La fascia costiera tra Vigliena e il Molosiglio era definita da Matilde Serao “il mare del popolo”.
Origini Storiche
Nel territorio al confine con San Giovanni vi era il fortilizio di Vigliena: era stato costruito per la difesa del Golfo tra il 1703 ed il 1706 su una precedente torre spagnola per ordine del viceré Juan Manuel Fernando Pacheco, marchese di Villena, da cui prese il nome, oggi diruto. Era usato anche per la pratica di artiglieria che dovevano fare gli alunni della Regia Accademia Militare della Nunziatella, istituita nel 1787. Fu distrutto in parte nei moti rivoluzionari del 1799.
La città era collegata dal Ponte della Maddalena, ingresso ufficiale della città sul lato della costa. Era stato allestito nel 1555 da don Bernardino de Mendoza a ridosso delle mura e del Castello di Sant’Erasmo (oggi borgo di Sant’Erasmo), in una zona paludosa, detta Borgo di Loreto, in cui sfociava il fiume Sebeto, lodato dal poeta Jacopo Sannazaro (ora nascosto sotto gli edifici).
Verso il 1830, con lo sviluppo della balneazione, furono realizzati dei bagni popolari al Ponte della Maddalena; e dopo l’Unità, verso il 1862, erano menzionati due stabilimenti presso il ”fiume Sebeto alle Paludi”, nella fascia costiera degli odierni quartieri di Gianturco e Sant’Erasmo.
In quel territorio era stato costruito l’edificio dei Granili, un deposito per il grano e le vettovaglie pubblici, secondo il progetto dell’architetto Ferdinando Fuga, completato nel 1778. In questo edificio si conservavano anche materiali di artiglieria e vi era pure una fabbrica di cordami. Danneggiato durante la Seconda guerra mondiale il fabbricato è stato demolito nel 1953.
Vicino ai Granili verso il 1790 fu eretta per volere della regina Maria Carolina anche una Casina cinese, raffigurata tra l’altro in un piatto del “Servizio dell’Oca” commissionato dalla regina tra il 1792 e il 1795 e conservato nel Museo di Capodimonte. Forse ospitava gli uffici di direzione o quelli della Dogana della farina, che aveva sede al Mandracchio (porto commerciale), in un locale eretto nel 1596 da Domenico Fontana per ordine del viceré conte d’Olivares, quando il grano era conservato nelle Fosse.
Il territorio anticamente era quasi disabitato ma ricco di mulini per l’acqua abbondante che vi era nella zona, molto paludosa. Nel 1731 in epoca austriaca, il viceré Aloys Thomas Raimund von Harrach aveva collegato il Borgo con la “Strada Nuova” «fatta appianare, lastricare e abbellire con fontane».
Vi era una fontana con quattro cavalli marini che “buttavano acqua” fatti trasportare dallo stesso viceré da una fontana più antica che era davanti alla porta del Castel Nuovo (Maschio Angioino) nel luogo detto Piazza Francese.
Presso la chiesa era stato fondato dal sacerdote Giovanni di Tappia il Real Conservatorio per orfani e orfane. Poi al tempo di Alfonso Carafa le orfane furono trasferite nei Conservatori dell’Annunziata a Sant’Eligio. Nel Conservatorio si insegnava il mestiere dell’arte della seta: gli orfani imparavano quella di trenettaro (lavorante di trine), filatore, berrettaio. Alcuni erano istruiti anche nella musica, soprattutto nel teatro musicale.
Il conservatorio diventò tanto importante da essere affidato nel 1689 al maestro Alessandro Scarlatti che vi insegnò per un anno. Gli orfani dediti alla musica partecipavano anche a particolari feste marine, come gli “spassi di Posillipo”, una sfilata di barche di nobili che seguivano la scia della gondola vicereale al suono di musica e canto.
Nel Borgo vi erano molti artigiani ma anche categorie professionali legate “all’arte del mare”, padroni di barche, marinai, pescivendoli ma soprattutto pescatori “rezzaioli” (pescatori con varie reti), “sciabicari” (che pescavano con una rete a sacco detta “sciabica”), “palangresari” (pescatori col palangrese, un paniere pieno di ami): i pescatori e marinai che dai primi del Cinquecento si erano riuniti per raccogliere fondi per pagare un medico e un cerusico (barbiere) per curare i pescatori e marinai malati.
Il Monte era simile a quelli creati lungo tutta la fascia costiera napoletana e dei golfi di Napoli e Salerno. Questi Monti avevano fini previdenziali più che assistenziali poiché prevaleva l’aspetto mutualistico su quello caritativo. La loro natura era privatistica ma riconosciuta dallo Stato: venivano costituiti attraverso un atto notarile, in cui si accludeva il regolamento, ma dovevano conseguire il regio assenso.
Sviluppo della Balneazione
Nel corso dell’Ottocento con lo sviluppo della balneazione nella spiaggia prospiciente il Ponte della Maddalena e su quella della Marinella, furono costruiti degli stabilimenti balneari con “camerini” o spogliatoi. nel 1838 si contavano tre stabilimenti nella spiaggia della Marinella, aumentati a sei nel 1862, usati dai ceti popolari.
Verso il 1870 per risolvere il problema delle precarie condizioni igieniche il Municipio propose di costruire alla Marinella dei bagni in muratura gratuiti per i poveri in modo da diffondere le cure idroterapiche che potevano prevenire le malattie causate dalla mancanza di igiene. Lo stabilimento progettato dall’ingegnere francese Emilio Pelard non fu però costruito dal Comune per mancanza di fondi.
Bagno popolarissimo! Il caffè-concerto, che aveva tentato di modernizzarlo, non vi ha attecchito, il pianoforte non vi ha successo. Tutt’al più, alla domenica, due poveri esseri sbilenchi, un vecchio storpio e una fanciulla rachitica, vi miagolano delle canzoni vecchie anch’esse, canzoni di tempi lontani, che noi non ricordiamo più; sono le canzoni dei nostri nonni, che bevevano anch’essi, là, la loro mummarella d’acqua ferrata e prendevano anch’essi il bagno in quell’acqua verdognola, un po’ oleosa su cui qualche torsolo di spiga naviga, tacitamente, come una gondola solitaria in canal Grande, a notte.
Bagno popolarissimo! Tutte le mamme della nostra piccola borghesia, tutte le operaie che vogliono un’ora di freschezza, dopo il lavoro estenuante, vanno là. E quante conversazioni, sulla rotonda, mentre si chiamano i numeri [della tombola]; quale cicaleccio femminile incessante, intrammezzato dagli strilli dei bambini che si acciuffano e si ruzzolano per terra, disputandosi un tarallino o mezza galletta …
Durante il Risanamento, a fine Ottocento, il Borgo fu trasformato. Poi nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale è stato completamente distrutto, compresa la chiesa di Santa Maria di Loreto, visto che era a ridosso del porto.
Il Borgo e le Fortificazioni
Il Borgo di Loreto confinava con la fortificazione del Carmine, detta anche “sperone”, eretta in epoca angioina, di cui oggi resta solo un torrione. Al Carmine si accedeva dall’omonima porta, prospiciente alla chiesa del Carmine.
Le costruzioni per risistemare le fortificazioni “alla moderna”, dovute al cambio dell’arte della guerra, iniziarono a partire dal 1532, con il viceré don Pedro, rimasto in carica per circa un ventennio, chiamato per la sua alacrità nella riorganizzazione del territorio urbano il “viceré urbanista”. Il torrione, distrutto da un’alluvione nel 1566, fu fatto ricostruire ed includere in una struttura quadrangolare più ampia dal viceré Parafan de Rivera, duca di Alcalà,
Nel corso del Seicento i viceré manifestarono un progressivo disinteresse alla struttura, privata anche della guarnigione di soldati. Solo dopo la rivolta venne riorganizzato e dopo che venne occupata una parte del convento dei Carmelitani si fecero dei lavori per separare i due edifici. Il funzionamento del forte durò per tutto il Settecento ma nel 1789 furono formulate proposte per il suo abbattimento, per abbellire la città.
Il progetto fu ripreso negli anni Trenta dell’Ottocento per creare un migliore sistema viario. Negli anni Quaranta iniziò la costruzione della nuova arteria, che andava dalla Marinella alla porta del Carmine, completata nel 1860 (odierno Corso Garibaldi).
Nel territorio del Carmine e nella adiacente piazza del Mercato fin dall’epoca normanno-sveva vi erano numerosi fondaci di varie “nazioni”, tra cui i pisani, gli amalfitani e scalesi, che avevano fondato una chiesa. In epoca angioina, dopo la costruzione del nuovo porto, dell’arsenale e del castello, la zona mercantile si era ulteriormente ampliata, verso l’odierna via Toledo, una via creata dal viceré don Pedro verso il 1530, si erano stanziati numerosi forestieri che avevano costruito le loro logge, spazi aperti dove si trattavano le questioni inerenti i traffici marittimi, quella dei genovesi, nella zona degli orefici, quella dei pisani, fondata nel 1238 (oggi in corrispondenza di una traversa di via De Pretis), quella dei mercanti toscani, senesi, lucchesi, ecc. separati dai fiorentini che avevano una loro loggia, quella dei catalani e dei lombardi (di cui restano tracce nella toponomastica cittadina).
I fiorentini e catalani, molto presenti in epoca aragonese, durante il viceregno non riuscirono a mantenere la posizione egemone, sostituiti pian piano dalla “natione genovese”, i banchieri della monarchia spagnola. Furono comunque confermati i privilegi alle “nazioni” fiamminga, fiorentina, veneziana, ragusea (con i suoi abili commercianti e capitani di Ragusa, odierna Dubrovnik) e, dopo la ratifica della pace (1804) a quella inglese.
Dagli anni Quaranta furono stipulati trattati di Commercio con La Porta Ottomana, Tunisi, Olanda Svezia, Danimarca Russia, per cui il commercio si incrementò notevolmente e furono nominati numerosi consoli stranieri, spagnoli, inglesi, olandesi, francesi, austriaci, ragusei, danesi, russi sia nella Capitale che in tutto il regno, residenti nella zona del Mercato e in quelle limitrofe.
Anche i gerosolimitani, poi cavalieri di Malta, avevano avuto la concessione di fondare una loro chiesa, con un ospedale, dedicata a San Giovanni Battista: era stata costruita di fronte al mare, dopo il portico di Sant’Eligio, che prendeva il nome dall’omonima chiesa e immetteva nella piazza del Mercato. In essa il 24 giugno si svolgeva la festa in onore di San Giovanni, di origini pagane, durante la quale ci si gettava a mare in ricordo del battesimo.
L’itinerario dei luoghi in cui si svolgeva la festa era l’asse portante mercantile della città, tra il Carmine e il porto: il viceré, scortato dall’Eletto del Popolo, cavalcava dal Largo di Palazzo (odierna Piazza Plebiscito) fino alla Chiesa di San Giovanni, omaggiato e riverito.
Una delle soste era alla Porta del Caputo, dove venivano allestite la fontana da cui sgorgava vino e la cuccagna, assalita dai popolani al comando del viceré. Vi era anche la deviazione alla Pietra del pesce o della Loggia, dove i mercanti del pesce offrivano un lauto banchetto a base di prodotti ittici.
Il Mercato del Pesce
La vendita del pescato era regolata da rigide norme: i parsonali o capi paranza, incettatori di pesce sul mercato, quasi sempre di Santa Lucia, dove avevano fondato un “Monte”, davano degli anticipi ai padroni delle barche da pesca chiamate gozzi o feluche. Questi a loro volta dividevano il prodotto della pesca in 12 parti, la metà per loro e il resto diviso tra le persone dell’equipaggio.
Inoltre, i capiparanza esigevano altri diritti tra cui uno per la mediazione tra i padroni ed i pescivendoli che andavano in giro a vendere per le vie. Il pescato veniva portato nei luoghi deputati per la vendita, le pietre del pesce site al Lavinaio o della Loggia, al Mandracchio (porto commerciale), a Santa Lucia e a Chiaia, dove i parsonali trattenevano la parte migliore per venderla in loco, cedendo il residuo ai bazzarioti o venditori ambulanti.
Durante il Carnevale nelle quattro pietre del pesce della Loggia, del Porto, di Santa Lucia e di Chiaia l’Eletto del Popolo insieme con i capiparanza organizzava i festeggiamenti ed allestiva delle cuccagne con i migliori prodotti ittici.
Durante la festa venivano distribuiti alla popolazione dei “cartelli di quadriglia”, fogli volanti, conservati presso la Società di Storia Patria di Napoli o presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Su questi fogli erano stampati componimenti letterari che appartenevano al genere dei canti carnevaleschi (sul modello di quello di Lorenzo il Magnifico “Quant’è bella giovinezza…, diffusi in Toscana), di cui vi sono testimonianze dalla metà del Seicento.
Questi fogli si diffusero enormemente nel corso del Settecento, quando il Carnevale era organizzato dai più importanti mercanti impegnati nel rifornimento alimentare, come i fornai, i macellai, i “cedrangolari” (venditori di agrumi). A titolo di esempio nella “Quatriglia de li piesciavienole de la Preta de la Loggia” del 1767, scritta come canto amebeo su modello delle Ecloghe piscatorie del poeta Jacopo Sannazaro, i due personaggi, Antuono e Minineco dialogavano amabilmente tra loro, magnificando la “Preta” e gli ottimi prodotti che si vendevano, “li pisce cchiu stimate”. Migliori di quelli venduti dai Luciani (i pescivendoli di Santa Lucia).
Il Bagno Sirena Oggi
Lo spicchio di litorale napoletano sotto Via Posillipo, all'ombra di Palazzo Donn'Anna, è un luogo dove storia e leggenda si intrecciano. Questo scenario, caro a Oscar Wilde e Eduardo De Filippo, è stato rifugio marino di nobili, intellettuali e pescatori.
Il Bagno Sirena, uno degli stabilimenti più antichi della zona, è gestito da quattro generazioni della famiglia Liguori dalla fine dell'Ottocento. Franco Liguori, della casa editrice omonima, afferma: "Il legno è come l’uomo, si trasforma". Le tavole di abete bianco siberiano vengono cambiate ogni anno, e l'odore di resina dei carichi provenienti dalla Russia è particolarmente amato.
Oscar Mercante, ingegnere e presidente del Consiglio d'amministrazione dello stabilimento, racconta che l'impresa fu avviata nel 1878 dal bisnonno Luca Ciaramella. "Si cominciava allora ad andare ‘in villeggiatura’ a Posillipo grazie alla strada voluta da Gioacchino Murat, prima si arrivava solo dal mare".
Le cabine erano giornaliere, ognuna con una scaletta privata per consentire alle signore di fare il bagno al riparo da sguardi indiscreti. Il servizio offriva sedie, teli di lino e costumi a noleggio. Ma, come altre zone di Napoli e la città stessa, via Partenope ha nella splendida vista sul mare di cui si può godere da ogni suo punto, la base del suo fascino e della sua bellezza, ma anche di quel pizzico di misticismo, che tanto la rende interessante agli occhi di turisti romantici e napoletani innamorati.
La città di Parthenope o Partenope, era una colonia della Magna Grecia, fondata dai Cumani intorno al terzo quarto dell’VII secolo a.C, in contemporanea alla fondazione di Cuma. Sorta in posizione particolarmente favorevole - circondata su tre lati dal mare - per i traffici marittimi, Partenope divenne ben presto molto più potente della città madre, a cui si oppose in alcune occasioni. Cuore pulsante di tutta la sua attività era il porto, situato verso l’attuale piazza del Municipio, dove approdavano tutte le navi dirette in Iberia, Sardegna e Baleari.
In seguito alla loro espulsione da Cuma, ad opera del tiranno Aristodemo di Cuma, alcuni membri dell’aristocrazia si stabilirono in città, facendo si che questa divenisse una dei più grandi porti del mediterraneo. La crescente importanza di Partenope, divenuta ormai “un’anti-Cuma”, produsse un crescente sviluppo urbanistico, che portò alla conseguente rifondazione della città come Neapolis. Ma, per quanto si siano sforzati di trasformarla in una “città nuova” Napoli resterà per sempre legata alle sue radici, a quel nome, Partenope, che ancora oggi capeggia imponente nell’etimologia delle strade, come nel caso appunto di via Partenope; tra i monumenti della città, si pensi alla fontana dedicata a Parthenope, istallata in Piazza Sannazaro, e nel cuore degli stessi cittadini, orgogliosi di definirsi “ Partenopei”.
Il nome Partenope, che significa “verginale”, fu scelto per identificare una delle sirene che erano adorate nella Magna Grecia. Sono giunte fino a noi solo poche notizie storiche e attendibili inerenti i culti d’adorazione alla sirena, notizie, che riguardano principalmente una corsa con le fiaccole che ogni anno si compiva in suo onore. Pare infatti, che la sirena Parthenope la più bella del golfo, morì in seguito alle pene d’amore dovute al riufito del leggendaro eroe Ulisse. Il suo corpo senza vita approdò sulle rive dell’isolotto di Megaride in cui oggi sorge Castel dell’Ovo, e proprio lì sia stata sepolta una dei patroni di Napoli, santa Patrizia.
Secondo un’altra leggenda, invece, gli Argonauti passarono per l’isola dove viveva la sirena e Orfeo, che anche prese parte alla spedizione, suonò la cetra; Parthenope morirà quindi suicida, affogandosi in mare. Fatto sta che i napoletani, da sempre famosi per la loro propensione al folclore e la loro “religiosità”, e probabilmente influenzati dalle credenze cumane, iniziarono a venerare la sirena come dea protettrice.
Il loro credo fu così forte da influenzare addirittura Virgilio, che utilizzerà il suo nome in senso poetico e Napoleone, a cui si deve il toponimo di Repubblica Parthenopea, altrimenti detta Repubblica Napoletana del 1799.
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