Salvatore Bagni, ex centrocampista del Napoli di Maradona, ha condiviso la tragedia che ha segnato la sua vita. Oggi, a 68 anni, Bagni ripercorre le emozioni del primo storico scudetto azzurro insieme a Bruno Giordano nel libro "Che vi siete persi".
Bagni, descritto come un guerriero dentro e fuori dal campo, ha sempre cercato di esorcizzare il dolore causato dalla morte del figlio Raffaele, avvenuta nel 1992 quando il bambino aveva solo 3 anni. "Dietro il sorriso ci sono anni di angoscia e dolore, quando perdi un figlio sei a un bivio. Ho dovuto darmi forza per sopravvivere", ha raccontato al Corriere della Sera.
L'Incidente Fatale
La tragedia si consumò in un incidente stradale trent'anni fa: "Tutta la famiglia era in macchina, andavamo a 40 allora, pianissimo. L’incidente e l’airbag che si è aperto. E una vita spezzata".
Bagni ricorda: "Eravamo tutti e cinque in macchina, guidava mia moglie. Stavamo andando pianissimo, a 38 km/h. Un’auto non rispettò lo stop e andammo a sbattere contro un muretto. È stata fatale l’apertura dell’airbag. In quel momento ce l’avevo in braccio e non sedeva dietro perché era stato appena allattato e temevamo che potesse vomitare".
Solo con la forza di tutti i familiari siamo riusciti a superare questa tragedia. Mi prendo molti meriti anche io. E ovviamente anche mia moglie è stata molto forte, anche se io l’ho convinta a vivere la vita, a dare un cambio di passo. Questo dolore l’abbiamo vissuto in modi diversi. Eravamo ad un bivio e allora ti dici, cosa faccio? Siamo stati più compatti di prima, vicini ai nostri figli che sono stati seguiti da psicologici ma per fortuna non hanno risentito di niente.
Il Furto della Salma
Un mese dopo la morte di Raffaele, la tragedia assunse contorni ancora più macabri: la bara del piccolo fu trafugata dal cimitero campagnolo di Cesenatico. "E poi anche l’episodio macabro: la bara del piccolo trafugata dal cimitero".
La foto della bara lasciata sul parabrezza dell’auto in un giorno di nebbia, sembrò tutto così assurdo. Un mese con i carabinieri in casa, aspettando invano una telefonata. Raffaele c’è ogni giorno, lo sentiamo accanto a noi. Il problema non è quel corpo che non è più al cimitero perché io ho fede. Ma subito ci siamo preoccupati degli altri figli. Io ho fatto finta di essere meno piegato dalla vicenda, ma ero quello più sconvolto. E ora con il sorriso positivo affronto la vita.
Qualcuno pensò a qualche setta satanica ricordando i cimiteri profanati, i riti esoterici e anche gli arresti che segnarono in quegli una certa Romagna notturna.
Bagni ricorda: «Ce l’hanno portato via per la seconda volta. Saranno stati almeno in quattro a scavalcare il cancello e a entrare in quel cimitero, prelevando la bara dall’alto. Ci chiesero dei soldi, 300 milioni di lire, anni dopo un procuratore ci disse che probabilmente sarebbero serviti per finanziare il sequestro Soffiantini. Alle chiamate dei sequestratori rispondevo direttamente io, dovevo cercare di intrattenerli il più possibile per far sì che i Ros li intercettassero. Li avrei pagati, ma me lo impedirono. Un giorno ci accordammo, ci saremmo dovuti incontrare a Predappio. Mi misi alla guida con una valigetta di soldi falsi e il giubbotto antiproiettile».
Salvatore Bagni poi rivela come andò con i rapitori della bara del figlio Raffaele: «Avevo una macchina dietro e tre agenti del Ros nascosti con me. Dovevo avere una bicicletta sul tettuccio così che i sequestratori mi potessero riconoscere, poi mi avrebbero lanciato dei segnali luminosi dopo una quarantina di chilometri. Abbiamo ripetuto il tragitto per tre o quattro volte, nessuno si è fatto vivo. Forse avevano capito che non ero solo, forse non mi hanno visto. Quel giorno c'era una nebbia fittissima».
La Forza di Andare Avanti
Nonostante il dolore, Bagni ha trovato la forza di rialzarsi. "Tutta la famiglia era in macchina, andavamo a 40 allora, pianissimo. L’incidente e l’airbag che si è aperto. E una vita spezzata. Solo con la forza di tutti i familiari siamo riusciti a superare questa tragedia. Mi prendo molti meriti anche io. E ovviamente anche mia moglie è stata molto forte, anche se io l’ho convinta a vivere la vita, a dare un cambio di passo. Questo dolore l’abbiamo vissuto in modi diversi. Eravamo ad un bivio e allora ti dici, cosa faccio? Siamo stati più compatti di prima, vicini ai nostri figli che sono stati seguiti da psicologici ma per fortuna non hanno risentito di niente. E poi anche l’episodio macabro: la bara del piccolo trafugata dal cimitero".
Bagni rivela di non aver mai desiderato avere un altro figlio dopo questa terribile esperienza: «Non esiste la copia di un figlio. Ne avevo già avuti tre, avevo già la mia famiglia. Decisi di farmi sterilizzare».
L'Amicizia con Maradona
La vicinanza di Diego Armando Maradona fu fondamentale per Bagni. "Eravamo agli opposti, a me non piaceva uscire la sera. Ma fra noi la stima fu immediata perché lo trattavo da Diego e non da Maradona. Se avevo qualcosa da dirgli, glielo dicevo. Abbiamo passato nottate intere a discutere di cose che gli scottavano".
«Arriviamo a Napoli insieme, nel 1984 - spiega Bagni al Corriere -. Io insieme a mia moglie, lui con altre 10 o 15 persone. Eravamo agli opposti, a me non piaceva uscire la sera. Ma fra noi la stima fu immediata perché lo trattavo da Diego e non da Maradona. Se avevo qualcosa da dirgli, glielo dicevo. Abbiamo passato nottate intere a discutere di cose che gli scottavano».
“A casa mia c’è sempre una stanza libera per Diego. Vincemmo lo scudetto grazie a lui, alla sua classe e al coraggio che trasmetteva a tutti noi” ha concluso Bagni.
La Carriera e il Presente
Salvatore Bagni oggi ha 68 anni e gira il mondo a scovare nuovi talenti del calcio. In passato è stato un grande giocatore di Napoli (dove ha vinto uno scudetto) e Inter, su tutte, nonché della Nazionale azzurra. La sua amicizia con Diego Armando Maradona è una delle più solide che Dieguito ha avuto fin prima di morire.
Altri Drammi Personali
Un altro dramma che ha segnato la vita di Bagni è la morte della madre: «Venne a mancare il 16 dicembre del 2004. Io e mia moglie stavamo per andare in Sri Lanka, avevamo già prenotato tutto. Ma decidemmo di ritardare il viaggio e di virare sulle Maldive. Dieci giorni dopo ci fu uno dei più violenti tsunami di sempre che devastò il Paese. I morti furono oltre 200mila».
Lo tsunami però colpì anche le Maldive, ma l'ex del Napoli sottolinea: «Molto meno. Eravamo in spiaggia, per fortuna non nei bungalow. Ricordo l'enorme massa d’acqua e un rumore che non si può dimenticare. Mia figlia rimase paralizzata dalla paura, per salvarla la presi di peso e l’attaccai a un albero».
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