Ciò che so sulla forza, parafrasando Bruce Lee, lo ho appreso grazie alle arti marziali. Vuol dire che non l’ho solo letto, pensato, ma prima di tutto l’ho esperito. L’ho appreso partendo da me. È divenuto carne, sangue, muscoli, tendini, segnali elettrici. È una forza che è partita da me, dal mio corpo-mente, che è divenuta cosciente di sé grazie alla pratica del corpo-pensante. È presenza libera, non posso negarla se non negando me stessa. Per questo che, per quanto mi riguarda, i discorsi che creano una donna priva di forza, che la fanno naturalmente debole, risuonano come vuoti costrutti, armature senza corpo. Il mio corpo parla, e mi dice altro. Di questo mi fido.

Che il corpo di una donna sia un corpo “debole” è assunto radicato nel senso comune, in molti tempi e a molte latitudini. Il “gentil sesso” è così detto proprio in virtù di una concezione che vede il corpo della donna come biologicamente, naturalmente caratterizzato da tratti di accoglienza, di morbidezza che lo renderebbero strutturalmente inadatto all’esercizio della forza, soprattutto quando questa viene vista nei termini di un combattimento. La forza del corpo femminile andrebbe dunque ricercata altrove, in una dimensione che non comprende l’esercizio della forza combattente. In genere, questo “altrove” viene posizionato nei contesti della cura e della procreazione, o nella dimensione della sensibilità emotiva ed emozionale.

Forza combattente, intesa nel suo portato psico-fisico ed emozionale, e “cura” sono visti, perciò, come termini antitetici e reciprocamente escludentisi: la forza fisica viene così spesso equiparata sbrigativamente alla violenza, o quanto meno ad un potenziale esercizio di questa. Un corpo forte è, quindi, naturalmente portato all’esercizio della violenza, qualora non intervengano limiti esterni ad inibirne questo tipo di espressione. Un corpo debole è naturalmente portato alla pace e alla mitezza. Un corpo forte è grezzo e bruto, un corpo debole è sensibile e fine. Questo tipo di interpretazione dualistica, dicotomica del rapporto tra forza e debolezza, che si traduce in un netto contrasto tra violenza e cura, maschile e femminile, guida, tra le altre cose, anche la lettura della grave questione della “violenza di genere” in molti paesi - tra cui l’Italia - e motiva molte delle scelte - o non-scelte - politiche in materia.

Il consenso che viene più o meno implicitamente assegnato a tale paradigma è condiviso da molte e da molti, in modo trasversale a partizioni e posizionamenti. Rappresenta, ad oggi, una base di partenza per riflessioni, analisi e soluzioni, condivisa in virtù della sua naturalità ed oggettività. La differenza tra le posizioni si trova quasi sempre a valle di tale paradigma, aprendo dibattiti e conflitti che riguardano le strategie da utilizzare per la limitazione dell’esercizio della forza-violenza - se questa debba passare per il riconoscimento dello stato di “vittima” di una donna o, al contrario, puntare su un rafforzamento del suo “potere”, ad esempio - o, in contesti differenti, se tale asimmetria biologica vada semplicemente accettata, i singoli e le singole dovendone farsene carico al livello personale.

Il mio personale percorso di ricerca, al contempo esperienziale e intellettuale, mi ha portato a mettere duramente in questione questi assunti, smascherandone le caratteristiche di costruzione culturale, di dispositivo biopolitico, di profezia autorealizzantesi. Il percorso qui proposto muove verso una seria e radicale destrutturazione del paradigma corrente sulla forza in relazione al genere, non collocandosi, conseguentemente, in nessuno dei posizionamenti sopra esposti. Attraverso un’indagine svolta in più atti, che attraverserà vari campi e diverse discipline, si intenderà dimostrare come la costruzione “culturale” della forza/violenza del corpo maschile e della debolezza del corpo femminile, lungi dall’essere un dato biologico ed oggettivo, è un dispositivo biopolitico che ha limitato fortemente l’esplorazione di altre dimensioni ed elaborazioni di concetti come “femminilità” e “mascolinità” in relazione all’espressione della forza.

È il paradigma, non l’oggettività corporea, ad aver articolato le relazioni tra i generi alla stregua di una lotta tra vittima - reale o potenziale - e carnefice - reale o potenziale. Paradigma che si basa su di una lettura superficiale, parziale, contraddittoria e farraginosa di cosa si intende per “forza”, “forza combattente” relativa ad un corpo sessuato. Paradigma che trova la sua smentita in molteplici luoghi e tempi, diversi da quelli che siamo abituati a considerare. Paradigma che ha tentato di eliminare ciò che lo contraddiceva, ma che non sempre è riuscito nell’intento. E tracce, cicatrici, cesure indicano l’esistenza di possibilità diverse di pensare la relazione tra i generi, il cosa renda un corpo-mente mascolino o femminino, la violenza, la forza. Seguire le tracce, fare luce su di una mistificazione, articolare nuovi percorsi di indagine e di azione è una questione che si mostra oggi di particolare importanza.

Restituire al corpo di donna un suo proprio accesso alla forza, ripensare il concetto di forza come plurivoco e multisfaccettato, svelare in che modalità un paradigma culturale sia divenuto una profezia autorealizzantesi sono qui visti come passi necessari per poter realmente puntare ad una relazione tra i generi non segnata da una “violenza originaria”, ma che, invece, si apra nel segno di due soggettività ugualmente compiute, in grado di intessere relazioni nella differenza.

La costruzione culturale del corpo femminile come "debole"

Cosa si intende quando si definisce una donna, per natura, più “debole”? Il “corpo della donna” - concepito artificiosamente come singolare, rimuovendo la specificità che ogni singolarità comporta - è così culturalmente costruito per apparire debole, o meglio, più debole del corpo maschile. Il corpo della donna non è visto in sé, nella sua pluralità di incarnazioni e nelle possibilità che da quelle uniche e irripetibili incarnazioni si dispiegano, ma come terminus ad quem, singolare e naturalmente determinato, del corpo maschile. Un corpo, questo, che si vuole dotato di una forza quantitativamente maggiore e di un correlato - anche se ambiguamente argomentato - diritto all’esercizio di questa forza su chi sia costitutivamente più debole.

La costruzione di un’ identità maschile “forte”, e quindi in diritto naturale di comandare, necessita di una controparte che inveri questo assunto, di un “lato oscuro” che ne manifesti la chiarezza e la verità. La “debolezza” del corpo della donna legittima l’esercizio della forza da parte dell’uomo sul suo corpo in modi che solo all’apparenza appaiono contraddittori, come la violenza e la protezione. Non a caso sono questi i poli tra cui la narrazione dominante pone la questione della violenza di genere. Convinzione di chi scrive è, invece, che i corpi delle donne siano dotati di propri accessi alla forza, anche alla forza combattente.

Questi accessi sono stati in gran parte ostruiti proprio da costruzioni culturali, divenute nel tempo pratica e politica, che hanno sostituito un percorso di cosciente comprensione e sviluppo, a partire da sé, dei potenziali che i corpi delle donne possono esprimere con ideologie identitarie calate dall’alto e funzionali ad una narrazione che vuole “l’uomo” come unica soggettività compiuta e modello normativo. Anche la “soggettività maschile” così costruita appare come limitata e limitante. Se il senso della mascolinità viene ritrovato nell’esercizio dell’assoggettamento di qualcun’altra - o qualcun altro - in un atto, cioè di prevaricazione e misconoscimento, anche la possibilità di uno sviluppo di una mascolinità autonoma e plurisfaccettata viene seriamente compromesso.

Nonostante la “soggettività maschile” si pensi, in questa azione prevaricatrice, come “vincitrice”, l’ordine che instaura la renderà prigioniera di una visione di sé parziale, da cui difficilmente potrà sfuggire, proprio perché significherebbe rinunciare alla propria sovranità. Ordine asimmetrico e coloniale per sua stessa natura, ordine piramidale, patriarcale. Per tale ragione si rende necessario un profondo ripensamento delle dinamiche di costruzione della relazione tra i generi che sia radicale, ovvero che ritorni alle radici, che analizzi criticamente i modi e le ragioni attraverso cui la “soggettività femminile” sia stata inferiorizzata e provi a riarticolare percorsi differenti. Si tratta, cioè, di sfidare il “senso comune” nel quale presupposti per nulla “oggettivi” sono stati assunti al livello di verità autoevidenti e articolare nuovi paradigmi. La ricerca sulla forza a partire da un corpo di donna si posiziona lungo questa direttrice.

La rimozione della forza dal corpo femminile

L’operazione di rimozione della forza dal corpo della donna è una tragedia in molti atti e a plurimi livelli, che si è dipanata, con alterne vicende, attraverso secoli di storia. Molti, moltissimi i dispositivi posti in atto per trasformare l’ideologia in “natura”. Primo fra tutti proprio una definizione assolutamente parziale di ciò che si definisce “naturale” e ciò che viene detto “culturale” e forse, verrebbe da pensare, proprio questa netta cesura tra natura e cultura costituisce un punto nevralgico della questione. L’effetto che poi questa visione ha posto in atto è stata una forma di “proibizione” culturale per le donne di esercitare il proprio corpo in quelle discipline e azioni che ne avrebbero consentito la coscienza e lo sviluppo di una forza combattente.

L’assunto che vuole il corpo di donna debole, quindi “poco femminile” qualora debole non si dimostri, è imbarazzante nel suo essere tautologico. Tuttavia proprio questo assunto è divenuto reale, avendo per molto tempo e in molti luoghi decretato l’allontanamento delle donne da quelle forme di coscienza pratica che lo avrebbero smentito nei fatti.

La forma di coscienza che la forza richiede è soprattutto pratica. Modalità di conoscenza in gran parte svilita nei nostri contesti culturali, essendo l’attività fisica sovente considerata qualcosa di meno degno di quella intellettuale - e comunque in rapporto dicotomico con questa - o trasformata in industria del benessere dall’evidente carattere prestazionale. Se questa dinamica colpisce la concezione dei corpi indistintamente, le modalità in cui si attua vanno ad aggravare le esistenti visione stereotipate del corpo femminile e di quello maschile.

Le separazioni tra natura e cultura, tra intelletto e corpo sono produzioni culturali che hanno fondato modi di percepire e agire nella realtà, non verità assolute. Dimostrazione ne è che non sono presenti nella totalità delle culture. E forse non è casuale che sia proprio nei contesti culturali che non le comprendevano che si sono sviluppate forme filosofico-pratiche che nutrono e coltivano la forza combattente che un corpo di donna può sprigionare. Perché la forza combattente non è una sola, non ha solo i modi che una certa visione, che definirei “militarizzata” usando un felice concetto elaborato da Angela Putino, ci propone come assoluti.

Come si avrà modo di mostrare, l’analisi che parte dalla forza che un corpo di donna può sprigionare condurrà a riformulare presupposti e categorizzazioni che eccederanno di gran lunga dal terreno, reale o figurato, del combattimento, andando ad investire le modalità dei rapporti tra i generi, le concezioni su cui si fondano i generi stessi, il rapporto degli esseri umani con i contesti in cui abitano, siano essi “naturali” o “antropici”, con l’organico e l’inorganico. Mostrerà che l’esercizio della violenza non è insito nella forza, ma in quella particolare concezione della forza combattente che si pensa come “forza-sopra”, soggiogante. E che è anche all’origine di una certa definizione asimmetrica e soggiogante del maschile e del femminile nell’ambito dell’ideologia patriarchista.

Ciò che qui si propone non è, dunque, un triste ed inutile scimmiottamento da parte delle donne di ciò che rende “forte” il corpo di un uomo, un’ulteriore forma di militarizzazione. Al contrario, viene qui suggerito un percorso che, ripartendo da basi, radici, corpi diversi, diversamente concepiti e simbolizzati, sia in grado di dischiudere e articolare una differente concezione della forza combattente, come sviluppo di sé, non forza coercitiva.

L’accesso alla forza passa, dunque, per una donna, attraverso una destrutturazione critica di un intero mondo che si è creato a partire dalle ideologie che questo accesso l’hanno voluto occludere. E, nel contempo, attraverso la ripresa di un diverso rapporto con la propria corporeità che non sia solamente teorico, ma pratico/teorico. Che punti, ciò, a superare quella dicotomia, quel baratro in cui si perde la forza di un corpo di donna. Un rapporto differente che non parla più di dialettiche, ma di relazioni, in cui “esterno” e “interno” sono non opposizioni statiche, principi di separazione, ma momenti dinamici, fluidi.

Le Forze combattenti nel taijiquan

Per comprendere se sia possibile un’analisi differente dei concetti di forza e violenza, occorrerà uscire dal solco del pensiero europeo ed aprirsi ad un dialogo interculturale che possa mettere in luce ciò che qui da noi non si sia pensato. Nel far questo, si renderanno anche più chiare le motivazioni che portano a diverse “scelte culturali”, spesso adombrate dal nostro stesso essere immersi e informati dalla cultura in cui viviamo. Uno dei contesti in cui la teorizzazione sulla e la pratica della forza combattente ha conseguito punte di rara intensità è quello delle arti di combattimento dell’Asia Orientale e del Sudest Asiatico. Nell’ambito marzialistico cinese, ad esempio, diversi termini vengono utilizzati in riferimento alla forza combattente, per tradurre un concetto che noi abbiamo pensato come unico. Ciascuna di queste parole indica una diversa fonte, un differente sviluppo e diverse dinamiche in cui la forza si manifesta.

Il primo, più semplice termine che viene utilizzato nell’ambito delle arti di combattimento per esprimere “forza” è 力lì. Il carattere indica un aratro di metallo. Il senso che così viene espresso è quello di un qualcosa che penetra nella terra, vincendone la sua resistenza con una sempre maggiore forza muscolare. 力lì esprime, dunque, un’accezione meramente quantitativa e basica della forza, quella che in italiano si esprime con “forza bruta”. Nel significato datane nelle arti di combattimento cinesi, 力lì è considerata “cieca e ottusa”, nel senso che costituisce solamente la forma più grezza e muscolare della forza. A differenza di quanto saremmo portati a pensare a partire dalle trattazioni che della forza si sono fatte nelle nostre tradizioni, questo livello della forza è il meno significativo in termini di efficacia combattente. È utile a svolgere lavori pesanti come, per l’appunto, dissodare un campo. In questa accezione, il carattere力lì si ritrova in posizione radicale anche nell’ideogramma男nán, (uomo, maschile...

TAG: #Idraulico

Potrebbe interessarti anche: