La lotta per il riconoscimento dei diritti è una questione delicata e importante che non può essere sminuita con l'ironia. Non è più tempo di sottovalutare le tappe per l'emancipazione femminile con frasi come: “i problemi sono altri”.

Quando parliamo di stereotipi, ci riferiamo a concetti radicati che persistono nella società. Ancora oggi, esistono donne che non escono di casa senza il marito, vittime di uomini violenti e autoritari che le considerano una proprietà. Non possiamo permetterci di essere ironici su questi temi perché non sono superati.

Il nostro intento è di esortare alla riflessione, parlando a donne, madri, amiche, sorelle, ma anche a uomini, padri, amici e fratelli. Non possiamo più accettare atteggiamenti discriminatori e sessisti camuffati da “ironici scherzetti”. Non possiamo più esimerci dal contrastare efficacemente quei messaggi che riteniamo offensivi e fastidiosi.

Non si può più soprassedere a messaggi e atteggiamenti che cavalcano stereotipi apparentemente superati perché, non solo superati non sono, ma mai come ora sono tacciati di naturalità e di differenza di tipo biologico. La donna stira perché è naturalmente portata a farlo, così come l’uomo è naturalmente fanatico del calcio. Un’assurdità talmente ovvia che se si prova a dire qualcosa si è accusati di mancanza di ironia. Noi a questo diciamo no.

Rispetto, attenzione, parità, nessuna discriminazione sono concetti che devono essere accolti e divulgati da tutta l’umanità. A quel punto, non ci sarà più bisogno di lottare per i diritti.

Donne: In Equilibrio tra Casa e Lavoro

«Angeli del focolare, ma sempre più acrobate, divise tra lavoro, famiglia e figli. Motore della società - dichiara il Presidente dell’Eurispes.

Donne quotidianamente alle prese con l’economia e la gestione familiare, diventata una vera e propria prova di sopravvivenza per milioni di famiglie italiane che subiscono, come l’Eurispes afferma da tempo, non più la crisi della quarta, ma ormai della terza settimana. «Il mondo del “lavoro familiare” o”lavoro di cura” rappresenta - spiega Federica Rossi Gasparrini, Presidente Nazionale DonnEuropee Federcasalinghe - un settore universale del nostro vivere. Tutti, anche se in modo diverso, ne usufruiscono.

Milioni di persone lo svolgono, vuoi a tempo pieno, vuoi con tempi più ridotti. Il sondaggio, realizzato dall’Eurispes in collaborazione con le DonnEuropeeFedercasalinghe, rappresenta la prima indagine approfondita sui problemi e sulle aspettative delle casalinghe italiane.

Quello che si delinea è un ritratto articolato e sfaccettato della figura della casalinga e, più in generale, della donna nella società contemporanea. L’aspirazione più diffusa sembra essere quella di poter conciliare serenamente ambito familiare e lavorativo, senza dover rinunciare o dover sacrificare eccessivamente nessuno dei due, ma anche salvaguardando il proprio tempo vitale ed il proprio benessere. Emerge inoltre la consapevolezza di rivestire un ruolo di importanza cruciale, che per questa ragione andrebbe tutelato e valorizzato.

Secondo il 72,4% delle donne fare la casalinga non rende la donna realizzata; solo il 24,4% è di quest’opinione. Non sono poche le donne che sottolineano come fare la casalinga, e quindi potersi dedicare alla famiglia ed alla casa senza la necessità imprescindibile di garantirsi uno stipendio lavorando, costituisca una fortuna ormai non comune: si tratta del 41,6% contro il 54,2%. D’altra parte l’idea secondo cui il buon funzionamento dell’economia familiare dipenda dalla casalinga viene condivisa dal 78,6% delle donne.

Così pure il 66,3% ritiene che dalla casalinga dipende la riuscita della famiglia. Quasi un terzo delle donne intervistate, il 31,7%, ritiene che fare la casalinga renda soprattutto responsabili. Un considerevole 17,9% si definisce invece insoddisfatta, il 12,9% soddisfatta, l’11,8% annoiata. Meno numerose le donne che si dicono fortunate (8,7%) o frustrate (7,7%).

Povere, ma Belle: le Donne, Testimoni del Cambiamento della Situazione Economica

Nel nostro Paese sono soprattutto le famiglie a subire le ripercussioni di uno scenario economico internazionale fragile. Vista nel complesso, la situazione appare desolante: crescono i costi dell’energia, aumentano i prezzi “regolamentati”, lievitano le tariffe dei trasporti e degli altri servizi di pubblica utilità.

La crescita esorbitante dei prezzi dei generi alimentari nell’ultimo periodo ha causato addirittura un calo nelle vendite di beni considerati di prima necessità come il pane e la pasta. Inoltre negli ultimi anni si è verificata una considerevole perdita del potere d’acquisto delle famiglie italiane unitamente ad un notevole incremento del ricorso al credito al consumo, che rappresenta oramai una forma stabile di integrazione del reddito e diventa sempre più un fatto comune nella gestione del menage familiare.

Le donne sono testimoni in prima linea del cambiamento della situazione economica nazionale, dal momento che tradizionalmente è deputato ad esse il compito di occuparsi delle piccole spese quotidiane utili al sostegno della famiglia. Il 92,5% delle donne è dell’opinione che i prezzi al consumo hanno subìto un aumento nel corso del 2007 e nei primi mesi del 2008.

Fare acquisti diventa sempre più oneroso: nel 78,5% dei casi si è constatato un considerevole aumento del prezzo dei prodotti che riempiono più di frequente il carrello della spesa. Infatti, per il 43,8%, si è trattato di un elevato aumento, mentre il 34,7% giudica l’aumento eccessivo.

Un aumento sostanziale è stato avvertito soprattutto per i beni di prima necessità, primi fra tutti il pane (aumentato per il 90,5% delle intervistate), i prodotti ortofrutticoli (90,1%), il latte e i formaggi (87,1%). Elevato anche il disagio espresso per l’aumento del costo di carne (77%), pesce (75,5%) e salumi (70,2%). Una forte preoccupazione è stata manifestata anche per la crescita dei costi che una famiglia deve sostenere per assicurarsi un tetto sulla testa (81,3%).

Nell’ultimo anno la vanità delle donne ha dovuto fare i conti con ampi margini di incremento di spesa: i prezzi di parrucchieri ed estetiste sono in crescita (lo rileva il 70% delle donne), così come quelli per vestiario e calzature (77,7%). Anche i servizi di base hanno registrato un incremento di costo, particolarmente consistente per il settore dei trasporti (77,2%), gravato dal progressivo aumento del prezzo del carburante.

Ma come si modificano le consuetudini di vita delle donne italiane? Per il 68,5% le spese per le attività svolte nel tempo libero si sono ridotte molto (29,2%) o abbastanza (39,3%). Significativa, la percentuale, complessivamente pari al 65,3% (molto 46,5%; abbastanza 18,8%), delle donne che hanno dovuto fare a meno di avvalersi dell’aiuto della collaboratrice domestica. In tante, poi, hanno preferito lavare gli abiti personalmente piuttosto che portarli in tintoria.

Affannosamente in Cerca di Risparmio

Nel corso del 2007 e nei primi mesi del 2008, le casalinghe italiane hanno modificato anche le loro abitudini d’acquisto in relazione ai punti vendita prescelti. La spesa quotidiana dei più comuni generi alimentari viene fatta sempre più spesso al mercato (opzione preferita complessivamente dal 63,9%) o presso i discount (60,3%) molto più economici del supermercato. Ma anche la spesa per viaggi e vacanze è stata ridotta nel 59,4% dei casi (abbastanza: 28%; molto: 41,4%).

Nel 67,4% dei casi si è preferito diminuire il numero delle uscite fuori casa allo scopo di ridurre le spese che ad esse sono collegate (molto: 33,4%; abbastanza: 34%). Inoltre, il 75% delle intervistate ha rinunciato sempre più di frequente a pranzare o cenare fuori casa, sostituendo il ristorante o la pizzeria con pranzi o cene a casa di amici (58,5% di cui molto 27,7%; abbastanza 30,8%) e parenti (57,1% di cui molto 25,7%; abbastanza: 28,4%).

Le casalinghe italiane considerano la situazione economica della propria famiglia in modo piuttosto negativo: per il 51,3% l’economia familiare nel corso del 2007 e nei primi mesi del 2008 ha subìto un lieve (36,3%) o un netto peggioramento (nel 15% dei casi). Tuttavia, un consistente 38,9% considera che le finanze della propria famiglia siano rimaste sostanzialmente stabili nell’arco di tempo preso in considerazione.

Rinunce, cambi di abitudini e tagli al superfluo: sembra proprio che le famiglie italiane debbano inventarsi, mese dopo mese, un sistema per riuscire a far quadrare i conti. Nonostante il 61% delle casalinghe italiane affermino di riuscire ad arrivare a fine mese, difficilmente riesce a mettere da parte qualcosa da investire in un secondo momento.

Pianeta Lavoro: un Mondo non Ancora a Misura di Donna

Qual è il rapporto che le casalinghe instaurano con il mondo del lavoro? Più di un terzo, il 35,5%, svolge un lavoro a tempo pieno, oltre alla quotidiana attività di casalinga, confermando l’importanza che attualmente la donna attribuisce alla dimensione lavorativa, nonostante le difficoltà che tale scelta comporti in ambito familiare.

Il 16,6%, invece, dichiara di essere casalinga a tempo pieno e il 14,1% di percepire già la pensione. Tra quante sostengono di lavorare fuori casa, il 9,4% ha optato per un part-time orizzontale (tutti i giorni a orario ridotto) contro il 2,9% di quante lavorano con part-time verticale (tempo pieno ma solo in alcuni giorni della settimana).

Il 6,4%, invece, ha un contratto a progetto e il 6% è assunto a tempo determinato. Il settore che apre le porte in misura maggiore alle casalinghe è quello impiegatizio (38,6%). Numerose anche le operaie (11,6%) e il gruppo delle libere professioniste (11,2%). Una casalinga su dieci, invece, è attiva nel settore dell’insegnamento (10,4%). Mentre il 2,9% svolge lavoro di baby-sitting.

Quali invece le motivazioni che spingono le donne a decidere di non lavorare fuori casa? La maggior parte delle donne, il 21,8%, non accetta un lavoro fuori dalle mura domestiche perché desidera occuparsi totalmente della propria famiglia. Il 15,7% invece, nonostante la volontà di intraprendere un’attività lavorativa fuori casa, afferma di non avere trovato un’occupazione.

Il 14% pone, invece, al primo piano l’educazione dei figli: decidere di educare “bene” i propri figli per molte donne significa, dunque, rinunciare ad un lavoro fuori casa. Il 7,6%, in linea con quanto appena affermato, sostiene infatti di aver deciso di non lavorare fuori casa proprio per non rinunciare a fare la mamma a tempo pieno.

Diverso, invece, il caso della donna che dopo il matrimonio è costretta ad abbandonare il lavoro (7,6%) e della casalinga che non lavora perché marito o famiglia hanno sempre avuto un atteggiamento contrario nei confronti di questa scelta (5,1%). Si evidenza, dunque, un ostacolo da parte della famiglia nel 12,7% dei casi, dovuto a motivazioni legate molto probabilmente al ruolo che la tradizione associa alla donna e a quell’immagine di portatrice di reddito che stenta ad affermarsi in società.

Percepire uno Stipendio Mensile?

Quasi un terzo delle donne (29,7%) ritiene che sia un diritto delle casalinghe ricevere uno stipendio mensile in quanto esse svolgono un lavoro a tutti gli effetti entro le mura domestiche. Il 24,6% sostiene che lo stipendio deve essere corrisposto dallo Stato lì dove il reddito familiare è modesto mentre l’11,5% lega il diritto allo stipendio al numero di figli a carico.

Afferma di avere una polizza vita il 31,5% delle intervistate (contro il 62% che dichiara il contrario), il 19,1% ha una polizza integrativa (contro il 74,2% del campione che dichiara di non averla) e il 15,6% una polizza sanitaria (contro il 76,6% che non l’ha sottoscritta).

L’Identikit delle Donne: tra Casa e Lavoro

Dalla rilevazione emerge che il numero delle donne che si occupano della cura della casa e che, allo stesso tempo, hanno un’occupazione fuori casa è aumentato rispetto al recente passato. È vero anche, però, che in Italia si è ancora molto distanti dal raggiungere i tassi di occupazione al femminile caratteristici degli altri paesi europei.

Il 35,5% del campione svolge un lavoro a tempo pieno fuori casa e si tratta, soprattutto, di donne con un’età compresa tra i 35 e i 54 anni, che vivono al Nord oppure nelle Isole. Le casalinghe più giovani sono quelle che lavorano nel 43,4% dei casi e che, allo stesso tempo, accettano in misura maggiore contratti di lavoro a progetto.

Le giovani donne confermano, dunque, quanto avviene oggi nel mondo del lavoro, dove l’ingresso per i giovani risulta caratterizzato dall’accettazione di contratti di parasubordinazione. Il settore lavorativo che risulta peculiare del mondo delle casalinghe è quello impiegatizio, che apre le porte al 38,3% del campione.

Non è detto, infine, che la donna del Sud sia quella che rinuncia al lavoro fuori casa perché preferisce dedicarsi completamente alla cura della casa e all’educazione dei figli. L’importanza che la donna attribuisce alla cura della casa e della famiglia risulta essere ovunque molto alta. Al Sud, invece, si evidenzia in misura maggiore rispetto alle altre aree geografiche come la scelta di non avere un’altra occupazione sia dovuta alle soddisfacenti condizioni economiche familiari.

Mamma e Lavoratrice: Due Realtà non Sempre Conciliabili

Dall’analisi sulla composizione familiare delle donne intervistate emerge che il 34% non ha figli. Le casalinghe che hanno uno o due figli sono, invece, rispettivamente il 23,2% ed il 27,8%. A non avere figli sono soprattutto il 69,2% delle donne tra i 18 e i 24 anni e il 66,3% di quelle tra i 25 e i 34 anni.

Dichiara di avere solo un figlio soprattutto il 30,9% delle donne che ha tra i 35 e i 44 anni; due quelle tra i 45 e i 64 (37,9%); più di due solo il 25% delle casalinghe che hanno oltre i 65 anni. Le difficoltà economiche rappresentano il primo ostacolo che impedisce alle donne di procreare (22,2%).

La precarietà nel mondo del lavoro, che si caratterizza per una totale assenza di forme di tutela sociale, spinge, poi, il 17,2% delle donne a rinunciare ad avere dei bambini per paura di perdere la propria occupazione. Non avere figli semplicemente per scelta personale e/o di coppia riguarda invece il 16,2% delle donne.

Per l’11,9% delle intervistate un bambino avrebbe sicuramente compromesso il proprio lavoro, mentre l’8,9% non avrebbe saputo a chi lasciarlo durante le ore di lavoro.

La Cura dei Figli

Più della metà delle donne ascoltate (56,4%) - tra quelle che hanno figli - afferma di non aver mandato i propri bambini all’asilo nido nell’arco dei primi tre anni della loro esistenza. Badare personalmente ai propri figli è il motivo principale che ha spinto le mamme a non mandare all’asilo nido i propri bambini (39,5%). La famiglia di origine si conferma, poi, un supporto concreto su cui poter contare sempre: il 27,8% ha dichiarato, infatti, che un importante sostegno nella cura dei figli proviene anche dai nonni.

La maggior parte delle donne, il 65,7%, ritiene che il lavoro o la carriera professionale costringono molte donne a rinunciare/rimandare la maternità. Solo il 26,5% è convinta del contrario, mentre il 7,8%, essendo probabilmente ancora confusa sull’argomento, preferisce non esprimersi. Sono soprattutto le ragazze tra i 24 e i 34 anni ad essere convinte che sempre più donne oggi sono costrette a rimandare o rinunciare alla maternità (76,8%).

L’ampliamento dell’offerta degli asili nido pubblici sembra essere la prima priorità secondo l’opinione delle donne intervistate (86,6%). Allo stesso modo è importante che lo Stato intervenga al fine di favorire forme di flessibilità dell’orario di lavoro (81,6%) che permetta loro di conciliare al meglio lavoro e cura dei figli. Di poco inferiore (78,4%) è la percentuale di quante credono sia utile sostenere l’apertura di asili nido aziendali: una soluzione che potrebbe consentire a tutte le mamme lavoratrici di tenere a stretto contatto le due realtà.

Stereotipi e Gestione Familiare: il Lento Cammino del Cambiamento

Oltre la metà delle intervistate (53%) ritiene che il ruolo dell’uomo ed il ruolo della donna all’interno della famiglia dovrebbero essere intercambiabili.

Tra Potenzialità e (Mancato) Accesso al Potere

L’87,5% delle intervistate è convinto che una donna può riuscire bene quanto un uomo in qualsiasi professione.

Linguaggio e Stereotipi di Genere

Meno di 2 intervistati/e su 10 declinano sempre le professioni al femminile; il maschile universale è l’espressione più usata anche per indicare gruppi formati soprattutto da donne. Le donne sono più associate a casa, famiglia, figli; gli uomini al lavoro.

Curare il linguaggio e il modo che abbiamo di esercitarlo è il primo passo per curare gli stereotipi e la violenza che ne deriva, ma questo traguardo può essere raggiunto solo se iniziamo a prendere coscienza di tutte quelle sfumature linguistiche che sembrano innocue ma che, in realtà, sono portatrici di pregiudizi e discriminazioni.

“La violenza di genere assume forme subdole, insinuandosi in comportamenti apparentemente innocui e in stereotipi inconsapevoli, anche nelle parole” commenta Martina Albini, centro studi di WeWorld. “Proprio per questo, promuovere l’uso di un linguaggio non sessista è un passo fondamentale nel percorso di demolizione degli stereotipi di genere di stampo culturale. In questo processo, il linguaggio è uno strumento prezioso: si tratta di uno dei mezzi più semplici e immediati che abbiamo per fare la differenza e contribuire, nella quotidianità, all’eliminazione di quel sessismo che alimenta la cultura patriarcale alla base della discriminazione di genere e della violenza.

Anche tra gli adolescenti, nel linguaggio quotidiano, il maschile sembra essere universale: più di 1 intervistato/a su 3 dice “Ciao a tutti” anche in presenza di un gruppo a maggioranza femminile; il maschile universale è però preferito dai maschi (43%) rispetto alle femmine (29%).

Guardando alle differenze tra le diverse fasce d’età, i maschi in generale utilizzano più spesso il maschile universale “Ciao a tutti” (8-10 anni 100%, 11-13 anni 48%, 14-16 anni 54%) meno che per la fascia 17-19 anni (21%) tra cui, invece, prevale la formula neutra “Ciao” (58%). Le femmine preferiscono, invece, il più neutro “Ciao” per ogni fascia d’età (8-10 anni 67%, 14-16 anni 64%, 17-19 anni 45%), meno che tra gli 11-13 anni, in cui a parità (35%) vengono utilizzate le formule “Ciao a tutti” e “Ciao”.

Più di 6 intervistati/e su 10 credono che quello del vigile del fuoco sia un mestiere prettamente maschile; solo il 3% dei ragazzi e il 4% delle ragazze associa la parola “Presidente” a una donna, contro il 43% e il 51% agli uomini.

Persistono, nell’immaginario collettivo delle nuove generazioni, gli stereotipi di genere in casa e famiglia: il 14% dei maschi intervistati pensa che un uomo che si prende cura della casa e dei figli/e sia un mammo, contro il 4% delle femmine; 1 intervistato/a su 5 definisce “donna con le palle” una donna forte e capace nel suo lavoro.

In generale, per definire le donne, bambine e ragazze hanno optato per caratteristiche come forza, coraggio, intraprendenza, responsabilità e intelligenza. Guardando alle diverse fasce d’età, tra le bambine ricorre anche l’associazione con la figura della madre (mamma, maternità), la famiglia e la cura della casa, ma anche con aspetto fisico e abbigliamento (tacchi, rossetto, vestiti, trucchi, ecc.). Tra le ragazze più grandi, invece, sono state citate parole relative alla sfera dei diritti o delle discriminazioni: lotta, lavoro, emancipazione.

Mentre tra le femmine l’associazione donna-madre o donna-casa è minoritaria e limitata alla fascia d’età 8-10 anni, tra i maschi è più trasversale: ricorrono parole come mamma, madre, cucina, casalinga, figli, e associazioni con l’aspetto fisico (bellezza, trucchi, profumo). Tra i bambini, vengono citati i capelli lunghi come tratto distintivo che distingue le femmine dai maschi. Emergono anche due parole che sottendono forme di sessismo benevolo, espressioni che mirano a idealizzare le donne, come “da proteggere”, o “multitasking”.

Per descrivere, invece, gli uomini, bambine e ragazze usano molti termini associati al mondo del lavoro fuori casa, in misura maggiore rispetto a quanto riportato per le donne. Ricorre anche l’associazione uomo-padre, ma è meno frequente di quella donna-madre. Trasversale alle diverse fasce d’età è l’associazione con la prestanza fisica, lo sport e la forza. Emergono poi diverse caratteristiche negative: gli uomini vengono descritti come bugiardi, arroganti, e spesso associati all’aggressività.

Quasi 1 intervistato/a su 5 (18%) afferma di non parlare mai di temi legati alla parità di genere a scuola; la maggioranza (61%) dice di parlarne “Qualche volta”, segno del fatto che questi insegnamenti non sono ancora stati sistematizzati nelle scuole italiane.

Come Educare, dunque, alla Parità di Genere e all’Inclusione anche Attraverso il Linguaggio?

  • Evitare l’uso delle parole “uomo” e “uomini” in modo universale, cioè per riferirsi all’intero genere umano, e adottare espressioni più inclusive come “persona o persone”.
  • Evitare, nelle coppie uomo/donna, di dare sempre la precedenza alla forma maschile rispetto a quella femminile: per esempio, anziché “uomini e donne” o “fratelli e sorelle”, sarebbe preferibile invertire l’ordine e parlare di “donne e uomini” e “sorelle e fratelli”.
  • Evitare di usare il participio passato maschile per riferirsi a un insieme di nomi di prevalente genere femminile. In questo caso, la forma più inclusiva declina l’aggettivo secondo il genere maggioritario: per esempio, anziché “Carla, Maria, Francesca e Matteo sono arrivati”, sarebbe più corretto dire “arrivate” in quanto ci si riferisce a tre donne e un uomo.
  • Evitare di riferirsi alla donna usando solo il nome proprio e all’uomo usando nome e cognome.
  • Evitare di usare il maschile per professioni, mestieri e cariche quando la forma femminile esiste: per esempio, sarebbe preferibile parlare di “amministratrice” anziché “amministratore”, di “segretaria generale” anziché “segretario generale”, di “consigliera comunale” anziché “consigliere”, eccetera.
  • Evitare di usare la forma maschile o il suffisso -essa per cariche e professioni per cui esiste la regolare forma femminile o la forma con suffisso in -a (ad esempio, “senatrice”, “notaia”, “scrittrice”, “rettrice”, “redattrice”, “avvocata”, “deputata”, “magistrata”, “prefetta”).
  • Evitare di usare nomi epiceni (cioè che hanno stessa valenza al maschile e al femminile) al maschile o con articoli maschili.

Servono azioni collettive e di sistema, per generare un vero cambiamento culturale. Proponiamo quindi, tramite l’azione concertata del Ministero dell’Istruzione, del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Dipartimento per le Pari Opportunità, di istituire percorsi curriculari obbligatori di educazione alla parità di genere, al rispetto delle differenze e al contrasto agli stereotipi di genere dalla prima infanzia fino al terzo ordine di scuola, per bambini/e, adolescenti, giovani e personale scolastico.

Per gli studenti universitari, poi, dovrebbero essere resi obbligatori per la formazione di quelle figure professionali coinvolte nella prevenzione e nel contrasto al fenomeno (medici, infermieri, avvocati, operatori sociali, ecc.). Inoltre, dovrebbero essere obbligatori per il personale scolastico, anche per contribuire a sviluppare una maggiore sensibilità a individuare situazioni familiari a rischio di violenza.

Tabella: Stereotipi di Genere nel Linguaggio e nelle Professioni

Categoria Esempio di Stereotipo Soluzione Proposta
Linguaggio Uso del maschile universale ("Ciao a tutti" in un gruppo prevalentemente femminile) Utilizzare formule inclusive e neutre ("Ciao")
Professioni Associazione del vigile del fuoco come mestiere prettamente maschile Promuovere la rappresentazione di donne in ruoli tradizionalmente maschili
Ruoli Familiari Uomo che si prende cura della casa e dei figli definito "mammo" Riconoscere e valorizzare la parità di responsabilità genitoriali

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