Per spiegare la motivazione alla base del comportamento umano, Sigmund Freud propose il cosiddetto “modello idraulico”. Il principio idraulico si riferisce in psicanalisi alla teoria della libido, per la quale Freud fa uso di una terminologia vistosamente legata ai liquidi: si parla di deflusso, scarica, serbatoio, canalizzazione ecc.
La Teoria della Libido e il Modello Idraulico
Freud inizia a scrivere il Compendio di psicoanalisi, la sua ultima, impegnativa e sistematica, opera teorica, alla fine di luglio del 1938, secondo la data riportata all’inizio del manoscritto. Freud non avrebbe mai voluto lasciar e Vienna, dove aveva vissuto, nella sostanza, l’intera sua vita. Quando inizia a scrivere «questo breve scritto», destinato come egli stesso scrive nella Premessa, a « raccogliere le tesi della psicoanalisi nella forma più concisa possibile e nel modo più rigoroso, in un certo senso dogmatico», Freud è arrivato, da circa due mesi in Inghilterra, dopo essere riuscito ad avere il permesso di abbandonare con i familiari l’Austria ormai “nazificata”, grazie alla sua fama ormai internazionale e grazie all’intervento ai più alti livelli della diplomazia, soprattutto degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
Nel 1938 ha 82 anni, è debole e molto malato. Rispetto a tale sfondo drammatico e dolorosissimo di vita, tanto più assume rilievo, a mio avviso, la capacità di fermezza concettuale e di vigore sintetico che Freud deposita nel suo ultimo impegnativo lavoro teorico: il quale appare opporre, all’inesorabilità della morte e al disastro della finis Austriae che l’accompagna, il valore non transeunte dell’opera che lo studioso viennese è venuto elaborando e faticando per l’intera sua esistenza. Ed è proprio per tale pregnanza simbolica, oltre che per la trasparenza espressiva raggiunta in questo testo dall’ultimo Freud, che la lettura del Compendio può offrire l’occasione per un resumé complessivo della “metapsicologia” freudiana.
Per il lettore che già possiede una certa familiarità con i testi metapsicologici freudiani non è difficile evidenziare, brevemente, le trasformazioni più rilevanti che la teoria freudiana subisce nel passaggio dalla sua prima visione dell’apparato psichico alla seconda, in quel trascorrere appunto dalla prima alla seconda topica che si consuma agli inizi degli anni ’20.
Le Trasformazioni nella Teoria Freudiana
Il passaggio dal modello articolato secondo la distinzione «Inconscio-Preconscio-Conscio» all’articolazione in «Es-Io-Super-io» è scandito da un abbandono della prima tipologia delle pulsioni, per la quale le “pulsioni libidiche” si opponevano alle “pulsioni di autoconservazione dell’Io”, a favore di una dialettica, che, sottraendo ogni carica pulsionale originaria all’Io, vede ora unicamente nell’Es inconscio il deposito affettivo-emozionale della personalità, strutturato a sua volta secondo un antagonismo, profondamente diverso da quello precedente e che ora è quello tra Eros e Thànatos, tra “pulsioni di vita” e “pulsioni di morte”. In conseguenza di questa nuova filosofia pulsionale, l’inconscio non coincide più e non si esaurisce nel rimosso ma diviene il luogo dove originano il desiderio e le passioni, in quanto, radicato nel corpo, se ne fa rappresentante emozionale nella mente.
L'Importanza della Rappresentazione
Ciò che mi interessa è l‘inclinazione umana a comprendere i fenomeni, anche i più complessi, tramite la rappresentazione schematica, attraverso una generalizzazione che porti alla individuazione di principi organizzatori. La comprensione della realtà passa attraverso la rappresentazione, di cui lo schema, nel senso della rappresentazione grafica, è l‘essenza. In qualsiasi campo dello scibile il modo di procedere sarà necessariamente lo stesso: rintracciare costanti in un mondo (grazie al cielo) per molti versi prevedibile.
Ed è proprio per tale pregnanza simbolica, oltre che per la trasparenza espressiva raggiunta in questo testo dall’ultimo Freud, che la lettura del Compendio può offrire l’occasione per un resumé complessivo della “metapsicologia” freudiana. Laddove a mio avviso, anche e proprio rispetto ai vari tentativi di nobilitare il blasone teorico di Freud, ritrovando di volta in volta nel suo discorso segmenti e fonti che derivano da altre discipline, quali, appunto, in primo luogo la filosofia, ciò che va affermato e riconosciuto è il valore autonomo ed originale - ovviamente tenendo conto degli autori dei vari campi del sapere che ha frequentato in tutta la sua vita - della sua visione sistematica del nesso mente-corpo, quale complesso fisiologico, prima che patologico, di funzioni ed attività.
La Connessione Mente-Corpo
Per quanto concerne la biologia e la fisiologia del corpo umano Freud è rimasto fedele per tutta la sua vita a quella connessione strettissima tra scienza del vivente e scienza fisica della natura a cui, fin dai suoi primissimi anni di studio presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Vienna, era stato introdotto dal suo maestro E.W. Brücke, il quale con H. Helmholtz ed E. du Bois Reymond aveva dato vita a Berlino ad una famosa Physikalische Gesellschaft fondata su un programma riduzionistico dell’intera articolazione delle scienze alla fisica e su una netta contrapposizione alla filosofia romantica della natura, d’ispirazione invece vitalistica e teleologica.
Così per Freud la vita del corpo umano è connotata dall’insorgere ciclico di bisogni, che producono nell’organismo un aumento progressivo di tensione - cioè, in termini fisici, di «energia» e, in termini di trascrizione psichica, di sentimento di mancanza o di «dispiacere» - che tende necessariamente e meccanicamente verso la scarica, ossia verso lo svuotamento energetico e, con ciò, in termini di vita della mente, verso il sentimento di soddisfacimento e di piacere. Anche quando Freud, dopo la stesura incompleta del Progetto di una psicologia (1895), abbandonerà il tentativo di ricondurre tutto lo psichico nel biologico-fisico considerato da un punto di vista solo quantitativo, ossia alla neurofisiologia del cervello basata sui neuroni come unità costitutive e sulla dinamica di moto e di quiete di quantità di energia nervosa, pure non verrà mai meno nella sua visione la concezione biologica della pulsione come accumulo di energia che tende alla scarica e, dunque, al ritorno ad una condizione originaria di quiete e di assenza di tensione.
La pulsione ha un’origine somatica, nasce nel corpo e vive secondo una dimensione fisico-quantitativa: in quanto aumento o diminuizione, crescita o decrescità di «quantità» di energia. Ora l’originalità della teoria freudiana sta nel concepire il nesso tra corpo e mente, ossia tra ordine quantitativo e ordine qualitativo della vita, né secondo casualismo materialistico, secondo cui la vita della mente sarebbe tutta causata e riducibile alla vita del corpo, né secondo parallelismo. Bensì secondo una curiosa applicazione nel campo della biologia e della psicologia di una relazione, propria delle istituzioni e della filosofia politica, qual è quella di «rappresentanza».
Il concetto di rappresentazione (Vorstellung) mentale in Freud implica dunque tanto la presenza di fronte a sé dell’oggetto ideato del desiderio (vor-stellen) quanto la rappresentanza, attraverso delega assunta dall’affetto, della biologia del corpo nella vita della mente. Ed appunto tale connessione tra sentire e conoscere, tra quota di affetto e rappresentazione pensata, esclude per principio che per Freud l’essere umano sia un essere volto in primo luogo a vedere-conoscere e a relazionarsi in modo neutrale al mondo, ossia che costituisca la sua identità sulla contrapposizione soggetto-oggetto, o che, per dirla con M. Heidegger si rapporti primariamente alla realtà attraverso una rappresentazione che sia «semplice presenza» dell’oggetto di fronte al soggetto.
Rappresentazione di Cosa e Rappresentazione di Parola
Ma la teoria della rappresentazione e della vita dell’apparato psichico non si limita in Freud alla sola connessione tra rappresentante quantitativo e rappresentante ideativo-qualitativo. Essa si complica e si arricchisce dell’ulteriore distinzione tra «rappresentazione di cosa» (Sachvorstellung o Objektvorstellung) e «rappresentazione di parola» (Wortvorstellung): una coppia concettuale la cui presenza attraversa e accompagna l’intera opera freudiana. Tanto che, per avere qualche dilucidazione su di essa - così come, va aggiunto, per la dinamica quantitativo-economica dell’eccitazione corporea e la tendenza idraulica al suo svuotamento - è al Freud del periodo neurologico che dobbiamo rivolgerci.
Ricordando, a proposito dell’importanza di tale periodo nella vita di Freud e degli interessi ad essi connessi, che gli studi di Freud sul sistema nervoso sono durati ininterrottamente per vent’anni almeno dalla fine del 1876, quando entrò come allievo ricercatore nell’Istituto di Fisiologia dell’università di Vienna, diretto da E.W. E’ allo studio su L’interpretazione delle afasie del 1891 che dobbiamo infatti la teorizzazione più chiara ed analitica della distinzione/connessione tra rappresentazione di cosa (Sachvorstellung o Objektvorstellung) e rappresentazione di parola (Wortvorstellung).
In questa operetta, in cui Freud, confrontandosi con la letteratura internazionale più accreditata di neuropatologia sui disturbi del linguaggio, studia le connessioni possibili tra i diversi tipi di afasie e la struttura del cervello, argomenta che in una condizione non patologica del parlare quell’unità elementare del linguaggio che è la parola risulta sempre essere connessa a una rappresentazione di cosa. «La parola è […] una complessa rappresentazione […], alla parola corrisponde un intricato processo associativo in cui vengono a immettersi gli elementi già menzionati, di provenienza visiva, acustica e cinestetica.
Sia la Wortvorstellung che la Sachvorstellung risultano comporre ciascuna, oltre alla loro connessione reciproca, una struttura di relazioni specifica. La parola, da un punto di vista neuro-fisiologico, non è dunque una rappresentazione semplice bensì una «complessa rappresentazione che si presenta composta di elementi acustici, visivi, cinestetici». Di quattro elementi, rispettivamente due sensoriali e due motori. Ora, è facilmente comprensibile che, essendo rappresentazione di cosa e rappresentazione di parola non dei semplici ma dei composti, le varie patologie del linguaggio non possano che derivare dalla sconnessione dei loro rispettivi insiemi e, in particolare (con un rilievo teorico che avrà un grandissimo significato e che che rimarrà fondamentalmente immutato per l’intero svolgersi dell’opera freudiana) dallo “slegamento” di quello che al Freud de L’interpretazione delle afasie appare costituire il vincolo più funzionale ed importante e che è quello che connette tra loro i due ordini rappresentativi considerati - appunto rappresentazione di parola e rappresentazione di cosa - legando, in una funzione non patologica del linguaggio, rispettivamente, l’immagine acustica della prima e l’immagine visiva della seconda.
«La rappresentazione di parola, scrive Freud, è annodata alla rappresentazione d’oggetto a partire non da tutte le sue componenti ma solo dall’immagine acustica: tra le associazioni oggettuali sono quelle visive a rappresentare l’oggetto; così analogamente, l’immagine acustica rappresenta la parola». Infatti mentre nelle afasie di primo e di terzo ordine, secondo la classificazione che qui propone Freud, vengono meno solo associazioni tra i singoli elementi della parola o della cosa, che possono essere in qualche modo compensati con gli altri elementi dello stesso ordine, le afasie del secondo ordine o «afasie asimboliche» sono quelle «in cui è disturbata l’associazione fra la rappresentazione di parola e la rappresentazione di cosa, ossia dove ciò che viene meno è proprio la stessa funzione simbolica costitutiva del linguaggio.
Dove il significato più proprio di «simbolico» non è quello di un contenuto rappresentativo della mente che si riferisce in qualche modo ad un oggetto o a un contenuto del mondo esterno, bensì è quello che si riferisce alla relazione di diversi ambiti interiori dello psichismo. Inoltre è da sottolineare che per il Freud dell’Auffassung der Aphasien, allorché si dà la significazione simbolica, si mettono in relazione un insieme chiuso, qual è per lui la rappresentazione di parola, e un insieme aperto, qual è la rappresentazione di parola.
La Sachvorstellung, la rappresentazione di cosa, infatti per Freud, nella sua insorgenza mentalistica e intrapsichica, non desume forma ben delimitata e determinata del suo apparire dalla mimesi o dal riflesso di oggetti esterni o di presunte cose in sé. Essa è bensì un complesso interiore di sensazioni, di varia origine sensoriale come si diceva (visiva, acustica, tattile, etc.), il quale tanto più acquista confine e spessore di delimitazione quanto più replica nella medesima trama associativa immagini sensoriali, altrimenti capaci di associazioni nuove e illimitate.
La rappresentazione di cosa è perciò un insieme aperto, costituito da un confine potenzialmente sempre pronto ad aprirsi per altri percorsi associativi, mentre la rappresentazione di parola si struttura come un insieme ben chiuso dalla serie finita delle sue quattro immagini costitutive (immagine acustica, visiva, di lettura e di scrittura). «Dalla filosofia apprendiamo che la rappresentazione d’oggetto non comprende altro che questo [impressioni sensoriali] e che la parvenza di una ‘cosa’, delle cui diverse ‘proprietà’ parlano quelle impressioni sensoriali, insorge soltanto in quanto nel ventaglio delle impressioni sensoriali ottenute da un oggetto includiamo anche la possibilità di una lunga successione di nuove impressioni nella stessa catena associativa […].
Un oggetto esterno produce un multiversum d’impressioni sensibili che tendono a conchiudersi in un unicum e in una facies determinata attraverso, in primo luogo, la reiterazione delle impressioni sulle medesime catene associative e in secondo luogo, attraverso la determinazione e chiusura che produce la corrispondente rappresentazione di parola. La monografia freudiana sulle afasie si colloca, come ben sanno i lettori di questo testo freudiano, in un orizzonte teorico rigorosamente neuroanatomico. E’ estranea ancora a Freud l’economia e la dinamica delle pulsioni, che sarà invece di lì a breve, con l’apertura e la scoperta della psicoanalisi, a base della sua teoria della psiche. Al Freud neurologico interessa essenzialmente il nesso tra patologie del linguaggio e localizzazione/funzione dei centri cerebrali.
Rappresentazione di cosa e rappresentazione di parola non si stringono ancora, in un ordine triplice, con la natura e l’importo dell’affetto. Proviamo in tal senso a scorrere rapidamente l’intera produzione degli scritti di Freud per vedere quanto quella prima riflessione sul linguaggio ritorni fecondamente, diversamente contestualizzata ma inalterata nella sua struttura, a costituire uno snodo fondamentale nella teoria freudiana della soggettività. Nel Progetto Freud argomenta di una tripartizione dei neuroni cerebrali in neuroni φ, ψ, ed ω.
I neuroni φ corrisponderebbero alla funzione della percezione, perché non sarebbero modificati in modo permanente dal passaggio dell’eccitazione: “sono neuroni permeabili (cioè che non offrono resistenza e che non trattengono nulla)”. I neuroni ψ corrisponderebbero invece alla funzione della memoria, perché resterebbero permanentemente modificati dopo il passaggio del loro eccitamento e costruirebbero attraverso le loro barriere di contatto facilitazioni di legami e connessioni con altri neuroni ψ. Mentre i neuroni ω corrisponderebbero alla funzione della coscienza.
Il Concetto di Fame di Stimolo
Eric Berne (1964) ha spiegato la spinta dell’uomo alla relazionalità introducendo il concetto di fame di stimolo (Stewart e Joines, 1987). Berne ha definito come unità di riconoscimento umano la carezza, indicando qualsiasi tipo di azione che implica appunto il riconoscimento dell’altro. Parallelamente allo sviluppo dell’infante si verifica anche uno spostamento da una fame di stimolo a un’altra fame che Berne definisce “fame di riconoscimento”, una sorta di compromesso tra il bisogno di riproporre il contatto fisico con la madre e forze sociali che vi si oppongono.
Il Cervello Tripartito di McLean
McLean vede il cervello umano strutturato in tre strati differenti, risultato dell’evoluzione. Lo strato più profondo è il cervello rettiliano (tronco encefalico, nuclei della base), non sociale, orientato al soddisfacimento di bisogni fisiologici, protezione, esplorazione dell’ambiente e controllo di funzioni vitali, come ad esempio il ritmo cardiaco e la respirazione; lo strato intermedio è il cervello dei mammiferi (amigdala e giro del cingolo), orientato all’interazione sociale e di cui fa parte anche il sistema di attaccamento e accudimento; l’ultimo è il cervello neo-corticale (la neocorteccia), esclusiva dei primati, che si occupa di tutte le funzioni cognitive e razionali (McLean, 1984).
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