A un anno dalla scomparsa di Fernando Botero, Roma gli rende omaggio con la più grande mostra mai dedicata alla sua opera in Italia. Saranno oltre 120 i lavori dell’artista colombiano esposti a Palazzo Bonaparte dal 17 settembre fino al prossimo 19 gennaio: tanti dipinti a olio, ma anche sculture, acquerelli, pastelli, disegni a matita, carboncini, sanguigne, che illustreranno la profondità e la varietà delle sue ricerche.
Curata da Lina Botero, figlia dell’artista, e da Cristina Carrillo de Albornoz, esperta della sua opera, la mostra abbraccia gli oltre 60 anni di carriera di Botero, che iniziò a dipingere da giovanissimo per continuare fino agli ultimi giorni di vita.
“Questa è una mostra eccezionale perché è la prima grande esposizione di pitture dedicata a Fernando Botero dopo la sua morte. È anche una visione diversa del suo lavoro, che mette in evidenza la maestria con cui Botero ha lavorato con tecniche diverse nel corso della sua carriera artistica”, afferma la figlia Lina, concludendo: “È un’occasione straordinaria per celebrare il primo anniversario della morte di mio padre in Italia, un Paese che ha significato molto per lui e per il suo lavoro”.
A Palazzo Bonaparte troveremo il Botero che tutti ci aspettiamo, inventore di un linguaggio unico e immediatamente riconoscibile, di quelle figure rotonde, opulente, maestose e vitali che imprimono un inconfondibile marchio di fabbrica a ciascuno dei suoi soggetti. Ma anche diversi inediti ed esperimenti capaci di sorprendere, come i grandi acquerelli su tela realizzati dal 2019: opere quasi diafane, sintesi del lavoro di una vita, frutto di un approccio nuovo e delicato ai temi familiari di sempre.
Quando, nel 2020, gli chiesero che cosa gli sarebbe piaciuto fare negli anni a venire, rispose con sorprendente umiltà: “Imparare a dipingere. L’aspetto meraviglioso della pittura è che nessuno può decidere di saper dipingere. La pittura, ogni singolo giorno, ti porta a percorrere nuove strade e a non smettere mai di fare pratica”.
È un’opera legata al Rinascimento italiano ad aprire l’itinerario di visita: il dipinto Omaggio a Mantegna (1958), esclusivo prestito da una collezione privata statunitense per la prima volta esposto al pubblico. Affascinato dalla celebre Camera degli Sposi di Mantegna per il Palazzo Ducale di Mantova, Botero scelse l’affresco della parete Nord come soggetto per una nuova versione: un’opera in cui esaltò i colori e la monumentalità del maestro veneto, aggiudicandosi il primo premio al ììSalone Nazionale di Pittura della Colombia nel 1958.
Fu proprio in Italia, inoltre, che avvenne la “metamorfosi” di Botero, l’invenzione di quello stile così personale, “quando, a 20 anni, si confrontò con i capolavori del Rinascimento, in particolare Piero della Francesca, Paolo Uccello e Masaccio, con forme massicce e colori straordinari”, racconta la curatrice Carrillo de Albornoz: “Botero si era sempre interessato al volume in modo inconsapevole, ma ha capito la sua trascendenza nell’arte studiando i maestri del Quattrocento italiano”.
In mostra non mancheranno le testimonianze di questa storia, con versioni boteriane della Fornarina di Raffaello o del dittico dei Montefeltro di Piero della Francesca. E fu un omaggio a Leonardo da Vinci - Monna Lisa all’età di 12 anni - a lanciare Botero nel firmamento internazionale nel 1969, quando fu acquistato dal MoMa di New York.
Ma l’arte italiana non è l’unica fonte di ispirazione per il maestro di Medellin. In mostra i riferimenti alle icone della pittura europea abbondano, dai dipinti di Rubens al Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck, fino a Las Meninas di Velàsquez, che Botero studiò al Prado da ragazzo e rilesse più volte sulla tela. A Roma lo vedremo specchiarsi in un’altra importante opera inedita, raffigurante l’infanta Margarita d’Austria.
Più recenti - con Goya e Picasso - sono le citazioni alla base dei dipinti dedicati alla corrida, un tema centrale per Botero, che prima di diventare un artista frequentò la scuola per matador. Qui si rivela la forza del suo immaginario ispanico, il suo sentirsi, nonostante l’animo cosmopolita, “il più colombiano dei colombiani”, vestendo i temi del circo, del sacro, del mito, della natura morta di colori brillanti al tempo stesso latini e rinascimentali.
E fu solo per denunciare le violenze dilaganti nell’amata Colombia (insieme alle torture nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq) che il maestro derogò a uno dei suoi principi fondamentali, ovvero che l’arte fosse fatta per la gioia.
“La mia ambizione era di essere un pittore, e soltanto un pittore”, raccontava: “Ho cominciato a dipingere a quattordici anni e da allora non c’è stato nulla che sia riuscito a farmi smettere. Vivo con una costante fame d’arte. Aspiro a esplorare i problemi fondamentali della pittura. Non ho mai trovato altro nella vita che mi causi altrettanto piacere”.
Fernando Botero: Un Maestro Inconfondibile
Fernando Botero (nato il 19 aprile 1932 a Medellín, morto il 15 settembre 2023 a Monaco) - pittore, scultore e illustratore colombiano, uno degli artisti latinoamericani più riconoscibili. Il suo stile distintivo, definito "boterismo", è caratterizzato dalla rappresentazione di figure e oggetti dalle forme arrotondate ed esagerate.
Botero ha inizialmente studiato arte in Colombia, ma ha proseguito la sua formazione artistica in Europa: in Italia ha esplorato la pittura rinascimentale e a Madrid ha studiato all'Accademia Reale di Belle Arti di San Ferdinando. Negli anni Cinquanta ha iniziato a sperimentare forme stilizzate, che sono diventate il suo marchio di fabbrica.
Realizza sia dipinti che sculture, raffigurando scene di vita quotidiana, ritratti, nature morte e motivi ispirati alla politica e alla storia colombiana. Le sue opere spesso contengono un commento sociale implicito. Una delle sue serie più controverse fu una serie di dipinti ispirati alle torture subite nella prigione di Abu Ghraib.
Le opere di Botero sono presenti in importanti collezioni e musei di tutto il mondo e le sue sculture monumentali adornano spazi pubblici in città come New York, Parigi, Madrid e Bogotà.
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