 18,000 armi da fuoco e le 15,000 armi bianche che sono tutte d’uso del Governo.

La Fabbrica d'armi ha raggiunto a fine Ottocento la massima espansione e la sua presenza condiziona il nuovo disegno della città. L'impianto occupa il quadrilatero formato dalle progettate vie Treviso, Caserta, Pistoia e Palmanova (oggi scomparsa).

Declino e Cessazione dell'Attività

Il nuovo secolo segnò il declino della Fabbrica d'armi di Valdocco, a cui non fu estranea la politica di rilocalizzazione dei grandi opifici governativi operata su scala nazionale. Nel 1902 essa cessò di esistere quale azienda autonoma, ma l'attività continuò sotto la Direzione dell'Arsenale delle Costruzioni di Artiglieria di Borgo Dora, seppure riducendo progressivamente produzione e occupazione.

Contrariamente a quanto talora si ritiene, lo stabilimento non fu acquisito dalla Società Anonima Ferriere Piemontesi, già Vandel, e solo 1937, in seguito a uno scambio di terreni effettuato con il Demanio militare, fu acquisito dalla Fiat Ferriere Piemontesi, che in questo modo poté completare l’espansione a sud, oltre i canali Meana e Martinetto.

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