Il problema dell'espansione della proprietà fondiaria veneziana nella Terraferma è da tempo all'attenzione degli studiosi, ma non è mai stato affrontato in modo esaustivo. Allo scopo di presentare una messa a punto su questo tema per il Quattrocento e il primo Cinquecento, e indicare alcune prospettive di ricerca, si è reso indispensabile il ricorso a fonti inedite.
Si è preferito avvalersi delle fonti fiscali conservate negli archivi delle città di Terraferma, le sole in grado di fornire le informazioni analitiche necessarie per abbozzare un quadro d'insieme delle dinamiche della proprietà fondiaria veneziana e delle forme di gestione nei singoli distretti. Gli archivi veneziani avrebbero fornito un materiale certo abbondante, ma anche cronologicamente sbilanciato verso il Cinquecento.
Le premesse storiche
Altri contributi hanno analizzato le premesse lontane del fenomeno dell'espansione fondiaria veneziana, dell'"agricoltura di Venezia": nell'XI-XII secolo, l'acquisizione di terre riguardò, con netta prevalenza, "tutta la fascia di pianura padano-veneta addossata all'arco costiero Cavarzere-Grado entro un raggio raramente superiore ai 20-30 km, con alcuni salienti chiaramente predisposti dal corso dei fiumi affluenti all'Adriatico, ivi compreso il Po". Sin da allora furono pertanto interessati soprattutto il territorio padovano e quello trevigiano; e secondariamente l'area polesana e ferrarese.
Non mancò qualche occasionale insediamento in zone più interne, lontane dalla laguna: il monastero di S. Zaccaria ebbe possessi piuttosto consistenti, oltre che a Monselice nel Padovano, anche a Ronco all'Adige, nel distretto veronese. Ma l'acquisizione di questa e di qualche altra cospicua azienda rappresentò pur sempre una eccezione.
La dimensione più corposa del fenomeno è quella dell'infinito succedersi di acquisti singoli, di accaparramenti di singoli poderi o di singole aree boschive e paludose, che enti ecclesiastici e famiglie patrizie vennero compiendo, con crescente intensità nei secoli XII-XIV, nelle zone confinanti con la laguna.
Regolamentazioni nei secoli XIII-XIV
Occorre almeno accennare, sia pure rapidissimamente, ai provvedimenti che vennero presi in materia, nel Due e Trecento, dai comuni cittadini interessati e dal comune veneziano. Fra le entità territoriali confinanti, il comune di Padova fu il primo a regolare in modo organico con Venezia il problema del libero trasporto delle rendite agrarie.
Nel distretto di questa città, la presenza degli enti ecclesiastici e anche dei laici veneziani era sin dall'alto medioevo piuttosto cospicua nel territorio di Piove di Sacco, grazie anche alle investiture feudali del vescovo di Padova. Nel Padovano "la presenza di proprietà fondiarie veneziane, specie da parte dei privati, ha avuto spesso vita assai difficile" nel XII e XIII secolo, appunto nel momento della forte affermazione del comune urbano.
Una presa d'atto significativa della rilevanza assunta dal problema della proprietà veneziana la si ebbe sin dal marzo 1227, quando si stabilì la piena libertà per i Veneziani di "extrahere inde et tollere quicquid voluerint", comprese quindi le rendite sui fondi di loro pertinenza; inoltre il comune di Padova si assumeva l'impegno di risarcire i danni subiti dai proprietari veneziani e dai loro "villani". Il patto fu poi rinnovato nel 1235.
Tra il 1265 e il 1318, in una serie di trattati ci si occupa ripetutamente della questione fra Treviso e Venezia, che non poteva non preoccupare il comune di Treviso (i cui orientamenti protezionistici in tema di annona si uniformavano d'altronde a quelli di tutti i comuni italiani). È significativo per esempio che sin dal primo di questi accordi si preveda che i prodotti trasportati a Venezia debbano avere un documento accompagnatorio, circostanza tutt'altro che comune all'epoca.
Sull'altro versante documentario, quello veneziano, è ben noto come proprio nei primi decenni del secolo XIV, e in particolare nel terzo e quarto decennio del secolo, vengano ribaditi i provvedimenti legislativi che proibivano ai Veneziani di acquistare beni fondiari nel Trevigiano, nel Padovano, nel Ferrarese o di riceverli in pegno da ecclesiastici: a tale espediente infatti si ricorreva largamente per aggirare la legge del 1274 che aveva proibito di acquistare beni fondiari in tali territori.
L'espansione nel Quattrocento
Sulla base di tutto questo, è lecito affermare che per i distretti cittadini contigui alla laguna, sentiti anche nel Quattrocento come "entroterra lagunare forse più che come dominio territoriale", nei quali la presenza veneziana risale ai secoli centrali del medioevo, l'espressione stessa "espansione della proprietà fondiaria" appare in qualche modo limitativa e in certo senso ambigua.
Tale espansione non può essere compresa appieno se non è inserita in una considerazione più larga e comprensiva delle attività e delle relazioni economiche nel loro insieme, così come si sviluppano in questi territori grazie allo stimolo del mercato veneziano e agli investimenti operati dai patrizi. La valutazione della presenza fondiaria non può non implicare, ad esempio, una considerazione complessiva delle risorse del territorio, prima di tutto di quella idraulica, ai fini molitori e più latamente manifatturieri.
Partendo da tali premesse, risulta perciò evidente che anche per il Quattrocento solo per l'area comprendente il Trevigiano e il Padovano si può parlare di un'unità economica sovradistrettuale, di un "mercato subregionale" che sostiene e sostanzia la dipendenza politica da Venezia; mentre gli altri distretti cittadini della Terraferma che vennero a costituire lo stato "da Terra" mantengono "economie di distretto" sostanzialmente autonome.
Non è certo un caso che solo a Padova e Treviso si senta il bisogno, nel corso del Quattrocento, di redigere ai fini fiscali specifici e separati elenchi delle proprietà veneziane: solo in questi contesti la presenza fondiaria dei Veneziani costituiva un problema fiscalmente rilevante.
Il Cinquecento e la "redecima" del 1537
Del resto, i dati quantitativi disponibili per la prima metà del Cinquecento, confermano appieno questa posizione egemonica: le denunce fiscali presentate per la "redecima" del 1537 rivelano che il 55,9% (circa 120.000 campi padovani) della proprietà fondiaria di patrizi, cittadini ed enti del sestiere di S. Marco è ubicata nel distretto padovano, e la tendenza è la stessa nella seconda metà del secolo XVI.
L'acquisizione dei patrimoni signorili
Anche a Treviso e soprattutto a Padova, la liquidazione del patrimonio fondiario signorile ebbe una notevole importanza, in particolare perché consentì ai patrizi veneti l'acquisizione duratura di cospicui complessi patrimoniali, dotati di strutture e di tradizioni amministrative, come le "gastaldie" carraresi. La vendita avvenne tra il 1406 e il 1417, ad opera dei camerlenghi che avevano amministrato a partire dal giugno 1405 l'enorme patrimonio fondiario accumulato dai della Scala e sino ad allora gestito dalla fattoria signorile.
Non mancò qualche incertezza, nel ceto dirigente veneziano, a proposito di questa scelta: vi fu chi sostenne un'opzione diversa, quella cioè di affidare al personale veneziano l'amministrazione di questo massiccio complesso patrimoniale. Non è azzardato sostenere che, se così si fosse fatto, la storia dei rapporti fra Venezia e questa importante città della Terraferma avrebbe potuto essere radicalmente diversa.
Interessa invece rilevare che questa cospicua offerta non sfuggì, ovviamente, ai patrizi veneziani, che si impegnarono in totale per circa 70.000 ducati, pari ad un quarto del totale del ricavato. Nel 1406, per esempio, Nicola Grimani subentrando al celebre condottiero Taddeo dal Verme acquista la proprietà di Pontepossero (nella bassa pianura, sul fiume Tione, al confine con il territorio mantovano) per 12.500 ducati, e nel 1408 le terre di Cavalcaselle, nella collina gardesana, per 2.500 ducati; l'anno successivo, Gerolamo Contarini, che pochissimi anni prima era stato fra i "provisores" di Verona, si accaparra la proprietà di Valeggio sul Mincio per oltre 5.400 ducati. In ambedue i casi, diritti di piccola giurisdizione e di dazio (l'importante dazio sul Mincio) erano annessi alle terre.
Verona: un'illusione svanita?
Proprio la frequenza di queste compartecipazioni, in realtà, induce il sospetto, che in alcuni casi almeno si rivela fondato, che non si sia trattato di investimenti fondiari in senso proprio, ma di mere partecipazioni finanziarie, se non forse di prestiti erogati ai patrizi veronesi. In altri casi, gli stessi patrizi veneziani si mostrano negligenti e ritardatari nei pagamenti.
Comunque sia, questo improvviso amore dei patrizi veneziani per le terre veronesi rapidamente sfiorisce nell'arco di pochi anni, a favore ancora di proprietari veronesi. A Venezia c'erano state probabilmente delle illusioni, degli errori di prospettiva e di valutazione sulla possibilità di inserire Verona appena conquistata e il suo distretto nel circuito economico veneziano.
Abbastanza presto, tuttavia, i rapporti economici oltre che istituzionali fra le due città trovarono un equilibrio: Verona mantenne, con vantaggio del bilancio della camera fiscale veneziana (e dunque dello stato), la sua funzione di centro commerciale e manifatturiero dotato di una autonoma fisionomia; il governo veneto non pretese più di tanto di concretizzare quella normativa, a più riprese emanata lungo il Quattrocento, che prevedeva di daziare in laguna le merci veronesi dirette alla costa adriatica. E in questo equilibrio, fatto piuttosto di rispetto di reciproche esigenze che di profonda compenetrazione economica e sociale, un cospicuo investimento fondiario veneziano nel Veronese non poteva trovare posto.
Non mancarono, naturalmente, delle eccezioni, anche significative. Ne citiamo una: nei primi decenni del secolo, per esempio, Vittore Emo, il figlio di Gabriele (uno dei protagonisti della conquista di Verona), prese dimora in Verona e continuò ad amministrare direttamente, e con estrema durezza le sue terre di Fattolè, nella bassa pianura presso il confine col Mantovano, ottenendo investiture feudali dal monastero di S. Zeno, rifornendo di cereali i castelli ...
| Distretto | Percentuale della proprietà fondiaria del sestiere di S. Marco | Superficie stimata (campi padovani) |
|---|---|---|
| Padovano | 55,9% | Circa 120.000 |
| Altri distretti | (Dati non specificati nel testo) | (Dati non specificati nel testo) |
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