Situata in pianura, all’imbocco della Val Leogra, la città di Schio è incorniciata da verdi colline e dalle maestose vette delle Piccole Dolomiti.
La città vanta un ricco patrimonio archeologico industriale che testimonia il suo passato glorioso, soprannominandola la “Manchester d’Italia” grazie alla sua rilevante produzione tessile a livello nazionale ed internazionale.
Non solo un museo a cielo aperto di storia industriale, Schio si presenta anche come una città moderna, attiva e dinamica.
Numerose iniziative culturali, promozionali e sociali contribuiscono a mantenere viva l’anima contemporanea della città.
Nella trama intricata della cronologia dell’industrializzazione italiana, Schio emerge come uno dei primi centri di decollo, specializzato nel settore laniero.
L’attività tessile, radicata nell’economia di Schio fin dal XII secolo, ha costituito un tessuto connettivo tra agricoltura, conoscenze tecniche e fervente attività commerciale, delineando la crescita di una comunità intraprendente.
Di notevole importanza per Schio fu Alessandro Rossi, figura di spicco e ideologo dell’industrializzazione italiana.
Egli guidò infatti il cammino verso una modernizzazione della produzione.
Numerose testimonianze presenti sul territorio di Schio appartengono all’epoca rossiana, evidenziando il suo impegno nella modernizzazione infrastrutturale e nella creazione di una rete istituzionale per gestire le crescenti maestranze.
Anche le strade e le piazze della città sono adornate dai palazzi storici che narrano di un passato ricco di fascino e tradizione, come il quartiere operaio della “Nuova Schio“, nel quale si respira l’autenticità di un’epoca passata.
Nell’area verde accanto al centro storico, la Chiesa di San Francesco si erge come un simbolo di pregio architettonico, aggiungendo un tocco di spiritualità al paesaggio urbano.
Alessandro Rossi: Un Imprenditore Visionario
Così lui stesso descrisse un itinerario familiare e imprenditoriale con radici nella pastorizia e nella manifattura: «Mio bisavolo era pastore nei Sette Comuni, mio avolo ne scese mercante di lane e fittuario, mio padre fondò nel 1817 quell’industria che io continuai e continueranno i miei figli senz’altro blasone che l’onestà, spero, e l’amor del prossimo» (Fontana, 1990, p.
La sua famiglia, già affermata nell’ambito di lavorazione e vendita della lana che caratterizzava da secoli l’economia scledense, lo educò amorevolmente e con fermezza nel segno della fede cattolica.
La madre apparteneva a una delle più importanti dinastie di lanaioli della zona di Schio ed era nipote di Sebastiano Bologna, senatore e notabile del Regno d’Italia; donna energica e attiva, fu molto presente nella formazione morale e religiosa dei figli, due dei quali, Giovanni e Gaetano, scelsero il sacerdozio.
Alessandro intraprese gli studi nel seminario vescovile di Vicenza, dove ebbe come precettore il gesuita Andrea Sandri, con il quale condivise sentimenti antiaustriaci e patriottici.
Si distinse per l’attitudine a coltivare studi economici ma anche storici, sociologici, filologici e letterari, che condusse assiduamente per tutta la vita, così come amò dedicarsi alla composizione di versi e poemetti.
Si avvicinò al pensiero degli illuministi inglesi e francesi anche attraverso la frequentazione dell’abate Pietro Maraschin, insigne geologo e studioso in contatto con gli ambienti più qualificati della cultura europea.
Fra il 1841 e il 1842 intraprese un lungo viaggio in Gran Bretagna, Francia, Belgio e Lussemburgo: «Partii con un doppio proposito, di ammirare quante più opere del genio umano fossero state create nelle arti, e di vedere quante più macchine lo stesso genio dell’uomo andava inventando [...] tre forze mi attraevano, di cui noi eravamo scarsi e mancanti: quella dell’acciaio, del vapore e dell’elettricità» (Cappi Bentivegna, 1955, p. 73).
Grazie anche alle commesse per conto della ditta presso Manchester, Oldham, Birmingham, Sheffield, visitò fabbriche, fonderie, tintorie e miniere (Avagliano, 1970, p. 33); inviò sistematicamente dettagliati resoconti al padre sugli affari in corso e si interessò sia agli aspetti tecnici della produzione sia allo stato del lavoro operaio e particolarmente al degrado delle condizioni di vita nelle grandi concentrazioni industriali.
I suoi rapporti con il mondo industriale europeo si consolidarono nel tempo e si concretizzarono attraverso l’importazione di macchinari, tecnici, impiegati e dirigenti, con il concorso dei quali trasformò radicalmente l’assetto produttivo dei suoi stabilimenti.
La costruzione di una rete informativa e relazionale divenne uno dei principali fattori del suo successo imprenditoriale e politico, sostenuta, come dimostra il ricchissimo carteggio, da un’eccezionale vena epistolare.
Tra il 1852 e il 1857 acquistò altri lanifici di Schio, allargando l’area dell’azienda verso la zona collinare; nel 1859 cominciarono i lavori di ampliamento dell’opificio, affidati ad Antonio Caregaro Negrin, celebre architetto vicentino e patriota.
Nel contempo avviò il progetto di costruzione del giardino Jacquard, che si sviluppava come un teatro all’aperto di fronte alla fabbrica principale ed esprimeva in embrione la concezione insieme ricreativa e allegorica poi applicata nella progettazione del nuovo quartiere operaio.
Nel 1865 acquistò a Sant’Orso l’antica villa Bonifacio-Velo, con la chiesa di S.
Nel 1861 avviò la costruzione della ‘fabbrica alta’, progettata dal belga Auguste Vivroux, che racchiudeva al suo interno tutte le varie fasi della lavorazione della lana e fu l’edifico-simbolo di una nuova stagione, pensato per rispondere alle occasioni aperte con il raggiungimento dell’Unità d’Italia.
In quell’anno l’azienda contava ottocento operai e un fatturato di tre milioni di lire, con ‘case di vendita’ a Biella, Firenze, Milano, Napoli e Padova; all’Esposizione internazionale di Londra del 1862 l’impresa si presentava completamente meccanizzata e verticalizzata.
La partecipazione all’Esposizione internazionale di Parigi, nel 1867, contribuì a stimolare ulteriori iniziative imprenditoriali con la creazione ex novo di un impianto dotato delle tecniche più avanzate nella produzione di filati pettinati, inaugurato a Rocchette-Piovene nel 1869 insieme alla costruzione di un impianto idraulico, per la produzione della necessaria forza motrice, per il cui finanziamento Rossi si rivolse a capitalisti veneti, lombardi, belgi e svizzeri.
Impegno Politico e Sociale
Fu eletto deputato nel collegio di Schio per due legislature, il 25 novembre 1866 e poi, il 10 marzo 1867, nelle file della Destra; non si ricandidò a causa delle responsabilità che lo trattenevano a Schio, ma nel 1870 venne nominato senatore e divenne una figura ponte tra ambiente politico e mondo imprenditoriale.
Il suo apporto fu guidato da un forte spirito pragmatico, non dall’appartenenza agli schieramenti, e il principale obiettivo della sua vita politica fu il potenziamento dell’Italia industriale, a partire dalle condizioni economiche reali e dalla valorizzazione delle tradizioni umane e sociali tipiche di un Paese a vocazione manifatturiera.
Esaltò la nazione e le sue risorse, denunciandone al contempo i profili di arretratezza (nelle infrastrutture, nella scarsa disponibilità di capitali) sullo sfondo delle sfide poste sia dai Paesi più industrializzati sia dai grandi produttori di materie prime.
Avversò l’eccessivo rigore di Silvio Spaventa e di Quintino Sella, sostenne il suffragio universale maschile e i propositi di riforme sociali di Agostino Depretis.
Per tutto l’arco degli anni Sessanta fu morbidamente liberista, convinto che l’industria per sua natura fosse ‘cosmopolita’.
Lamentò tuttavia lo scarso studio e la superficialità con i quali, da parte governativa, erano stati redatti i trattati commerciali.
Osservando le politiche dei vari Paesi europei considerò come il liberismo fosse diventato una retorica staccata dalla prassi e, guardando al mondo tedesco, si spese sempre più energicamente, fino a guidare la battaglia parlamentare, per l’adozione di dazi protezionistici in grado di dare impulso all’industria nazionale.
Con lui dissentì a questo proposito, tra gli altri, l’amico Fedele Lampertico.
Quest’ultimo gli fu invece accanto quando, in appoggio alla politica coloniale di Crispi, avviò iniziative di sostegno alla colonizzazione agricola in Eritrea e all’attività missionaria cattolica assieme a un altro vicentino, Attilio Brunialti, con il quale condivise anche l’interesse per i viaggi e le esplorazioni geografiche.
Fu un instancabile comunicatore: al suo attivo si contano circa 250 pubblicazioni, soprattutto in forma di conferenze, discorsi parlamentari, interventi a tema.
Con uno stile disinvolto, eclettico, spesso ironico e pungente, divulgò le sue convinzioni e polemizzò con i suoi avversari per influenzare e convincere la classe dirigente ad affrontare i «grandi problemi della produzione e del traffico internazionale in un’epoca di integrazione mondiale dei mercati» (Lanaro, 1971, p. 53 ).
Si occupò costantemente dell’organizzazione, della formazione professionale e dell’educazione ‘morale’ della nuova generazione operaia, sradicata dalle antiche consuetudini e costretta ai tempi e alla disciplina di fabbrica; fu l’artefice di un ampio disegno di patronage impostato sull’idea della condivisione degli utili d’impresa con le maestranze attraverso istituzioni per la tutela dei lavoratori e delle loro famiglie.
Sul significato delle sue pionieristiche realizzazioni gli studi hanno espresso differenti valutazioni, dall’esaltazione agiografica alla sottolineatura dei tratti autoritari e contrari all’organizzazione di classe evidenti nel suo operato.
La "Nuova Schio" e l'Eredità di Rossi
A partire dal 1872 cominciò la grande opera di ammodernamento del centro laniero, secondo un piano regolatore che non previde sventramenti, ma la costruzione di una Nuova Schio con scuole, biblioteche, bagni pubblici, teatro, chiesa e ospedale: una «città sociale» come «strumento di salvaguardia e riscrittura al tempo stesso della cultura contadina nell’età della produzione di massa e del lavoro salariato» (Lanaro, 1984, p. 73).
Il progetto, basato su un’ampia ricognizione della casistica europea e ispirato al modello delle città-giardino, venne affidato all’architetto Antonio Caregaro Negrin.
L’insediamento del nucleo familiare operaio in un abitato armonico, gerarchico e differenziato al suo interno, anche per il costo delle abitazioni, mirava a incentivare il risparmio e il desiderio di miglioramento sociale.
Agli inizi del 1876, quando risultò un rallentamento nel progresso dei lavori, acquistò personalmente dalla società anonima, costituita nel 1873, il nuovo quartiere, che intestò ai figli maggiori Francesco e Giovanni.
Nello stesso periodo promosse la realizzazione di vie di comunicazione stradali e ferroviarie nell’area alto vicentina.
La crisi che investì l’industria italiana negli anni Settanta portò l’azienda a fondersi, nel 1873, con altre tre imprese del settore tessile.
Ma fu la contemporanea scelta di costituire una società anonima a rendere l’imprenditore protagonista di una svolta storica.
Nella visione rossiana questa forma societaria, trovando in se stessa la garanzia delle risorse finanziarie, aveva il pregio di affrancare l’impresa dalla dipendenza dagli istituti bancari.
Il riassetto aziendale fu basato su un sistema di quattro ‘gerenze autonome’, delle quali Rossi volle fortemente tutelata l’indipendenza dal consiglio di amministrazione, due delle quali con a capo i figli Giovanni e Gaetano.
L’anonima, con un capitale di 30 milioni di lire diviso in 120.000 azioni, ebbe come principale azionista l’industriale cotoniero Eugenio Cantoni, mentre Alessandro Rossi ricoprì le cariche di direttore generale tecnico e di presidente.
Il suo impegno personale in tutte le fasi di crescita e riassetto aziendale fu costante e minuzioso.
Cruciale fu l’attenzione rivolta all’andamento del mercato interno e al mutamento dei consumi, prima guardando alle classi medie e poi puntando sull’aumento della capacità di acquisto di quelle «popolane», con l’avvio di un’efficace attività pubblicitaria (Avagliano, 1970, p.
Nelle sue riflessioni sull’istruzione secondaria denunciò la scarsa attenzione della classe dirigente al settore professionale, incoraggiando una pedagogia che avvicinasse la nazione alla civiltà industriale e la liberasse dal burocratismo, in un intreccio fecondo tra «arti usuali» e «arti liberali»; gli Stati Uniti e il modello americano del self made man rappresentarono per lui la realizzazione di un progresso fondato sulla libertà, il senso del dovere e lo spirito pratico, qualità che ritenne alla base della costruzione di una civiltà fondata su una «vera democrazia cristiana» (A. Rossi, L’etica del successo, 1895, cit. in Avagliano, 1998, p. 180).
Nel 1879 fu inaugurato a Schio il monumento al tessitore (un operaio con la navetta in mano), commissionato allo scultore Giulio Monteverde; sul basamento, tra le altre, la massima «eguali dinnanzi al telaio come dinnanzi a Dio».
Rossi si dimise dalla presidenza del Lanificio nel 1892, ma continuò l’attività finanziaria, politica e pubblicistica.
Pianificò l’inserimento della terza generazione rossiana nell’anonima e seguì con affetto la formazione dei figli, impostata sulla formazione tecnica e umanistica, con frequenti viaggi all’estero di studio e lavoro.
La sua città gli eresse nel 1902 un monumento in bronzo dell’architetto Monteverde e diede il suo nome alla piazza del Duomo.
I figli e i numerosi discendenti di Alessandro Rossi continuarono a essere presenti nell’assetto societario e imprenditoriale della Lanerossi nella prima metà del Novecento, con una dispersione progressiva culminata nel 1959, quando uscirono dalla società i principali azionisti, guidati da Franco Marinotti, in concomitanza con la scalata borsistica al titolo del finanziere siciliano Michele Virgillito.
I Dintorni di Schio: Natura e Tradizione
Nei dintorni di Schio, la zona collinare del Tretto si distingue verso nord, abbracciando caratteristiche frazioni come S. Caterina, S. Maria del Pornaro, S. Rocco, S. Ulderico e Bosco.
La tipologia abitativa delle colline di Schio è rappresentata dalle Contrà (Contrade): quasi 80 di esse, insieme agli antichi lavatoi, ai capitelli e ai casoni dedicati all’essiccazione del caolino, costituiscono l’ideale per passeggiate ed escursioni a piedi, in mountain bike o a cavallo.
A sud-ovest della città, si estende l’area collinare di Monte Magrè, un territorio tranquillo che offre piacevoli passeggiate con vista panoramica sui massicci del Monte Novegno e del Monte Summano.
Il Monte Novegno, a due passi da Schio, è un connubio di natura e storia.
La sua sommità, occupata dal Monte Rione (1691 m), ospita il Forte della Prima Guerra Mondiale, testimone di avvenimenti che hanno segnato la storia d’Italia.
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