La Venezia postunitaria presentava agli osservatori una situazione di crisi sociale e di accentuate condizioni di precarietà e di povertà dei ceti popolari. All'indomani dell'annessione, Alberto Errera calcola 35.000 poveri ufficialmente soccorsi su una popolazione di 122.390.
L'abate Jacopo Bernardi, presidente della congregazione di carità, tornato a Venezia nel 1877 dopo trent'anni di assenza, è colpito dai mutamenti nelle condizioni economiche: sono sorte parecchie industrie del vetro, dei mosaici, della tessitura, dei merletti, del ferro, ma la miseria è aumentata e la pubblica beneficenza non basta a togliere dalle vie il "tormento assiduo" di coloro che assalgono il passante.
Percorrendo le vie dei sestieri più popolari - S. Pietro di Castello, S. Lo spettacolo quotidiano di questuanti e vagabondi per le strade - tra cui molti bambini e bambine - diventa intollerabile per il quieto vivere, ma anche per quel senso del "decoro" che è valore fondante della nuova patria.
L'"educazione del popolo", termine connesso in modo inestricabile con quello di "lavoro", viene teorizzata da riformatori e pedagogisti - dall'abate Bernardi al prof. Pick, dal dott. Musatti al prof. Il popolo veneziano è dipinto come festaiolo, imprevidente e spensierato. Non possiede cultura della previdenza e del risparmio, ma vive alla giornata, impegnando per far festa ciò che possiede al banco dei pegni. Preferisce vivere di stento piuttosto che guadagnare faticando, affidandosi alla carità generosa che abitua all'inerzia.
La famiglia proletaria viene descritta come un ricettacolo di perversioni e di brutture: padri e madri dediti ai vizi frequentano bettole e magazzini di vini, "voragine spaventosa e struggitrice d'ogni mercede operaia"(8). Concordi nel giudicare la gravità del problema, gli autori divergono nella considerazione delle cause: vi è chi le trova "nella corruzione morale e nella mancanza di sentimento religioso, nel cattivo esempio, e nell'amore del lusso e dell'ozio"(12), per altri invece la causa principale è la povertà.
Secondo Giulio Sacerdoti il lavoro femminile poco retribuito rappresenta un "vizio economico" che obbliga a considerare una "questione femminile" accanto alla "questione sociale": i bassi salari mantengono le donne, in particolare le giovani, in una situazione limite nella quale sono spinte a cercare delle scorciatoie fino a prostituirsi, il mezzo più facile per uscire dal vicolo cieco di una vita di fatiche senza prospettive di miglioramento.
Ripetuti e insistenti sono nelle fonti i richiami a pericoli di molestie e di violenze che correrebbero le fanciulle precocemente avviate al lavoro all'interno dei laboratori. Nel periodo considerato, Venezia ha una popolazione femminile più elevata di quella maschile, fatto dovuto alla presenza di donne e ragazze immigrate, provenienti dalla campagna circostante, dalla pedemontana e dalla montagna bellunese e friulana, che vengono a servizio presso famiglie(14); trattandosi di lavoro domestico, invisibile all'esterno, di una figura socialmente svalutata, pur essendo quantitativamente rilevante, le fonti sono reticenti sulle loro condizioni.
Qualche pagina di sapore letterario, carica di retorica sul buon cuore e sui sentimenti semplici ma sani della piccola serva di campagna(15), distoglie lo sguardo da una realtà ben più misera che talora affiora dalle cronache della stampa cittadina. È il caso ad esempio di una ragazza di 24 anni, Giovanna L. originaria di Alano di Feltre, domestica presso un fornaio. Recatasi a Rialto dal fruttivendolo Girolamo Pase, un giovane sulla ventina, è condotta da questo nel magazzino con la scusa di prendere il prezzemolo.
All'interno di quelle stesse pareti domestiche nelle quali cercano tutela, oltre che mantenimento, "i padroni pensano a tutt'altro che a protegger[l]e quando pure non cerchino di farne la meta dei loro desideri, ed abusare della loro giovinezza e della loro inesperienza", denuncia Cesare Della Vida, esortando gli educatori a prevedere per le ragazze povere un futuro lavorativo non unicamente indirizzato al servizio(17). Le indagini sulla provenienza confermano trattarsi per lo più di cameriere, sarte, lavandaie e operaie(20).
Il confine tra lavoro precario e prostituzione risulta facilmente valicabile e le giovani vi cadono dopo aver perduto l'onore, sedotte con promesse di matrimonio o di mantenimento, oppure dopo essere rimaste sole e aver cercato in vario modo sostentamento, spinte anche dalle madri o dalle amiche; è quanto si ricava dai racconti delle ragazze traviate che chiedono di entrare nella Pia Casa delle Penitenti a S.
Quando varca il portone della Pia Casa per chiedere di essere accolta, Veronica Maria P. ha 26 anni. Mio padre chiamasi Antonio P. d'anni 50 di professione burchiajo. Mia madre Ludovica T. d'anni 44 di professione rigattiera. Ho un fratello di nome Giuseppe d'anni 24 militare. I miei genitori sono poveri e quindi non posso sperare da essi alcuna assistenza. […] Per qualche tempo fui cameriera e lavoratrice nella fabbrica dei tabacchi. […] Nell'età di sei anni fui abbandonata da miei genitori - vissi in campagna fino agli undici anni - ad 11 anni ritornai in Venezia presso mio padre, il quale conviveva come tuttavia convive con una donna di mal'affare. A sedici anni, abbandonata la casa paterna, e scelta quale modello per le scuole dell'Accademia delle Belle Arti cominciai a vivere scandalosamente. Fui mantenuta da parecchi. Esercitai il meretricio in mia casa ed in casa di mia madre ad istigazione anche di costei.
Dalle relazioni redatte dalle suore risultano ricoverate ragazze di età diversa - l'età minima per essere accolte è di 15 anni -, alcune sono orfane di padre o di madre, o figlie di genitori ignoti, hanno fatto vari lavori temporanei e poco qualificati, come il servizio e la cucitura. Molte escono dall'istituto prima dello scadere dei cinque anni necessari per avere la dote, richieste da familiari o per collocarsi come domestiche presso famiglie; poche, non giovanissime, si sposano, domandate da uomini vedovi o celibi di campagna.
Lasciando ad altri autori la trattazione - in questi stessi volumi - del pauperismo(23), mi limito ad alcune considerazioni riguardanti le donne, le più povere tra i poveri. È indispensabile premettere che la loro condizione è diversificata a seconda che siano donne sole con o senza figli - nubili, vedove, abbandonate dal marito - o maritate, giovani o anziane; tuttavia esse devono provvedere a se stesse e ai loro figli, non potendo contare su un impiego maschile assai precario e su una garanzia di mantenimento paterno.
L'insistente rassicurazione di occuparsi della famiglia e di consegnare lo stipendio alla moglie, da parte di coloro che chiedono un sussidio, fa pensare che ciò non avvenga normalmente. Un rimessaio dichiara di avere tre figli minori "custoditi, mantenuti ed educati dal loro padre" ed un gondoliere di traghetto assicura di non aver disperso il suo piccolo guadagno trattenendosi coi colleghi, come sono soliti fare gli appartenenti all'arte, ma "al solo riflesso di non far patire la numerosa sua famiglia tutto consegnava e consegna alla propria moglie, onde disponesse per i casi urgenti indispensabili ed imprevisti, come ad esempio parti, vestiti, scuole, malattie"(24).
Drammatica è la condizione delle vedove con figli piccoli; tale Elisa Michieli, di anni 45, un tempo di condizione agiata avendo il marito un negozio di bronzi, rimasta sola è costretta a lavorare come domestica presso una famiglia, lasciando in custodia ad altri la sua bambina.
Oltre al matrimonio, considerato la via d'uscita dalla situazione di miseria, varie sono le strategie messe in atto dalle donne per sopravvivere: ricorrono alla beneficenza privata e all'assistenza pubblica, supplicano per ottenere un sussidio, ma soprattutto chiedono lavoro. Per tutto l'Ottocento, ed anche oltre, il lavoro non rappresenta di per sé un elemento di emancipazione dal bisogno: non vi è separazione netta tra l'essere povere e l'essere lavoratrici, la debolezza economica le mantiene costantemente ai limiti dell'indigenza o nel pericolo di cadervi.
È difficile perciò identificare una categoria di lavoratrici dai contorni precisi, essendo questi mutevoli nel tempo e nel ciclo di vita, se si escludono alcuni gruppi particolari di operaie come le tabacchine. Il loro salario del resto è considerato un'integrazione del salario maschile - giustificazione per mantenerlo a livelli minimi - e la loro condizione economica e sociale è segnata dalla famiglia di appartenenza.
Zanze era di Cannaregio e faceva l'infilaperle. Passava lunghe ore seduta in circolo con le vicine in calle, la sessola di legno sulle ginocchia, ridendo talvolta con la testa rovesciata all'indietro alle battute delle compagne. Fu così che la notò Nane Merlo, facchino di erberia, non bello ma dall'aria forte e spavalda.
La paga di facchino era a cottimo, dalle 3 alle 4 lire al giorno, a cui si aggiungeva il ricavato di qualche servizio a domicilio, ma Zanze era felice di sposare Nane, "il suo sogno modesto di ragazza del popolo si era avverato"(1). In sei anni di matrimonio arrivarono cinque figli e i guadagni calarono. Zanze dovette dare i piccoli a balia in campagna perché non aveva latte, e oltretutto dovette prendere in casa la suocera rimasta senza tetto, maligna e invidiosa. Nane si dette al bere e cominciò a lasciare in osteria buona parte delle lire guadagnate. Frequentava il Malibran la sera, in cattiva compagnia. Tornato a casa ubriaco, bestemmiava e bastonava. Una notte Nane cadde in un canale e annegò.
Zanze andò allora alla fabbrica di conterie a chiedere lavoro: l'infilatura delle perle rendeva poco, ma le permetteva di badare ai figli lavorando nella cucina. Mandò il terz'ultimo alla scuola pubblica; il maggiore dei maschi andò a lavorare in erberia come il padre e la sera girava con le cassette in collo a vendere zolfanelli. Teresina, di 12 anni, i capelli rossi e crespi, la pelle bianca, le forme precocemente sviluppate, era una ragazzina vivace, andava a zonzo per mezze giornate o nei campi a giocare con i monelli. Zanze la collocò presso una sarta a cucire imbastiture, a saldare fili e a portare le scatole dei vestiti alle clienti, un ambiente dove, oltre al mestiere, imparò "le vere arti della civetteria, e peggio". Qualche anno dopo, lasciata la scuola, andò a giornata nelle famiglie. Alla madre giunsero voci dalle comari del vicinato sul comportamento della figlia, divenuta amante di un giovane patrizio; non resse la vergogna e cacciò Teresina di casa. Ora "si consuma di dolore nella cucina umida e scura, passando e ripassando con moto automatico il ventaglio lucente nel volume candido e mobile delle perline".
Quali margini di scelta erano possibili, pur all'interno di coordinate assai anguste, al di là di un destino già prefigurato alla nascita? La ricerca delle risposte è problematica; non appena ci si inoltra nel percorso a ritroso nel passato lo scenario è ingombro di rappresentazioni: venditrici ambulanti, merlettaie e impiraperle, l'industria dell'immagine fissa i loro gesti e la loro presenza su fondali veneziani. "È ben difficile che un forestiere vada a Venezia senza mettere nella sua valigia, come ricordo, di un tipo caratteristico, la fotografia od il dipinto che rappresenta la portatrice d'acqua"(2).
La pittura verista cattura la gestualità e gli ambienti quotidiani di mogli di pescatori e venditrici del mercato, serve e cucitrici. La commedia borghese e la letteratura verista della seconda metà del secolo amano rappresentare la vita del popolo e in particolare le donne che del popolo sono considerate la parte più pittoresca e più autenticamente portatrice della 'natura' locale.
Seguendo l'itinerario attraverso la rinnovata commedia ottocentesca - da Sugana a Selvatico e Gallina - tracciato da un'altra scrittrice, Lucia Pagano Briganti, incontriamo non più solo le servette frizzanti e furbe di goldoniana memoria, ma una varietà di figure femminili capaci di forza e di presa di parola, che rappresentano sulla scena quasi la metafora di un cambiamento. Sullo scorcio del nuovo secolo, Amelia Rosselli, scrittrice e autrice di commedie in lingua veneziana quando è ormai lontana dalla sua città natale, mette in scena il cambiamento dei tempi attraverso vicende familiari in cui giovani donne affermano con parole e azioni una nuova morale: la priorità del diritto e della libertà di scelta individuali sul dovere e l'obbedienza.
Impegnate da sempre a consumare vite di lavoro e di lotta per la sopravvivenza nell'ombra, le lavoratrici entrano nella scena reale, nella seconda metà del secolo, con i loro corpi e le loro voci: protestano, chiedono, supplicano, cantano, scioperano; occupano le calli per lavorare in gruppo, si recano insieme alla fabbrica o a scuola, assistono a comizi commentando e rumoreggiando. Com'è visto questo mutamento nell'immagine pubblica delle donne e come viene da loro stesse percepito?
Tabacchine, impiraresse, maestre sono soltanto le figure in primo piano dietro le quali si addensa una folla di donne dai contorni sfocati. Per quanto riguarda le fonti, non essendo al momento consultabili alcuni archivi di importanti fabbriche né parte consistente dell'Archivio di Stato di Venezia, ho rivolto la mia attenzione agli archivi di istituzioni pubbliche comunali - Municipio di Venezia e Murano, I.R.E. (Istituzioni di Ricovero ed Educazione) - che mi hanno consentito di indagare aspetti interessanti come l'intreccio tra mercato del lavoro e assistenza pubblica, forme embrionali di welfare cittadino, e soprattutto quell'articolato disegno finalizzato alla educazione e moralizzazione attraverso il lavoro che percorre tutto il secolo.
Ho cercato di ricostruire però anche la loro autonomia, la loro resistenza o la loro ribellione, leggendo in controluce cronache e resoconti delle proteste, mettendo a confronto giornali cittadini di diverso orientamento e scritti di educatori, economisti, industriali che, nello sforzo di fissare norme di comportamento, ne descrivono gli aspetti riluttanti o trasgressivi.
Racconta di un amico artista che aveva come modella la figlia di un barcaiolo lavorante come sarta in un negozio della città, "una ragazzina svelta, faccia espressiva, capigliatura bionda ricchissima". Salo, […], la Gigia quela che sta qua de fassa la ze scampada de casa! […] L'ultima volta che la go vista se capiva che la gera stufa - la diseva che a servir no ghe comodava andar […]. Qualcosa de grosso bisognava che la lo fassesse. Zà, el senta, cossa vol-lo che femo nu altre povarete… maridarse?… gnente gavemo poco guadagnemo… Chi vol-lo che ne toga?… Un povaro diavolo de artesan!
Quanti sono gli episodi analoghi consumati in silenzio?
Per comprendere come percepiscono il conflitto tra dovere familiare e scelta personale, ho trovato preziose e ricche di suggestioni le lettere di supplica scritte dalle ragazze al Municipio per ottenere grazie dotali o sussidi; pur adott...
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