Il retroterra letterario del filone delle haunted house, per quanto non vastissimo, accomuna fra tradizione e modernità nomi che sono autentici monumenti della narrativa gotica.

Sintetizzando: Edgar Allan Poe per Il crollo della Casa degli Usher, Shirley Jackson per La casa degli invasati, Henry James per Giro di vite, Richard Matheson per La casa d’inferno, Stephen King per Una splendida festa di morte (e qualche altra digressione come Il diario di Ellen Rimbauer, prequel del TV movie Rose Red) e Jay Anson per Orrore ad Amityville: un elenco non esaustivo, ma essenziale, che dimostra come il tema della “Casa” sia il vero cuore pulsante dell’horror di ogni tempo, all’interno del quale riusciamo pure a cogliere episodi solo all’apparenza minori, ma niente affatto secondari (La bella adescatrice di Oliver Onions, Uneasy Freehold di Dorothy Macardle, L’esorcista di William Peter Blatty, The House Next Door di Anne Rivers Siddons e Burnt Offerings di Robert Marasco).

E’ interessante verificare come in questo elenco non sia strettamente necessario l’elemento ectoplasmatico perché la magione si presenti come “infestata”.

Già Poe trascurava questa pista per dichiarare per bocca del tormentatissimo Roderick che “la forma e la sostanza” di Casa Usher erano in grado di esercitare un influsso letale su coloro che l’abitavano anche per breve tempo. Un’affermazione di claustrofobica paranoia che peserà come un macigno su molti titoli in divenire all’interno dei quali la casa stessa si comporta come un’entità vivente.

Casa Usher infatti fornisce un modello ineludibile, ovvero l’osmosi maligna e autodistruttiva fra la casa e il suo “abitatore” con i fantasmi che, prima che in ogni altro luogo, risiedono nelle menti.

Questo quantum energetico - l’insieme delle energie impalpabili ed eteriche che scaturiscono dall’incontro tra la casa/entità e coloro che la occupano - viene chiamato, nel linguaggio esoterico, “Homigon” e può, a seconda delle casistiche, presentarsi come positivo o negativo. Mai nominato al cinema, ma soltanto magicamente intuito dagli autori più affini alla sensibilità gotica (nel nostro elenco, su questo fronte primeggiano Corman, Wise e Dan Curtis), l’Homigon è il vero motore che anima le case viventi, dall’antesignana Casa Usher al mastodontico Overlook Hotel di King.

Il testo di Poe (al quale per cronaca dobbiamo aggiungere due sequel apocrifi, Ritorno a Casa Usher di Amos Poe e La maledizione degli Usher di Robert McCammon) è, come dicevamo, il modello dal quale non si può prescindere.

La straordinaria intuizione dell’eretico scrittore di Boston sull’osmosi energetica, occulta e mai per fortuna spiegata, tra la casa e Roderick (una corrente, un “clima” peraltro in grado di raggelare anche gli occasionali ospiti) si dispiega nella progressione descrittiva della “rovina” avanzante e preludente al crollo finale, il tutto in simbiosi perfetta con la degenerazione psichica e l’inquietante metamorfosi del padrone di casa.

Perfettamente visualizzata da Roger Corman in quanto allegoria dell’inconscio - nei recessi più profondi della Casa degli Usher si intuiscono tortuosi budelli, oscuri corridoi, labirinti interminabili e inquietanti sale di tortura -, la pellicola che abbiamo conosciuto come I vivi e i morti resta al di là di ogni dubbio una delle più mirabili adesioni al mondo poco filmico di Poe e la migliore trasposizione da un basico testo che vanta nella storia del cinema, a partire dal 1928, una decina di adattamenti, quasi tutti dimenticabili tranne quello classico muto, il “primo”, di Jean Epstein.

L’archetipo della casa vivente peraltro è ben presente nel celeberrimo Shining di Kubrick, in cui l’immensa cascata di sangue scaturente dall’ascensore allude alla rovinosa mestruazione del luogo “femminile”, ma neppure viene trascurato nella versione televisiva di Mick Garris, sceneggiata dallo stesso King, quando assistiamo alle “autoricostruzioni” dell’albergo dopo i periodici danni subiti a causa dell”instabilità mentale degli “ospiti”.

Un finale in ogni caso saccheggiato da quello di Ballata macabra di Dan Curtis, di cui diremo tra poco. King peraltro non ha mai fatto mistero che Casa Usher resta, con la Hill House di Shirley Jackson, la fonte ispirativa più diretta per le sue case infestate.

Il romanzo - in Italia uscito più volte con almeno due titoli diversi (La casa degli invasati e L’incubo di Hill House) - ha visto due versioni ben rappresentative del periodo storico di realizzazione.

La prima, di Robert Wise, datata 1963, in un bianco e nero straniante, ambigua e rispettosa dell’impostazione dell’autrice che decise di non sciogliere il mistero della vecchia villa Crain, contro la seconda di Jan de Bont del 1999, fracassona, a colori e con eccesso di morphing e di spiegazioni posticce. Titoli italiani: Gli invasati e Haunting - Presenze.

Tra le case viventi spicca senza dubbio la dimora-vampiro di Ballata Macabra, firmato da Dan Curtis nel 1976, tratto dal romanzo Burnt Offerings di Robert Marasco, autore di New York sconosciuto e mai tradotto in Italia, spentosi prematuramente nel 1988.

Anche qui non troviamo fantasmi nel senso classico del termine, ma un Homigon invadente e metamorfizzante che invade la nuova e bella padrona di casa (Karen Black, signora dell’horror di quel periodo), trasformandola fisicamente nell’antica proprietaria della sinistra magione.

Il tutto a favore della casa che deve succhiare linfa vitale dai corpi dei suoi periodici ospiti. E mantenersi solida e “nuova” nella struttura.

Un’altra casa famosa, in tanto elenco di archetipi, è Bly House, la dimora-contenitore della ghost story per antonomasia del tardo vittorianesimo, Giro di vite di Henry James.

Non tesseremo mai abbastanza le lodi di questo racconto lungo, capolavoro sull’ambiguità percettiva del reale, che ha fornito al cinema ben più materiali di quanto non lascino intendere le versioni ufficiali.

Che non sono affatto poche: ufficialmente almeno una ventina, tenendo conto delle diverse versioni televisive, ma quelle viste in Italia sono solo quattro, Suspense di Jack Clayton del 1961, Improvvisamente un uomo nella notte di Michael Winner del 1972, Presenze di Rusty Lemorande del 1992 e il film televisivo Il mistero del lago di Marco Serafini, apparso sulle reti Mediaset nel 2008.

Delle quattro soltanto la prima viene ricordata per la congrua forza suggestiva “alla James” e, guarda caso, solo in questa la casa assume una sua funzionale valenza di protagonista, al pari dei due lugubri revenant che ossessionano Miss Giddens.

Si tratta di una splendida villa gotica di Sheffield Park, nell’East Sussex, fotografata in modo sublime da Freddie Francis e infestata alla pari dell’anima della governante, interpretata da un’isterica quanto perfetta Deborah Kerr.

Con Gli invasati di Wise, Suspense è ancora oggi un classico che il cinema gotico, soprattutto il nascente horror italiano degli anni Sessanta, ha omaggiato in modo neppure troppo manifesto.

Ed è proprio Mario Bava, di cui più di un film pare non volersi liberare del fantasma jamesiano (chi ci ricordano i due bimbi pestiferi di Reazione a catena, se non i rabbrividenti Flora e Miles di Giro di vite?), che presenta nel 1966 una delle sue opere più incisive e personali (per quanto mortificata da un pessimo titolo allora modaiolo “alla Bond”), Operazione paura, ambientato in una sinistra villa dove imperversa lo spettro di Melissa, bambina-fantasma sempre annunciata da una palla che rimbalza con lentezza nel campo visivo.

Questa immagine segna a tal punto nel profondo l’immaginario di tanti autori che, con una sorta di effetto eco, riappare in diverse opere successive in un gioco citazionistico che dura da più di quarant’anni.

Comincia un anno dopo Fellini, che se appropria bellamente per il suo stupendo episodio Toby Dammit, il terzo del trittico tratto da Poe Tre passi nel delirio, e ne ritroviamo il simulacro ne La casa di Mary di James Robertson (1996), in Paura.com di William Malone (2002), in Nave fantasma di Steve Beck (2002) e in Dark Water di Hideo Nakata (2002).

Chiedendo scusa per la digressione, torniamo alle nostre haunted house di provenienza letteraria.

E dopo l’immortale Bly House, veniamo a Villa Belasco, un altro omaggio alla Hill House della Jackson, questa volta firmato dal grandissimo Richard Matheson e portato sugli schemi nel 1973 da John Hough.

Titolo italiano del romanzo, La casa d’inferno, e titolo del film Dopo la vita. Lo schema d’approccio della Jackson è palesemente omaggiato fino a specchiarsi nel gruppo di investigatori “parafisici” che vengono ingaggiati per indagare su una delle case più infestate del pianeta, la Hell House appartenuta al temibile Emeric Belasco.

Il film, sceneggiato dallo stesso Matheson, è purtroppo appesantito dalla fiacchezza registica di Hough, altrove decisamente più ispirato (es. l’ottimo Hammer Le figlie di Dracula del ’71), ma il soggetto, al contempo classico e di svolta (le motivazioni a monte dell’infestazione che risiedono nella bruttezza di Belasco, uno spot che ha deluso parecchi spettatori), con tutta una serie di varianti tipiche del periodo, come le “possessioni” che liberano l’energia sessuale repressa ma anche l’ira e il furore.

Di matrice letteraria è anche la “casa con gli occhi” di Amityville, situata al n° 112 di Ocean Avenue, a Long Island.

Il libro che ripercorre i 28 giorni da tregenda vissuti dai coniugi George e Kathleen Lunz nel dicembre del ’76, pubblicato in Italia nel ’79, fu scritto dallo scrittore documentarista Jay Anson, altro artista spentosi anzitempo a pochi mesi dall’uscita di quello che sarebbe divenuto un best-seller da dieci milioni di copie.

Come ricorderà chi ha visto la versione cinematografica firmata da Stuart Rosenberg, i due incauti sposini, dopo quasi un mese di convivenza con poltegeist e manifestazioni spettrali di ogni tipo, mollavano la spugna e fuggivano nottetempo senza neppure voltarsi indietro.

La particolare “forma “ coloniale della casa - che sembra proprio una faccia/zucca di Halloween con gli occhi infuocati - e nove film posteriori, pseudo-sequel o spin-off, hanno trasformato la magione nella più famosa delle haunted house, anche perché mezzo mondo la ritiene autenticamente infestata.

Per quel che si può affermare per certo (ma niente è mai certo dentro e fuori le case infestate…), nel village di Amityville a quell’indirizzo tal Ronald DeFeo jr. sterminò a colpi di fucile i genitori e quattro fratelli la notte del 13 novembre 1974.

Da allora è una ridda di storie a favore delle forze soprannaturali (come quella dei Lutz) e contrarie (come quelle ufficiali delle autorità di Amityville) e, sebbene lo stesso Anson non abbia mai fatto mistero di avere inteso trasformare una storia vera in una vicenda da poltergeist, i partiti pro e contro sono ancora oggi l’un contro l’altro armati.

Dopo che le ricerche dell’istituto di parapsicologia di Durham hanno comprovato l’infondatezza degli eventi narrati dai Lutz e la loro malafede a evidenti fini di lucro, nessun proprietario negli ultimi vent’anni non ci ha mai abitato troppo a lungo e a tutt’oggi e la cosa è tuttora in vendita.

E allora? Allora niente. Il fatto che persino la trasmissione televisiva Voyager abbia dichiarato a suo tempo che la coda paranormale alla strage di DiFeo è una bufala, ha alimentato tesi di segno opposto…

E torniamo ancora all’Overlook Hotel, senza dubbio in senso “espanso” la più grande delle haunted house.

L’Overlook immaginato da King fu ispirato da una notte passata da King allo Stanley Hotel in Colorado e quel che vediamo al cinema è il risultato di esterni girati all’albergo Timberlin Lodge sul monte Hood in Oregon e interni ricostruiti sul set degli Elstree Studios di Londra.

Aperto nel 1910 sulla catena montuosa del Colorado, il grande albergo fu periodico teatro di stragi, suicidi, bagni di sangue e regolamenti di conti, al punto da divenire lui stesso una gigantesca entità maligna - ancora l’Homigon - in grado di possedere il povero Jack Torrance e di autorigenerarsi, nonché di gestire al suo interno tempo, spazio e “visioni”.

Come sanno i kinghiani doc, l’intenzione di zio Stevie - una fra le tante - sarebbe quella di scrivere il seguito di Shining e forse di tornare sul luogo del delitto.

Fra le case degli “episodi minori” (si fa per dire…) elencati all’inizio c’è quella, suggestiva e funzionale, degli anni Quaranta (un bianco e nero splendido e struggente), che conosciamo come La casa sulla scogliera, azzeccato titolo italiano per The Uninvited (1943) di Lewis Allen (film che vanta pure un sequel misconosciuto, The Unseen, ancora firmato da Allen, uscito l’anno successivo), opera che si rivede con tenero affetto e che codifica un modello con cui fare i conti se ci confrontiamo con pellicole più recenti come Scarlatti di Frank La Loggia (1988), Le verità nascoste di Robert Zemeckis (2000) o The Haunting di Seacliff Inn di Walter Kenhard, quest’ultima distribuita nel ’94 con lo stesso titolo del classico di Allen: ovvero, una casa isolata a ridosso del mare, un oscuro passato da decifrare, pochissimi personaggi in carne e ossa, percezioni spaventose e soprattutto fantasmi evanescenti.

Se percorriamo a volo radente la storia del cinema horror, si verifica con facilità che il modello non è stato poi così abusato.

Se poi avvertiamo profumo di Daphne Du Maurier e della sua nebbiosa e magica Cornovaglia, non sbagliamo.

Dorothy Macardle, scrittrice e storica irlandese spentasi nel ’58 e autrice di Uneasy Freehold, romanzo da cui si trasse il film, era una grande ammiratrice della più illustre collega inglese cui si devono titoli indimenticabili, poi divenuti film, quali Rebecca, Gli uccelli e Non guardare adesso (il film A Venezia un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg), i primi due con ambientazione “a picco sul mare”.

Oliver Onions - pseudonimo dello scrittore inglese George Olivier (1873-1971) - pubblicò A Beckoning Fair One nel 1911, un racconto è conosciuto in Italia grazie a una fortunata raccolta curata da Fruttero e Lucentini nell’ormai lontano 1960.

Tradotto con il titolo La bella adescatrice, vi si narra di uno scrittore di scarso successo la cui vita viene progressivamente distrutta dalla casa in cui sceglie di andare ad abitare.

E’ in questo la magione del racconto diviene paradigmatica al tema di cui stiamo trattando. La casa ospita infatti una particolare presenza maligna, che invece di aggredire e terrorizzare il protagonista, sceglie di sedurlo e di “svuotarlo” sino a isolarlo dal mondo circostante.

Nel 1968, complice il periodo storico (poco adatto ai fantasmi del gotico, a essere sinceri) e il trattamento di Tonino Guerra ed Elio Petri, il film tratto dal racconto di Onions diventa una parabola sull’alienazione dell’intellettuale che, per dirla con parole dello stesso Petri, “fugge verso i fantasmi della cultura romantica” per evitare l’omologazione artistica.

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