Roma, definita "Regina Aquarum", vantava una relazione speciale con l'acqua, che si manifestava in terme, bagni pubblici, pozzi e fontane. Inizialmente, il Tevere era la principale fonte idrica, ma la crescita demografica spinse alla costruzione di una rete di acquedotti.

Frontino, curatore delle acque, scrisse nel 97 a.C. sull'unicità degli acquedotti romani, dotati di camere per la purificazione dell'acqua (piscinae limariae) all'inizio e alla fine del percorso. Lo specus, il condotto, era principalmente sotterraneo, con tratti a cielo aperto. Il sistema del "sifone inverso" permetteva all'acqua di superare gli avvallamenti, mentre un "castello" finale distribuiva l'acqua alle condutture urbane.

Il primo acquedotto di Roma fu l'Aqua Appia (312 a.C.), seguito dall'Aqua Marcia, il primo a richiedere la costruzione di archi. L'Aqua Iulia fu creata da Agrippa nel 33 a.C., mentre l'Aqua Virgo, nota per la purezza delle sue acque, alimentava le Terme di Agrippa e la futura Fontana di Trevi.

I Romani edificarono centinaia di acquedotti in tutto l'Impero, alcuni dei quali sono ancora visibili oggi.

Gli Acquedotti dell’Antica Roma

In appena 5 secoli, dal 312 a.C. al 226 d.C., sono stati costruiti a Roma 11 acquedotti: un reticolo di oltre 500 km di condotti, arcate e tubazioni conduceva l’acqua nella Città Eterna, prelevandola da sorgenti, fiumi e laghi, posti a decine di chilometri dal centro urbano.

Il sistema di approvvigionamento d’acqua nell’Antica Roma, al II sec. d.C., era molto sofisticato: 11 acquedotti romani, cisterne per la raccolta dell’acqua, vasche di decantazione per la posa dei sedimenti, sifoni inversi per superare dislivelli e tubazioni e condotte che distribuivano l’acqua in tutta la città. Una vasta rete di circa 500 km in grado di catturare e convogliare alla città oltre 13 mila litri d’acqua al secondo (oltre un miliardo di litri al giorno). Che, divisi equamente tra i 1,5 milioni di abitanti dell’epoca fanno circa 750 litri/giorno disponibili pro-capite: paragonato allo standard ONU di 50 litri al giorno, appare un numero fenomenale.

Per oltre 400 anni dalla fondazione di Roma, i cittadini romani prendevano l’acqua direttamente dal fiume Tevere. Finché la diffusione di malanni e problemi legati al suo consumo spinsero alla ricerca di acque più salubri lontano dalla città: nacquero così gli acquedotti.

Quattro acquedotti (Anio Vetus e Novus, Acqua Marcia e Claudia) seguivano il corso dell’Aniene verso Est fermandosi in punti diversi (Mandela, Arsoli, Subiaco). Tre diretti ad est: acqua Appia nei pressi di La Rustica, Acqua Vergine poco oltre e l’Acqua Alessandrina fino a Pantano Borghese lungo la Prenestina. Due (Acqua Iulia e Tepula) volti a sud-est in direzione dei Castelli Romani.

Il luogo dove si manifesta tutta la bellezza e la maestosità di questi giganti dell’acqua, è il cosiddetto Parco degli Acquedotti, una vasta zona naturale che si estende per centinaia di ettari nel quadrante sud-est di Roma. Il nome non è casuale: qui si incontrano ben sette Acquedotti, sei di età romana (Acqua Marcia, Tepula, Iulia, Claudia, Anio Novus e Vetus) ed uno rinascimentale (Acquedotto Felice).

Gli stessi acquedotti, i sette provenienti da sud-est, dai Colli Albani e dall’Alta Valle dell’Aniene, entravano a Roma passando per la Porta Maggiore, l’ingresso a Roma in cui convergono le vie consolari Casilina (o Labicana) e Prenestina, un punto strategico - data l’altitudine - che ne permetteva agevolmente la distribuzione in tutta l’Urbe.

Notizie dettagliate sugli acquedotti romani, sui segreti e le tecniche, ci vengono da due ingegneri romani vissuti a cavallo tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C.: Vitruvio e Frontino.

Acquedotti Romani: Cronologia e Caratteristiche

  1. Acquedotto Appio (312 a.C.): Il primo acquedotto di Roma, costruito da Appio Claudio Cieco, era lungo 16 km e interamente sotterraneo.
  2. Anio Vetus (269 a.C.): Prende il nome dal fiume Aniene e si estendeva per oltre 63 km.
  3. Acquedotto Marcio (Aqua Marcia, 144 a.C.): Lungo quasi 92 km, portava acqua di ottima qualità da sorgenti nei pressi di Arsoli.
  4. Aqua Tepula (125 a.C.): Lungo circa 18 km, si sovrapponeva in parte all'acquedotto Marcio.
  5. Acquedotto Giulio (Aqua Julia, 33 a.C.): Voluto dal console Agrippa, captava l'acqua dalle sorgenti di Squarciarelli.
  6. Acquedotto Vergine (Aqua Virgo, 19 a.C.): Realizzato da Agrippa per alimentare le terme nel Campo Marzio, è ancora in funzione oggi.
  7. Acquedotto Alsietino (Aqua Augusta, 2 a.C.): Costruito da Augusto, portava acqua non potabile per alimentare la Naumachia.
  8. Acquedotto Claudio (38-52 d.C.): Il più grande e imponente degli acquedotti romani in pietra, terminato dall'Imperatore Claudio.
  9. Anio Novus (52 d.C.): Come l'acquedotto Claudio, fu voluto da Caligola e terminato da Claudio, condividendo parte del percorso con gli acquedotti Marcio e Claudio.
  10. Acquedotto Traiano (Aqua Paola, 109 d.C.): Voluto dall'Imperatore Traiano per alimentare Trastevere, prelevava l'acqua dal Lago di Bracciano.
  11. Acquedotto Alessandrino (226 d.C.): L'ultimo degli acquedotti di età romana, edificato per volere dell'imperatore Alessandro Severo.

Diga romana di Almonacid de la Cuba

Un video mostra un'antica diga romana del I secolo d.C. che ha protetto il villaggio di Almonacid de la Cuba, in Spagna, dall'alluvione che ha devastato Valencia. La diga, alta 34 metri, è la diga romana più alta del mondo ancora esistente.

Originariamente, la diga era formata da una struttura di tre archi, ma è stata ricostruita come diga a gravità, una struttura che contrasta le pressioni idrostatiche dell'acqua grazie alla sua geometria e massa. In pratica, una diga a gravità trasforma la spinta orizzontale dell'acqua in una forza inclinata con una componente verticale, garantendo l'equilibrio della struttura.

Il paramento murario della struttura ad arco raggiungeva spessori tra 10 e 12 metri, utilizzando materiali tipici dell'architettura romana come l'Opus Caementicium e l'Opus Incaertum. Nella ricostruzione a gravità, lo spessore del muro portante raggiunse i 40 metri, aggiungendo Opus vittatum nella parte più esterna.

La diga ha continuato a svolgere la sua funzione, contenendo le acque provenienti dall'ingrossamento del fiume e rilasciandole lentamente a valle, evitando disastri per i centri abitati limitrofi. Assieme ad altre dighe costruite nel bacino del fiume Ebro, la diga di Almonacid de la Cuba serviva a divergere e controllare il flusso d'acqua in questa regione della Spagna centrorientale che all'epoca era la provincia dell'Hispania Tarraconensis.

Insieme alle dighe La Pared de los Moros, Muel e la Ermita de la Virgen del Pilar, la diga di Almonacid de la Cuba era una parte del sistema idraulico romano volto a razionalizzare il consumo di acqua in una zona della Spagna non particolarmente ricca di corsi d'acqua. Queste dighe vennero costruite in epoca imperiale romana, tra il I e il II secolo d.C. Quella di Almonacid de la Cuba è stata datata più precisamente (grazie al carbonio-14 prelevato da alcuni elementi lignei della struttura conservatisi) all'epoca dell'imperatore Augusto (31 a.C. - 14 d.C.), che tra l'altro fondò la vicina città di Cesaraugusta, l'attuale Saragozza.

L'acquedotto Cornelio in Sicilia

La conquista romana in Sicilia portò benessere e splendore alla città di Thermae, che venne dotata di strutture come il Foro, l'Anfiteatro, le Terme e l'acquedotto Cornelio. Costruito nel II secolo d.C., l'acquedotto, denominato "Aquae Corneliae Ductus P.XX", era la maggiore costruzione idraulica romana in Sicilia.

Per fornire Thermae Himerenses della quantità di acqua necessaria, si sfruttarono le favorevoli condizioni idrogeologiche del territorio. Lungo il percorso, la struttura si sviluppava con tratti di condotta sotto terra e con arcate a tutto sesto. Tratti di questo acquedotto rimasero funzionanti fino al 1860 e furono oggetto di interventi di restauro nel corso dei secoli.

L'acquedotto augusteo del Serino

Costruito tra il 33 e il 12 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, l'acquedotto augusteo del Serino aveva lo scopo di rifornire la Classis Misenensis, la flotta romana di stanza a Miliscola. Captava le sorgenti dell'Acquaro a Serino di Avellino, note per la loro qualità.

Le acque dell'acquedotto sono captate all’estremità settentrionale dell’altopiano di Serino. La sorgente bassa, a 320 m s.l.m. di nome "Urciuoli", riforniva anche la città di Beneventum, mentre un altro ramo dell'acquedotto quello con la più importante diramazione, era collegato all'insieme delle sorgenti alte, "Acquaro" e "Pelosi", a 370 m s.l.m. Una vera e propria rete regionale partiva da qui e riforniva otto città e svariate villae: su dieci diramazioni, sette rifornivano i nuclei urbani importanti (Nola, Pompeii, Acerra, Herculaneum, Atella, Pausillipon, Nisida, Puteoli, Cumae e Baiae) e tre portavano l'acqua alle villae.

Le dimensioni dell'opera idraulica fanno sì che non vi sia una sola tecnica o un materiale prevalente utilizzato lungo tutto il suo percorso. Quando si trovava tufo o roccia calcarea, la tecnica prevedeva di scavare lo speco (in latino specus: cavità, cunicolo) direttamente nella pietra, ma se il suolo era incoerente, arenoso o vulcanico, allora lo speco veniva costruito con pareti rivestite da uno spesso strato di cocciopesto, con paramento in opus incertum e con volte a botte. Nell'acquedotto augusteo del Serino si trovano quindi degli spechi a forma rettangolare, con un rivestimento in opus signimum e la presenza, a seconda del terreno, di un rivestimento in muratura. Le gallerie scavate nel tufo o nella trachite, ed in particolare la Crypta Neapolitana, hanno una piastra di fondazione ricoperta da pezzame e uno strato di opus signimum, a sua volta sotto uno strato di concrezione di vario spessore. Il cocciopesto si può anche trovare sul rivestimento parietale, fino all'altezza dell'imposta della volta.

La data dell’abbandono dell’acquedotto è storicamente collocata intorno al 537 d.C. durante l’assedio del generale bizantino Belisario, anche se a partire da 456 d.C. la Campania fu oggetto di molteplici incursioni da parte dei Vandali, a testimonianza che oramai la flotta romana non aveva più la capacità di contrastare invasioni via mare.

Acqua Traiana

L’Acquedotto Traiano, noto anche come Aqua Traiana, venne costruito nel 109 d.C. per garantire l’approvvigionamento idrico della zona di Trastevere, che fino a quel momento non disponeva di un sistema adeguato. L’imperatore Traiano ordinò la realizzazione di questa infrastruttura per risolvere una carenza che persisteva da tempo, poiché l’unico acquedotto esistente nella regione, l’Aqua Alsietina, non era destinato al consumo umano.

L’Aqua Traiana captava le sue acque da sorgenti situate nell’area dei Monti Sabatini, nei pressi del Lago di Bracciano. Il sistema di captazione comprendeva diverse polle sorgive che alimentavano l’acquedotto attraverso una serie di cunicoli e condotte sotterranee. L’ingegneria romana prevedeva un’attenta gestione delle pendenze per garantire il flusso costante dell’acqua, sfruttando la gravità senza necessità di soluzioni meccaniche.

L’Acquedotto Traiano non solo serviva le esigenze della popolazione di Trastevere, ma rivestiva anche un’importanza strategica per l’approvvigionamento idrico di alcuni edifici pubblici e delle terme situate nella parte occidentale della città. L’acqua fornita dall’Aqua Traiana venne utilizzata anche per alimentare il Janiculum, un’area sopraelevata della città che ospitava impianti idrici e mulini.

Con la caduta dell’Impero Romano, molti acquedotti subirono danni o furono abbandonati. L’Aqua Traiana non fece eccezione e venne in parte dismessa a causa della mancanza di manutenzione. Nel XVII secolo, papa Paolo V avviò un importante progetto di restauro, trasformando l’antico tracciato dell’Aqua Traiana nel nuovo Acquedotto Paolo (Acqua Paola). L’opera permise di riportare l’acqua a Trastevere e al Gianicolo, garantendo nuovamente una fornitura stabile alla città.

L’Acquedotto Traiano rimane un esempio significativo dell’ingegneria idraulica romana, testimoniando l’abilità dei costruttori nel gestire le risorse idriche su larga scala. Le indagini hanno inoltre evidenziato come alcune delle tecniche costruttive utilizzate dai Romani siano rimaste in uso nei secoli successivi, influenzando lo sviluppo dei sistemi idrici medievali e rinascimentali.

La costruzione dell’acquedotto fu affidata a tecnici e ingegneri altamente specializzati, che adottarono un approccio rigoroso nella pianificazione delle opere idrauliche. Il tracciato dell’acquedotto fu studiato in modo da garantire una pendenza costante, sfruttando la gravità per il trasporto dell’acqua lungo un percorso che si estendeva per diversi chilometri. L’Aqua Traiana si distingue per l’impiego di archi in muratura e per la presenza di tratti sotterranei e sopraelevati, studiati per minimizzare le perdite e garantire un flusso costante. La scelta dei materiali e la cura nella posa in opera evidenziano un elevato grado di competenza tecnica. I percorsi delle condotte furono definiti in relazione al territorio, sfruttando le pendenze naturali e integrandosi nel paesaggio urbano e extraurbano.

La fornitura di acqua potabile migliorò le condizioni igieniche e favorì lo sviluppo di servizi pubblici essenziali per la vita quotidiana degli abitanti. Le fontane, le terme e gli impianti pubblici trassero beneficio da una fonte di acqua di qualità, garantendo una distribuzione efficiente in una delle zone più densamente abitate di Roma.

Tecniche Costruttive e Materiali

I Romani svilupparono tecniche avanzate per la costruzione degli acquedotti, utilizzando materiali come:

  • Opus Caementicium: Un impasto di calce, sabbia, acqua e pietrisco.
  • Opus Incaertum: Paramenti murari con pietre irregolari e malta.
  • Opus Vittatum: Paramenti con fasce di mattoni e blocchi di tufo.
  • Cocciopesto: Utilizzato per impermeabilizzare le pareti dei condotti.

La costruzione di un acquedotto era un'impresa titanica, come testimonia l'iscrizione sul monumento funerario di Nonio Dato, che narra le difficoltà incontrate nella costruzione di un acquedotto a Saldae (Algeria).

Per garantire il buon funzionamento degli acquedotti, un gruppo di lavoratori specializzati (aquarii) si occupava della manutenzione e della pulizia. Tuttavia, non mancavano frodi e captazioni clandestine, denunciate da Sesto Giulio Frontino nel suo trattato De aquaeductu urbis Romae.

Tabella riassuntiva degli acquedotti romani

Acquedotto Anno di costruzione Lunghezza (km)
Aqua Appia 312 a.C. 16
Anio Vetus 269 a.C. 63
Aqua Marcia 144 a.C. 92
Aqua Tepula 125 a.C. 18
Aqua Julia 33 a.C. -
Aqua Virgo 19 a.C. -
Aqua Alsietina 2 a.C. 33
Aqua Claudia 38-52 d.C. 69
Anio Novus 52 d.C. -
Aqua Traiana 109 d.C. 57
Aqua Alessandrina 226 d.C. 22

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