La diga del Vajont, situata nel comune di Erto e Casso (PN), sorge in corrispondenza della gola scavata dall'omonimo torrente, un affluente del Piave. Questo disastro ebbe delle ripercussioni sia da un punto di vista ambientale che umano.

Il Progetto e la Costruzione della Diga del Vajont

L’Italia, non avendo molte materie prime a disposizione, iniziò ad utilizzare anche le valli e i fiumi per trarre energie rinnovabili. Infatti, nacquero diverse centrali idroelettriche dalle quali si produceva energia elettrica che a sua volta veniva utilizzata per il lavoro delle industrie. Il progetto del bacino idroelettrico fu realizzato dalla Società Idroelettrica Veneta tra il XIX e il XX secolo. Uno tra i primi che stese il progetto fu l’ingegnere Carlo Semenza durante il 1926.

Tra il 1929 e il 1930 vennero condotti diversi studi dal punto di vista geologico per accertare l’assenza di frane in quello specifico luogo. Lo scopo della diga era soprattutto la creazione di un bacino di acqua artificiale costruito tra le Dolomiti in modo tale da regolare e modulare la presenza di acqua durante le varie stagioni. Da questa struttura, si poteva produrre energia elettrica che poteva essere utilizzata anche dalla città di Venezia e dai paesi vicini anche durante le stagioni in cui i fiumi erano meno ricchi d’acqua, come i periodi estivi caratterizzati da una modesta siccità.

L’accumulo di acqua derivante dal fiume Piave scorreva fino ad arrivare alla diga del Vajont mediante l’utilizzo di tubazioni, che sfruttavano i diversi livelli di altezza. All’interno di questo grande progetto, erano inclusi anche altri laghi come quello di Vodo, Valle di Cadore, Val Gallina e Pontesei. Tutti questi laghi erano collegati tra di loro mediante sistemi di vasi comunicanti che, sfruttando il dislivello, riuscivano a confluire alla centrale primaria.

Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, questo progetto iniziò ad essere approvato maggiormente dall’opinione pubblica. Nel 1949 vennero effettuati dei controlli dal punto di vista geologico in modo tale da capire se il terreno poteva essere utilizzato per tale scopo. Allo stesso tempo, la scelta del territorio causò l’esproprio delle terre alle persone che vivevano a Erto e Casso. A causa di ciò, si organizzarono diversi scioperi e proteste ma nulla fermò i direttori dei lavori che nel 1956 diedero inizio alla costruzione della diga del Vajont. Nel 1957 il progetto venne approvato del tutto dal ministero competente. Successivamente il progetto subì dei cambiamenti rispetto al progetto iniziale, che portarono ad un aumento delle dimensioni della diga.

Caratteristiche della Diga del Vajont

Le caratteristiche della diga del Vajont erano numerose. Innanzitutto, la diga aveva una forma ad arco con una doppia curvatura. Il materiale utilizzato per la sua costruzione era calcestruzzo e presentava un’altezza di 261,60 metri. La quota alla base era di 463,90 m.s.l.m (metri sul livello del mare) mentre la quota dal piano della strada era di 725,5 m.s.l.m. Presentava una larghezza di 22,11 metri ed una larghezza nella sommità di 2,92 metri. Furono diverse le imprese che collaborarono con quella principale, le quali contribuirono alla “buon” riuscita della diga ma quella che la portò a termine fu Giuseppe Torno & C. S.p.A. Milano e venne inaugurata il 17 ottobre del 1961.

Che tipo di diga era quella del Vajont? Quella del Vajont è una diga alta 261,60 metri, lunga 190 ed era la diga a doppio arco più alta del mondo… Cosa vuol dire? Le dighe a doppio arco possono essere immaginate come dei grandi muri "curvi", sia in sezione sia in pianta. E a cosa serve avere una diga curva? Come ci hanno insegnato gli antichi romani - che utilizzavano l'arco come elemento architettonico - questa forma risulta essere molto resistente agli sforzi. In questo caso l'arco permette di scaricare la spinta dell'acqua verso i fianchi della montagna.

I vantaggi di una diga a doppio arco sono diversi ma, uno su tutti è il risparmio di costi e materiali rispetto alle dighe "a gravità" - che contrastano la spinta dell'acqua non tanto con la loro forma quanto con il loro peso. Se non ci fosse la curvatura tipica delle dighe ad arco, infatti, sarebbe stato necessario creare una struttura molto più spessa per riuscire a contrastare la spinta dell'acqua. Per migliorare la resistenza di una diga ad arco di solito si realizzano anche strutture dette "pulvini", cioè una congiunzione in calcestruzzo tra la diga stessa e le pareti rocciose della valle.

Prima dell'effettiva costruzione della diga - e dopo anni di progetti, studi e ricerche - furono realizzati dei modelli in scala 1:35 (prima in legno e poi in cemento) per valutare le proprietà tecniche della struttura. I test diedero esito positivo e quindi si decise di procedere con i lavori. La costruzione vera e propria iniziò con lo sbancamento, cioè la rimozione di circa 400 mila metri cubi di roccia dai fianchi della montagna per creare lo spazio necessario alla costruzione della diga. Quest'operazione fu necessaria anche per realizzare i pulvini, cioè quelle strutture in calcestruzzo che legano la diga ai fianchi della montagna. Dopo aver fissato questi due punti di ancoraggio, sono stati realizzati i conci, cioè delle grandi strutture verticali in calcestruzzo che, affiancate le une alle altre, formano il corpo della diga. La costruzione è andata avanti in modo piuttosto rapido: la diga cresceva in altezza di circa 60 cm al giorno e, per agevolare il lavoro dei costruttori, i materiali necessari per creare il calcestruzzo venivano trasportati su e giù dalla montagna grazie a una teleferica.

Il Sistema Idrico del Grande Vajont

Come abbiamo visto, il Vajont è una diga a doppio arco. Ma come funzionava? Come era strutturato l'impianto? Iniziamo col dire che la diga del Vajont rientrava nel mega-progetto del “Grande Vajont”, un sistema di bacini idrici artificiali necessari a soddisfare tutta la richiesta di energia elettrica nel periodo del boom economico. Potremmo dire che questa struttura è stata pensata come una "banca dell'acqua", capace di fornire grandi quantità di energia idroelettrica.

L'acqua che riempiva il bacino del Vajont - viste le sue notevoli dimensioni - non era quella di un unico corso d'acqua. Il torrente Vajont, infatti, non ha una portata sufficiente per riuscire a riempire un bacino così capiente, capace idealmente di ospitare 170 milioni di m3 di acqua. Un'idea per risolvere il problema poteva essere quella di prelevare acqua dal bacino idrico a monte, cioè il serbatoio di Pieve di Cadore… Il problema è che quello aveva una quota piezometrica (cioè la quota massima che poteva raggiungere l'acqua) di 683,50 metri, mentre il livello previsto per il Vajont era di 772,50 metri… Insomma, per riempirlo era necessario recuperare acqua da serbatoi a quota maggiore. Per essere sicuri che anche il serbatoio del Maé non finisse a sua volta sotto sforzo idrico, al suo interno vennero fatte confluire le acque del torrente Boite, situato leggermente più in alto in quota (tramite il serbatoio di Vodo).

La centrale idroelettrica che permetteva alla diga del Vajont di produrre energia è quella del Colombar. Il suo funzionamento era concettualmente semplice: l'acqua del serbatoio del Vajont veniva convogliata tramite delle condotte - cioè delle tubature - verso il basso, facendola precipitare verso la centrale elettrica. Una volta raggiunta la centrale, l'acqua aveva ormai raggiunto grandi velocità e, scorrendo, azionava delle turbine che a loro volta producevano elettricità.

Il Disastro del Vajont

Il 9 Ottobre del 1963 circa 260 milioni di metri cubi di rocce e detriti finirono dal Monte Toc all'interno di una diga artificiale, cadde quindi una grossissima massa che franò a velocità massima sui borghi circostanti: Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino. La frana creò due grandi ondate di acqua e detriti che sommersero gli abitanti del lungo e le rive del lago.

I morti furono 1917 (non contando i feriti e i non riconosciuti) e i paesi distrutti moltissimi: Longarone, Pirago, Faè, Villanova, Rivalta, Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Dopo il disastro, si formò un lago artificiale. La diga, nonostante le sollecitazioni 10 volte superiori a quelle previste dal progetto, resistette all’ondata.

Esso fu causato da una grande frana che provocò una grande onda anomala (e una quantità di aria da essere paragonata allo spostamento d'aria prodotto da una bomba atomica) che superò la diga e finì sui paesi limitrofi. La diga, tuttavia, è ancora intatta.

Le Cause del Disastro

Questo disastro fu causato principalmente dall'incuria di chi realizzò le perizie che non tenne conto del concreto rischio di frane all'interno del bacino. Si pensa che tutto ciò è stato causato da rischi idrogeologici che non sono stati tenuti in considerazioni durante le prime fasi di realizzazione della diga artificiale.

Prima del grande disastro, infatti, ci furono diversi campanelli d’allarme, del tutto ignorati: già durante le costruzioni crollò una piccola frana; nell’ottobre del 1960 si aprì una profonda fessura ad M; successivamente, ci fu una seconda frana, di entità maggiore rispetto a quella precedente.

Le cause della tragedia, infatti, furono, dopo numerosi studi, ricerche e processi, ricondotte ai progettisti dell'ente costruttore accusati per il rischio idrogeologico (oltre che per le morti e le distruzioni) che avevano prodotto. In realtà, però, a conoscenza della pericolosità di questa costruzione erano in molti, non soltanto i protagonisti di questo processo. In primis, infatti, c'è da comprendere che la costruzione avvenne anche (ma soprattutto) grazie al permesso di enti a carattere locale e nazionale (comuni e Ministero dei lavori pubblici).

Nel 2008, durante l'Anno internazionale del pianeta Terra, in un'assemblea dedicata, fu data particolare importanza al disastro del Vajont, citato come "fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare". Con la Frana del Vajont l'Italia è entrata a far parte della lista di luoghi in cui sono avvenuti i disastri naturali europei più gravi di tutto il 900.

Conseguenze e Memoria

Per questo motivo, inizialmente telegiornali e giornalisti espressero giudizi positivi in quanto si considerava ottima l'opera ingegneristica italiana perché, appunto, riuscì a sopravvivere alla frana.

Oggi la diga che appartiene all'ENEL, è stata in parte aperta al pubblico nel 2002 con visite guidate e accesso alla passerella lungo la sommità e in altri luoghi limitrofi. Nel 2006 è stata inaugurata una manifestazione annuale di pista intitolata "Sentieri della Memoria", che permette ai partecipanti di accedere ad alcune località all'interno della montagna.

Nel 2008, nell’Anno Internazionale del Pianeta Terra, l’UNESCO ha ricordato la tragedia della diga del Vajont come uno dei cinque "racconti cautelativi" causati dalla mancata professionalità di ingegneri e geologi.

Il film tratta della tragedia del Vajont del 9 ottobre del 1963, per saperne di più. L'anomala onda che sommerge Longarone e circa 2000 persone è la catastrofe che descrive Tina Merlin, giornalista intenta a portare alla luce la verità sul caso, indagando tra i costruttori, gli enti statali e gli abitanti. Quando un funzionario si toglie la vita, il processo ha inizio ma durerà decenni, non portando nessuno alla condanna che merita.

La Merlin non è un personaggio inventato, bensì una giornalista davvero esistita e che indagò realmente su questo processo, anche se dal carattere abbastanza diverso da quello rappresentato nel lungometraggio. Nel 2002 vincerà il Premio Daviv di Donatello, nel 2002 il Nastro d'argento.

"Ogni tanto qualcuno mi chiede se ho perdonato. No. Non ho perdonato. Non potrò mai perdonare gli uomini che hanno consentito tutto questo".

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