Il Giappone, nei secoli addietro, ha mantenuto una lunga tradizione riguardante le pratiche balneari comunali, che troviamo ancora adesso nei sento e negli onsen odierni. Fonte di riequilibrio psico-fisico e di convivenza sociale, questi luoghi sono riusciti ad entrare nel profondo della cultura giapponese e a conformarsi alle nuove esigenze proposte dall’occidentalizzazione. Così come lo è andare al cinema, anche recarsi in un bagno pubblico è diventato nel paese del sol levante un fenomeno ampio e stratificato normalmente praticato.

Nell’evoluzione geologica del Giappone, la terra che oggi osserviamo è il risultato di vari processi tettonici avuti origine a causa dello scontro tra placche oceaniche e continentali. Uno spremersi a vicenda che ha creato una situazione tale da far risalire il magma a una distanza di pochi chilometri, e permettere il riscaldamento delle sorgenti naturali presenti nel territorio, alimentate dalle piogge meteoriche. Le sorgenti termali furono da sempre notate dai nativi giapponesi, per la loro ampia distribuzione geografica causata dalla presenza di molteplici archi vulcanici attivi.

Origini e storia

Non si sa come vennero utilizzate prima del 1400, tuttavia l’opera “the book of wei” (compilato da Wei Shou dal 551 al 554) suggerisce che, all’inizio del periodo Kofun (300-552 d.C), i nativi giapponesi praticavano dei bagni rituali nei fiumi e nei torrenti, influenzati dalla tradizione shintoista del misogi (decontaminare il corpo). La certezza di un primo utilizzo degli onsen, che prevedeva anche una certa attività di gruppo, si ha però solo nel VI secolo, quando il buddismo incominciò a essere importato, assieme a tutti quei miti di dei che si facevano il bagno a scopo purificatorio.

Lavarsi il corpo diventò qualcosa di più della semplice asportazione delle impurità del corpo a scopo simbolico, e venne inserito come parte di un rituale pre-cerimonia. Difatti, con la costruzione dei primi templi buddisti nel periodo Asuka, e i successivi complessi templari del periodo Nara, come il Todaiji, diventò usuale utilizzare questi stabilimenti balneari per le pratiche religiose. All'interno di essi i sacerdoti, prima di una cerimonia importante, si lavavano attraverso piccole vasche di legno, alimentate dall'acqua riscaldata in un grande calderone di rame.

In poco tempo, l'idea religiosa di fare il bagno per sanificare il proprio spirito, si fece strada anche nelle corti imperiali, diventando parte d'inizio o di conclusione di un rito, per le visite a un determinato tempio o per cerimonie inaugurative. Quest'ultimo veniva eseguito, per esempio, prima dell'ascesa di un imperatore, o della nomina di un principe ereditario, o dell'ingresso a corte di una consorte imperiale, in modo tale da lavare via simbolicamente le impuritĂ  acquisite in vita, prima di ascendere a uno "stadio superiore".

Più avanti nei secoli, precisamente nel periodo Kamakura, in cui nacquero le prime scuole buddiste in Giappone, questi bagni assunsero un carattere fortemente devozionale (nenbutsuyu), nei confronti dei bodhisattva, a cui si rendeva lode pregando all’interno di essi. Il bagno "religioso" non fu però l'unica usanza da dover considerare, perchè verso la fine del VII secolo si svilupparono modalità d’uso del bagno atte alla beneficenza o all'assistenza sociale (detti yuden o furuden).

In questo caso l’origine vi risiedeva nella pratica di offrire, all’interno dei templi, dei bagni occasionali ai membri laici, e successivamente alle persone in condizioni precarie. Ideali di bontà che finirono per ispirare i più ricchi, i quali misero a disposizione il proprio denaro per supportare i bagni per i poveri. L'esempio più eclatante è quello dell'imperatrice Komyo, che giurò di lavare a mano "mille mendicanti" in uno dei bagni del tempo di Nara, cosa che fece seriamente.

Tuttavia, in questi atti di carità, ci furono anche palesemente dei secondi fini, come in questo caso per motivi politici, di prestigio, oppure spirituali, del tipo onorare i propri antenati, o garantirsi la salvezza dopo la morte. Distaccato dalla scia religiosa, nel periodo Asuka, nacque un altro tipo di bagno più ricercato detto "terapeutico" (kusuriburo). Le prime testimonianze fanno capire che alcune sorgenti termali furono oggetto principale curiosità da parte di imperatori e altri esponenti d'elitè di questo periodo e del successivo.

Questi, infatti, andavano apposta a visitarli, come quello famoso di Arima, a scopo di recupero personale, suggerendo un possibile iniziale approccio medicinale. Inoltre, con l'apparizione di miti e leggende che dipingevano queste acque come doni offerti all'uomo da animali e divinitĂ , le sorgenti terapeutiche acquisirono col tempo sempre di piĂą un maggior carattere mistico, aumentandone la loro popolaritĂ .

Non è un caso quindi che i sacerdoti incominciarono a offrire regolarmente, nel periodo Kamakura, aiuto ai malati nei loro stabilimenti, credendo che potessero trovare refrigerio dalle loro pene. Molti di essi però non erano degli onsen, ma dei bagni a vapore detti "mushiburo". Fonti curative erano infatti anche l’iwaburo (bagno di roccia) e il kamaburo (bagno del forno), odiernamente considerati come i primi antenati delle nostre saune moderne.

Tuttavia, partire e lasciare la propria residenza per poterli visitare, non era una cosa che tutti si potevano permettere di fare, tant'è che a metà del periodo Heian, si usò anche costruire dei propri bagni privati. Queste potevano essere vasche riempite di acqua proveniente dagli onsen, o con acqua naturale arricchita di minerali ed erbe aggiunte artificialmente. Un fenomeno però che si stava sviluppando solo nei domini aristocratici, a causa delle risorse limitate del territorio e dei costi poco abbordabili per la massa.

Tra il XV e il XVI secolo i bagni pubblici ad acqua termale e a vapore aumentarono di numero; infatti, furono costruiti più bagni nei templi e anche nelle residenze dei cortigiani e dei guerrieri (quest’ultimo caso meno comune), diventando un po’ più abbordabili dalle fasce medio-alte. Inoltre, incominciarono ad assumere sempre più un carattere pratico, e quindi incentrato sulla convivenza sociale e sul benessere dell’uomo.

Sotto questa prospettiva, quelle a carattere piĂą religioso rimasero ancora attive (si facevano ancora spesso le abluzioni prima dei riti) ma percepite in maniera meno rigida. Si potevano adesso tenere servizi commemorativi per i defunti, o mettere in pratica atti di caritĂ  e benevolenza sociale anche nelle residenze private dei nobili.

Per fortuna, questa apparente regressione in qualità di disponibilità fu accompagnata da un leggero progresso riguardante l’aspetto terapeutico delle terme. Diversi imperatori, come Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu continuarono a dedicare periodi della loro vita a scopo rigenerativo, ma allo stesso tempo anche molti tra guerrieri, cortigiani e preti ebbero possibilità di recarsi nelle famose terme di Arima, Yase o Atami per motivi simili.

Tuttavia, bagni di questo tipo, oltre che per cura o per piacere, avevano ancora poco a che fare con la pulizia del corpo in senso fisico. Ciononostante, alcuni stabilimenti balneari si dedicarono anche a questo. Alcuni esempi furono registrati nei diari di alcune persone del passato, come quello di un medico chiamato Tokitsune, il quale mostrava come alcuni dei suoi pazienti facessero un lavaggio del proprio corpo post-malattia.

Inoltre, era consuetudine per la gente ricca offrire il bagno della propria residenza agli ospiti per etichetta sociale, o come trattamento di favore per i lavoratori. Nel periodo Edo le conoscenze riguardo le pratiche igieniche erano ancora poco conosciute, e quindi si incominciò un vero studio riguardo le proprietà curative delle acque degli onsen. Infatti, si diffusero dei libri sui loro aspetti benefici, associati a un’accurata contabilità delle diverse tipologie di sorgenti.

Tutto questo fece diventare gli onsen dei veri e propri fenomeni di massa (si svilupparono i primi stabilimenti moderni, gli yuya “negozi di acqua calda”), a tal punto da dover arrivare a fare una divisione delle strutture in base allo status sociale di chi le visitava: gente comune, gente di alto rango, e governatori. Nel periodo Meiji e in quelli successivi, con l’apertura delle ferrovie, fu più facile per la popolazione comune visitarli.

Inoltre, grazie diffusione della tecnologia di perforazione e al miglioramento nel campo della chimica, le ricerche vennero poi ulteriormente approfondite, fino ad arrivare a un punto in cui venne dimostrato scientificamente il loro valore terapeutico. Negli anni 30, ormai studiata anche in alcune universitĂ , si poteva addirittura prendere una laurea in medicina onsen, e venne fondato uno dei lavoratori di ricerca piĂą importanti, a Beppu Onsen.

Per quanto riguarda invece i bagni pubblici comunali, questo secolo è importante perché ci furono i primi esempi chiari di questo fenomeno. Uno dei più rappresentativi è il bagno della residenza Konoe, costruita nel 1482, che diventò un vero e proprio centro ricreativo usato sia da cortigiani e sacerdoti, che dai guerrieri. In sostanza si trattava di un furyuburu (bagno estetico), ovvero un luogo pregno di decorazioni del tipo quadri, vasi e altri oggetti simili.

All’interno di esso si poteva mangiare, bere, giocare, e svolgere alcune attività come l’osservazione dei fiori. Tuttavia, avvalersi di uno sfarzo simile non era usuale in un’epoca in cui imperversavano guerre feroci come quella Onin del 1467-1477, e per molti non fu sempre possibile continuare a mantenerli.

Per quanto riguarda quelli privati e situati nei templi, uno di questi accorgimenti presi fu quello che ognuno dei bagnanti dovesse portare a sue spese dei pezzi di legno per potere riscaldare l’ambiente (pratica detta gomokuburo). Ma la vera rivoluzione si ebbe nel momento in cui a Kyoto si svilupparono i bagni comunali per il popolo (un bagno a penny, un “sentoburo”), gestiti da piccoli imprenditori, e a cui potevano accedervi la gente di fascia medio-bassa.

In realtà, furono riscontrati diversi bagni “commerciali” anche nei secoli precedenti, istituiti da alcuni sacerdoti che intuirono di dover fare qualcosa per aumentare l’afflusso di gente. Tuttavia, se era necessario già all’ora distribuire un servizio simile a una fascia demografica un po’ più bassa, nel XV secolo divenne praticamente prioritario incentivare la formazione di bagni a pagamento fisso e adattarli al bisogno comune.

Anche in un periodo come quello degli stati combattenti, valeva quindi la pena rischiare il proprio capitale per costruire e gestire un bagno in diverse parti del paese, a dimostrazione del fatto che i profitti ricevuti erano piuttosto considerevoli. Tra il 1400 e il 1600, tale pratica continuò a espandersi, a tal punto che furono identificati più di venti sento a Kyoto, e altri minori sparsi in tutti gli altri quartieri, diventando così emblematici, a tal punto che alcuni incroci assunsero lo stesso nome dello stabilimento balneare a loro vicino.

Il costo singolo era comunque inizialmente un po’ proibitivo (probabilmente circa il prezzo di un litro di riso, ovvero 8 mon), tuttavia si stavano creando delle alternative più comode ed efficaci. Uno di questi fu quello di rendere disponibile il bagno in affitto (tomeburo), cioè permettere a un gruppo di persone di prendere l’intero spazio per qualche ora, permettendo anche a quelli meno abbienti di poterne usufruire nelle settimane in cui riuscivano a racimolare la somma prevista.

Preti, servi, e altra gente di basso rango, se lo facevano, spesso stavano insieme nei momenti in cui i bagni non erano presi in affitto da quelli più altolocati, ma potevano capitare benissimo anche delle mescolanze negli orari pubblici. Questi luoghi furono i primi esempi in cui la gerarchia non imponeva in modo pressante il proprio volere, creando quello che si potrebbe definire un primo filo comunicativo tra gli elite e la gente comune dell’epoca.

Se nel 1500 era quindi ancora un po’ difficoltoso per i popolani delle grandi città visitare questi posti, nel 1600 la pratica di farsi il bagno si era diffusa a tal punto da andare al di là del solo fenomeno urbano. I proprietari dei bagni avevano spesso origini umili, e le loro strutture venivano sovvenzionate per poter essere costruite anche in remoti villaggi rurali, come quelli del Kyushu.

Ecco che col periodo Edo, dominato da un periodo di relativa pace e dalla consolidazione del potere centrale, si ebbe quindi la possibilità di migliorare l’utilizzo dei sento grazie alla crescita economica e urbanistica che stava imperversando nel Paese. Inoltre, col maggior afflusso di gente nelle città, si stavano sviluppando dei problemi sanitari, ai quali ci si dedicò con più attenzione.

Siccome gli incendi a Edo (l’attuale Tokyo) erano frequenti, furono formulate severe norme antincendio dettate da Tokugawa Ieyasu, che limitarono fortemente l’uso del riscaldamento alla gente comune e alla classe media. Solo quelli più altolocati e le loro famiglie erano esentati da tale obbligo, mentre tutti gli altri (almeno tra quelli che avevano un proprio bagno privato) furono costretti a frequentare i sento per potersi lavare.

I bagni del periodo Edo usufruirono di questa imposizione per diventare ancora più popolari, a tal punto che al giorno d’oggi troviamo spettacoli televisivi, film, libri e pitture che li citano e li descrivono. Facile quindi intuire che ci fu anche una certa fioritura dei vari tipi di bagni pubblici.

Per esempio, ci furono dei bagni che ripresero il concetto di gyozui, cioè quello di lavarsi con l’acqua fredda, anche se in questo caso per motivi di rinfresco durante i periodi estivi. Bagni sicuramente molto economici, perché l’unico requisito da dover rispettare era solo avere una vasca di legno da mettere nel proprio giardino o da altre parti della propria abitazione.

Ma non solo, si iniziò a considerare anche di dover inserire dei bagni in altre strutture, tipo nelle case da tè, o nei ristoranti, utili per i viaggiatori che volevano rilassarsi prima di cenare e andare a dormire. Addirittura, furono inventati i bagni “mobili” come i “tsujiyu”, ovvero vasche da bagno e acqua calda vendute separatamente all’angolo della strada, oppure i “yubune”, che sono delle piccole imbarcazioni che fornivano il fabbisogno per potersi lavare, usando il fiume come mezzo di trasporto.

Onsen e Sento: le differenze

Spesso, da turista soprattutto, si tende a chiamare onsen qualunque luogo in cui ci si spoglia e ci si rilassa in acqua calda. In realtà le Onsen sono vere e proprie stazioni termali, mentre i Sento (銭湯) sono i bagni pubblici. A differenza dell’occidente, infatti, in Giappone esiste ancora il concetto di andarsi a lavare in un bagno pubblico, ovvero in una struttura dove, a pagamento, è possibile farsi una “doccia” ed a seguire rilassarsi in grandi vasche comuni riempite con acqua calda. Nei sento, però, l’acqua calda non è termale ma è semplicemente riscaldata, allo stesso modo di come avviene in casa propria. Questa differenza è fondamentale.

Un’altra caratteristica di tanti sento è la presenza di grandi dipinti sulle mura o sulle vasche che raffigurano paesaggi e scene naturali, un po’ a richiamare le vasche all’aperto delle onsen. I primi bagni pubblici aperti a tutti ed assimilabili ai sento moderni, risalgono al periodo Edo quando, con lo shogunato Tokugawa, la capitale fu spostava a Tokyo ed il numero della popolazione aumentò. In questo periodo le abitazioni non disponevano di acqua calda e di tubazioni, per cui l’unico modo decente per tenersi puliti era proprio quello di frequentare questa tipologia di locali.

Lo sviluppo dei Sento moderni su larga scale, invece, ha avuto inizio nel dopoguerra quando, anche in questo caso, il numero della popolazione iniziò ad aumentare e le case o erano state distrutte dai bombardamenti o iniziarono a rimpicciolirsi; le vasche da bagno diventarono ingombranti e non erano più presenti in molte abitazioni, per cui l’unica soluzione era frequentare i Sento vicino casa.

In tempi recenti, i sento stanno diminuendo molto velocemente, si è passato da un picco di circa 22.000 in tutto il Giappone intorno al 1970, a poche migliaia degli ultimi anni. Oggi sono visti più come luoghi di relax e SPA, piuttosto che veri bagni pubblici.

Luoghi termali famosi in Giappone

Il Giappone è pieno di zone termali, famose sia per il risvolto salutare delle proprie acqua sia perché mete turistiche di grande fascino.

  • Ginzan Onsen: Una piccola cittadina termale nella prefettura di Yamagata, famosa per i suoi ryokan lungo il fiume.
  • Kinosaki Onsen: Con una storia di 1.300 anni, offre 7 sorgenti termali naturali raggiungibili a piedi.
  • Hakone Onsen: Attraversata da varie fonti termali, a breve distanza dal Monte Fuji.
  • Beppu Onsen: Situata a Kyushu, è famosa per le sue otto fonti termali chiamate "Gli 8 inferni di Beppu".
  • Kurosawa Onsen: Una cittadina termale che evoca l'atmosfera tradizionale giapponese.
  • Noboribetsu Onsen: A sud-ovest di Hokkaido, è nota per le sue distese di zolfo bianco.
  • Nyuto Onsen: Un'area termale rurale tra le montagne della prefettura di Akita.
  • Yudanaka Onsen: Vicino al parco dei macachi giapponesi che fanno il bagno nelle onsen.

Come fare il bagno in una onsen

Sia le onsen che i sento prevedevano inizialmente bagni misti per uomini e donne ma, a partire dal periodo della Restaurazione Meiji (1868 - 1889), in tutto il Giappone le stanze per uomini e donne sono separate (ad eccezione di pochissime aree rurali). In una casa tradizionale, in un ryokan o in un sentō, il bagno è composto da due parti: una con il WC (toire) e l’altra con la doccia e la vasca da bagno (ofuro). La stanza-bagno dove si trova l’ofuro è una stanza totalmente impermeabile, dove è presente anche la doccia.

Se ci troviamo in un ryokan o un ryokan onsen, ci verrà fornito il necessario, ovvero due asciugamani (uno grande e uno piccolo) e lo yukata, che è la vestaglia da indossare dopo il bagno (non è necessario lo yukata nelle altre tipologie di strutture, puoi indossare i tuoi vestiti), oltre ai saponi che saranno già presenti in bagno. L’asciugamano piccolo sarà usato a “mo’ di spugna” e per coprire le parti intime (per chi vuole, vedremo meglio dopo), mentre con l’altro ci asciugheremo.

Nei migliori onsen viene fornito il necessario (spesso anche prodotti di alta qualitĂ ), ma piĂą sovente, saponi a parte, gli accessori quali asciugamani sono a pagamento. I bagni pubblici (sentĹŤ) sono frequentati dalle persone del posto, in quanto situati solitamente nei pressi delle abitazioni.

Ci recheremo quindi verso un armadietto prestabilito, generalmente fornito di chiave o codice, dove potrebbe essere richiesta una moneta per la chiusura (e che verrà resa all’apertura). Qui ci spoglieremo completamente lasciando tutti i nostri indumenti e l’asciugamano grande nell’armadietto e, forniti del solo piccolo asciugamano, entreremo nell’area dove troveremo le docce e le vasche, solitamente dopo una porta scorrevole.

Anche se ci apparirà scomodo, potremo servirci degli sgabellini e delle bacinelle (vedrai come fanno loro) per sederci di fronte allo specchio, occupando la postazione dove ci laveremo. Spesso i giapponesi, prima di entrare nella vasca, “tastano” l’acqua per mezzo di una piccola bacinella, cosa che puoi fare anche tu. Anzi, te lo raccomando.

Non si entra mai nelle vasche con il costume, e neanche con il piccolo asciugamano con cui ci si è lavati (che andrà lasciato a bordo vasca oppure in testa), né tantomeno i saponi dovranno entrare a contatto con l’acqua della vasca. Si entra completamente nudi e puliti. Questo concetto vale anche nella case private.

Tipologie di bagno

Menziono ancora una categoria di bagni che adoro, ovvero le vasche all’aperto (rotenburo 露天風呂), che possono contenere sia acqua termale che normale. A questo proposito faccio ancora presente che la stragrande maggioranza degli onsen in Giappone ha aree separate per uomini e donne (talvolta gli spazi vengono usati a rotazione), tuttavia in alcune zone rurali e non esistono solo onsen misti (chiamati kon’yoku).

Costi

Le spa sono più care, indicativamente si aggirano sui 2.000-2.500 yen, ma forniscono grande comfort e ottimi servizi annessi. Parlando di ryokan onsen, questi mediamente hanno costi abbastanza elevati ma non esagerati: quelli più semplici hanno prezzi che partono da circa 9.000 yen a persona e includono anche la mezza pensione (oltre all’accesso alle vasche termali).

Onsen e tatuaggi

Il tatuaggio in Giappone è associato alla mafia giapponese (yakuza), quindi, anche se molte strutture sono tolleranti verso gli stranieri, non tutti i bagni ti accetteranno. Abbiamo così fatto un excursus sui bagni in Giappone, una sorta di “viaggio dentro al viaggio”.

Come ricreare un bagno giapponese in casa

Avendo più chiaro l’esatto svolgimento dell’intero rituale dell’Ofuro, ora è molto più semplice comprendere di quali elementi si ha bisogno per portare questo pezzo di Giappone in casa propria. Ad ogni modo, qui di seguito abbiamo raccolto in una breve checklist di tutto ciò che non può mancare.

  • Prevedere uno spazio per la furoba: In Oriente, con furoba si intende una stanza da bagno decisamente diversa da quelle piĂą comuni in Europa. Infatti, questa non deve essere provvista deii sanitari che, per non intaccare la purezza del rito, dovrebbero essere collocati in un altro locale della casa. Solitamente, la furoba presenta dimensioni simili ai nostri bagni ed è interamente rivestita in legno. Al suo interno viene collocata sia la doccia (walk-in o aperta), sia la vasca freestanding in cui entrare dopo essersi lavati.
  • Il lavabo: La moderna trasposizione dei catini e degli sgabelli è il lavabo che, nella cultura giapponese, dovrebbe essere collocato in una zona diversa e separata rispetto allo spazio riservato alla vasca. Tuttavia, anche per questione di spazi, oggi non è insolito vederlo installato all’interno della furoba in un unico ambiente. Di solito è in un materiale naturale come il bambĂą.
  • I sanitari: Nel Paese del Sol Levante, infatti, al piĂą classico WC si preferisce il washlet che, in un solo complemento autopulente, raccoglie piĂą funzioni: WC appunto, bidet, diffusore di essenze e - spesso - anche stereo per la musica.
  • Stile minimale: Quando si arreda un bagno in stile giapponese, il mantra è mantenersi minimal: ogni linea, dunque, deve essere pulita, essenziale ed elegante. Allo stesso modo, anche i materiali utilizzati devono essere naturali: ottimi quindi i marmi, le pietre e i legni, ma anche l’acrilico può andare bene se si ricercano soluzioni a cavallo tra la tradizione e la funzionalitĂ . Per quanto riguarda i colori, poi, i piĂą utilizzati sono il bianco, il tortora, il beige, il nero e il marrone scuro venato.
  • Ciabatte da bagno: L’ultimo tocco per un bagno davvero giapponese è mettere a disposizione di chiunque ci entri delle ciabatte pulite con le quali sostituire le scarpe. Per i giapponesi, infatti, è estremamente importante mantenere separate le zone pulite interne, da quelle sporche esterne.

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